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3.5. Le malattie professionali legate all’esposizione all’amianto

3.5.1. I casi dell’ex stabilimento Isochimica di Avellino e del settore aeronautico
Anche nell’ultimo anno della sua attività, la Commissione d’inchiesta si è occupata delle malattie professionali legate all’esposizione all’amianto, un problema annoso, che continua tuttora a gravare sul nostro Paese.
La prima occasione in cui la Commissione ha ripreso il tema è stata la seduta del 22 febbraio 2012, dedicata alle problematiche delle patologie legate all’esposizione all’amianto dei lavoratori dell’ex stabilimento Isochimica di Avellino.
Il primo a prendere la parola è stato il dottor Stefano La Verde, consulente e medico legale, che è stato incaricato dai lavoratori dell’ex stabilimento Isochimica di verificare le loro condizioni di salute in relazione alle patologie asbesto-correlate da loro denunciate. Egli ha anzitutto ripercorso la vicenda della società Isochimica S.p.A., che ha operato nel nucleo industriale di Avellino (nel rione Ferrovia-Pianodardine) dal settembre 1982 al dicembre 1988, quando la società ha dismesso la sua attività e le maestranze sono state poste in cassa integrazione fino all’inizio del 1990, allorché la società è definitivamente fallita. 14 ex dipendenti, tuttavia, sono passati fino al novembre 1991 alle dipendenze della società EL.SID. S.r.l., che si occupava della medesima attività.
Questa attività consisteva nella scoibentazione e ricoibentazione di carrozze ferroviarie: poiché il materiale isolante era amianto, in ogni fase di lavorazione e in ogni settore dello stabilimento gli addetti erano a diretto e costante contatto con questa sostanza. Secondo una relazione del 1985 del Dipartimento di medicina del lavoro dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma che aveva compiuto un apposito sopralluogo, le lavorazioni avvenivano in condizioni di altissimo rischio e con protezioni assolutamente inadeguate o addirittura inesistenti. Dopo la sospensione dell’attività nel 1988, a partire dal 1991 i lavoratori hanno iniziato una lunga battaglia nei confronti dell’azienda per il riconoscimento dei loro diritti.
Solo nel 2003, tuttavia, l’ASL di Avellino ha comunicato l’intenzione di avviare un monitoraggio sui lavoratori dell’Isochimica: di tale attività però , malgrado le richieste e le sollecitazioni degli interessati e degli organi di stampa, fino al momento dell’audizione non si conosceva né il numero esatto delle persone sottoposte ad esame né tanto meno i relativi risultati. Analogamente non si conosceva neanche il numero esatto dei lavoratori che negli anni avrebbero operato nei capannoni dell’Isochimica: secondo stime dell’INAIL, nel 1985-1986 vi sarebbero stati 287 dipendenti, di cui 226 addetti alla scoibentazione-ricoibentazione delle carrozze ferroviarie. Anche il Consiglio comunale di Avellino si è impegnato, nel 2011, a sostenere la battaglia dei lavoratori per la tutela dei loro diritti e per la bonifica del sito industriale, ad alto rischio perché posto a poca distanza dall’abitato.
Il dottor La Verde ha quindi riferito che nel mese di gennaio 2012 aveva intervistato 131 dipendenti dell’ex Isochimica, ai quali si era aggiunta la moglie di uno dei dipendenti, esaminando la documentazione sanitaria di ciascuno di essi. Ben 105 soggetti mostravano patologie asbesto-correlate e 7 immagini di microgranuli, segnale di pneumoconiosi incipiente; 39 ex dipendenti dell’Isochimica dichiaravano poi di non aver mai avuto chiamata dall’ASL di Avellino per la visita di controllo, mentre altri 10, risultati negativi ai controlli dell’ASL, erano invece stati dichiarati affetti da patologie asbesto-correlate in esami medici eseguiti successivamente in altre sedi (le Università di Siena e di Napoli e l’Azienda ospedaliera di Avellino).
Dei 61 lavoratori sottoposti alla visita dell’INAIL, 27 hanno avuto un riconoscimento del danno biologico per patologia da amianto dallo 0 al 4 per cento e il rimanente dal 5 al 25 per cento. Solo ad una persona è stato riconosciuto il danno al 50 per cento. Altri soggetti sono infine risultati positivi a varie forme di tumori, alcuni dei quali asbesto-correlati.
Conclusivamente, il dottor La Verde ha denunciato alla Commissione la latitanza delle autorità sanitarie preposte in questi anni e ha sollecitato un’accelerazione delle procedure per la bonifica del sito dell’ex Isochimica, tuttora pieno di amianto e che costituisce una vera e propria bomba a cielo aperto. Ha chiesto inoltre, in considerazione anche del picco della manifestazione delle malattie tra i lavoratori previsto per i prossimi anni nel periodo 2015-2020, che l’ASL di Avellino comunichi finalmente i risultati dell’attività di monitoraggio eseguita. Infine, ha sottolineato come l’INAIL abbia riconosciuto percentuali di danno biologico ai lavoratori esposti assai irrisorie, con valutazioni, a parità di condizioni, spesso contraddittorie (ad alcuni lavoratori è stato riconosciuto un danno dello 0 per cento, ad altri del 7 o del 12 per cento con la stessa situazione). Ha sollecitato quindi una revisione di tali valutazioni, anche attraverso un intervento normativo che modifichi l’entità del danno biologico associato alle patologie da asbesto e che consenta ai lavoratori affetti da questa malattia che ancora sono inseriti, con grave rischio, nel mondo del lavoro, di poter accedere al pensionamento anticipato.
La Commissione ha ricordato che a metà degli anni Novanta il CNR presentò un progetto per effettuare la scoibentazione delle carrozze ferroviarie in modo automatizzato evitando il contatto umano con l’amianto. I lavoratori addetti a questa attività, però , si opposero nel timore che ciò avrebbe comportato la perdita della loro condizione di danneggiati e della possibilità di accedere ai relativi benefici di legge, in particolare quelli di tipo previdenziale. Tale episodio è emblematico del grave equivoco che ha sempre accompagnato tutte le normative a favore dei lavoratori esposti all’amianto che si sono succedute nel tempo: ogni volta, infatti, questi provvedimenti che erano nati per tutelare solo i lavoratori effettivamente colpiti dalle patologie hanno finito per estendere ope legis la platea dei beneficiari, diventando una forma impropria di ammortizzatori sociali e dilatando enormemente la spesa per lo Stato, che a un certo punto è dovuto intervenire per restringere i requisiti per l’accesso ai benefici, creando inevitabilmente delle discriminazioni tra coloro che li avevano già ottenuti e coloro che sono arrivati successivamente.
Se ora si torna a chiedere un intervento normativo, specie per l’accesso a benefici di carattere previdenziale, si corre il rischio di estendere ancora una volta la platea in maniera indiscriminata, mentre occorrerebbe tutelare solo le posizioni di coloro che sono stati effettivamente danneggiati, attraverso azioni giudiziarie mirate, come ha insegnato la sentenza del processo Eternit di Torino.
La Commissione ha infatti rilevato che chiedere un’ulteriore estensione dell’accesso ai benefici previdenziali per altri lavoratori esposti all’amianto è ormai improponibile, anche perché si corre il rischio, come già avvenuto in passato, di una riduzione dei benefici stessi per ragioni di contenimento della spesa. Dopo aver ricordato le battaglie condotte in passato su questo argomento in Parlamento, si è quindi sottolineato come la strada più corretta sia quella di individuare i lavoratori danneggiati e promuovere azioni giudiziarie (individuali o collettive) contro i datori di lavoro ritenuti responsabili, sul modello del processo Eternit, la cui sentenza riguarda infatti le posizioni di tutti i singoli lavoratori interessati.
È quindi intervenuto l’avvocato Ezio Bonanni, Presidente dell’ONA (Osservatorio nazionale amianto) nonché legale delle vittime il quale, dopo aver ringraziato la Commissione per l’audizione concessa, ha sottolineato come la richiesta di un intervento normativo non sia finalizzata al mero ottenimento di benefici previdenziali, essendo obiettivo prioritario dell’Associazione, nel caso dell’ex Isochimica come in altre vicende simili, la tutela della salute dei lavoratori e la punizione dei responsabili del danno. Ha quindi denunciato l’indifferenza delle Autorità e delle Istituzioni dinanzi al dramma di queste persone.
La Commissione ha confermato la massima attenzione e sensibilità propria e delle Istituzioni parlamentari ai problemi delle patologie dell’amianto, dimostrata in numerose occasioni. Ha quindi esortato ad evitare discorsi retorici o generici, che non contribuiscono a risolvere il problema, e ad avanzare invece proposte concrete che fosse possibile valutare per i profili di propria competenza.
L’avvocato Bonanni, riassumendo le richieste dell’ONA e dei lavoratori dell’ex Isochimica che l’Associazione rappresenta, ha sollecitato la bonifica immediata del sito industriale, invitando la Commissione a fare un sopralluogo diretto per rendersi conto della situazione e ha chiesto altresì la definizione di linee guida per la sorveglianza sanitaria dei lavoratori ex esposti, nonché la revisione delle decisioni dell’ASL e dell’INAIL che hanno riconosciuto agli aventi diritto il danno biologico solo per pochi anni, anziché per l’intero periodo lavorativo.
In risposta a un quesito della Commissione, ha poi chiarito che tale decisione nasce dal fatto che si è voluto riconoscere solo il periodo effettivamente lavorato presso l’Isochimica e non anche presso altri siti, né gli anni della cassa integrazione. La norma di legge per l’ottenimento di benefici previdenziali esiste già ed è quella di cui all’articolo 13, comma 7, della legge n. 257 del 1992, che è del tutto adeguata: si tratta però di garantire la sua corretta applicazione.
La Commissione ha sottolineato che, proprio in quanto la legge già esiste, l’intervento più appropriato non è quello di chiedere la sua modifica, ma di far valere le ragioni degli interessati in sede giudiziaria: la Commissione d’inchiesta e il Parlamento non hanno questo potere. Ferma restando la possibilità di approfondire la questione, se necessario, sia con l’ASL che con l’INAIL, resta il fatto che in primo luogo devono essere i lavoratori coinvolti ad agire per le vie legali: peraltro, da quanto illustrato nell’audizione non si ha neanche contezza del numero esatto dei lavoratori interessati, il che rende difficile qualsiasi valutazione, mentre occorre indicare soluzioni concrete ed evitare dichiarazioni generiche, anche per rispetto nei confronti delle vittime.
Il signor Nicola Abrate, in qualità di ex lavoratore dell’Isochimica, ha poi ripercorso la dolorosa vicenda sua e di molti suoi colleghi, impiegati per anni a manipolare l’amianto a mani nude, senza essere stati informati sui rischi né aver ricevuto i necessari dispositivi di protezione, il tutto nell’indifferenza dei datori di lavoro e delle Autorità sanitarie. A distanza di anni, molti lavoratori si sono ormai ammalati, ma debbono ugualmente continuare a lavorare per vivere, aumentando i rischi per la loro salute: una persona si è addirittura suicidata per la disperazione. Per tali ragioni ha pertanto chiesto aiuto alla Commissione per poter uscire da questa condizione tragica, ad esempio con un intervento che consenta ai lavoratori ammalati di poter andare in pensione anticipatamente, sia pure con i soli anni già lavorati.
La Commissione ha espresso ancora una volta la solidarietà delle Istituzioni parlamentari nei confronti delle vittime di questa situazione, per ribadendo con chiarezza la necessità di perseguire soluzioni realistiche attraverso rivendicazioni mirate in sede giudiziaria, evitando improponibili soluzioni legislative di tipo «universalistico», specie sul versante previdenziale. In proposito si è ricordato come il 7 febbraio 2012, in occasione della discussione sulla terza relazione annuale della Commissione, l’Assemblea del Senato abbia approvato una specifica risoluzione sul problema dell’amianto, firmata anche da molti componenti della Commissione. Il tema dell’amianto è inoltre stato oggetto di molte iniziative parlamentari, tuttavia occorre scegliere soluzioni che siano effettivamente praticabili.
L’avvocato Bonanni ha evidenziato come la strada giudiziaria suggerita dalla Commissione fosse già stata percorsa, avendo egli già depositato per conto dei lavoratori interessati istanza sia in sede penale che amministrativa, oltre ad aver adito il giudice del lavoro per le questioni di carattere previdenziale. Il modello che si intendeva perseguire era infatti quello della costituzione di parte civile dei singoli lavoratori come nel processo Eternit.
Il dottor Fernando Romano, Vice presidente del Consiglio provinciale di Avellino, ha sottolineato come, oltre al danno dei singoli lavoratori ex esposti, l’attività dell’Isochimica abbia provocato un enorme danno ambientale al territorio: per questa ragione anche le autorità locali, a cominciare dalla provincia di Avellino, avevano deciso di costituirsi parte civile per ottenere giustizia contro i soggetti responsabili.
Il signor Carlo Sessa, vice coordinatore dell’ONA di Avellino e a sua volta ex lavoratore dell’Isochimica, ha condiviso le considerazioni svolte dal suo collega Abrate, sottolineando le difficoltà di dover continuare a lavorare pur essendo ormai gravato dalla malattia e, per tale ragione, anche a rischio di perdere l’attuale posto di lavoro. Anch’egli ha quindi chiesto un intervento delle Istituzioni per poter accedere a forme di pensionamento anticipato che mettessero fine a questa pesante condizione.
La Commissione ha sottolineato come la strada dell’accesso al pensionamento anticipato, anche alla luce delle recenti riforme previdenziali, sia ormai del tutto improponibile e addirittura illusoria. D’altra parte, questi meccanismi sono anche rischiosi, in quanto per le ragioni già ricordate conducono spesso ad una revisione in senso peggiorativo degli stessi benefici previdenziali.
Nell’intento di contribuire comunque, nell’ambito delle proprie competenze, ad agevolare una positiva conclusione della vertenza, nelle settimane successive all’audizione, la Commissione ha poi chiesto informazioni alla ASL e alla Direzione INAIL di Avellino circa le problematiche segnalate dall’ONA e dagli ex lavoratori dell’Isochimica, in particolare i risultati del monitoraggio sanitario avviato sugli ex esposti e i dati sulle domande presentate ed effettivamente accolte per il riconoscimento del danno biologico e dei relativi benefici di legge. I responsabili dei due Uffici hanno fornito i chiarimenti richiesti, che sono stati comunicati anche ai diretti interessati.
Per quanto riguarda la ASL, è stato fatto presente che sono stati censiti 223 lavoratori della ex Isochimica, residenti nel territorio, ai quali è stato chiesto di dare la propria adesione ad un protocollo sanitario mirante a ricostruire l’intera storia della loro attività lavorativa e dell’esposizione all’amianto, nonché ad eseguire una serie completa di esami clinici. Al momento dell’informativa avevano aderito all’invito 179 lavoratori, mentre 44 assenti o non rintracciati dovevano essere ricontattati. Sulla base degli esami effettuati sono state fatte 87 denunce per malattie professionali correlate a pregressa esposizione all’asbesto. La ASL di Avellino ha inoltre visitato altri 23 ex esposti residenti in provincia e refertato 11 casi di malattie professionali. È stato poi ipotizzato un nuovo programma di sorveglianza sanitaria, sia passiva su richiesta dell’interessato, che attiva con biomonitoraggio a scadenze periodiche. Infine, nell’informativa della ASL si è fatto cenno alle attività di bonifica dell’ex stabilimento Isochimica: nel 2008 erano stati presentati i piani per la bonifica dell’amianto friabile presente nei capannoni e nei 517 cubi di cemento contenenti amianto depositati nel piazzale: alla data della comunicazione (marzo 2012) risultava bonificato tutto l’amianto friabile e 48 cubi, i rimanenti 469 avendo un buono stato di conservazione e quindi non presentando il pericolo di rilascio di fibre. Ulteriori quantità di amianto erano state seppellite nel sottosuolo dello stabilimento in modalità sicura (confermata da appositi studi geologici) per la loro definitiva «tombalizzazione».
Per quanto concerne la Direzione INAIL di Avellino, le richieste di benefici previdenziali per esposizione ad amianto presentate da lavoratori dell’ex stabilimento Isochimica erano state 128, delle quali 42 avevano avuto esito positivo, ai sensi dell’articolo 13, comma 7, della legge n. 257 del 1992, in quanto i richiedenti sono stati anche riconosciuti affetti da patologie asbesto-correlate. Sempre alla data del marzo 2012, le rimanenti domande erano ancora in coso di lavorazione, mentre risultavano trattate 103 istanze per il riconoscimento di malattie professionali da amianto ascritte all’ex Isochimica. Di queste, soltanto una richiesta, che aveva avuto esito positivo, era stata avanzata di familiari superstiti di un lavoratore.
La Commissione ha nuovamente affrontato il tema dell’esposizione all’amianto nella seduta del 4 luglio 2012, per ascoltare i rappresentanti delle associazioni dei piloti e degli assistenti di volo. L’incontro era stato sollecitato in particolare dalla senatrice Bugnano, in qualità di coordinatrice del gruppo di lavoro sulla formazione e sulla prevenzione.
Dopo una breve introduzione del signor Carlo Galiotto, comandante di lungo raggio dell’Alitalia LAI Linee Aeree Italiane, il dottor Antonio Divietri, presidente dell’AVIA (Assistenti di volo italiani associati), ha spiegato che l’audizione era stata richiesta alla Commissione per affrontare il problema della presenza dell’amianto a bordo degli aeromobili. Tale materiale era presente in passato ma, a giudicare dalle schede tecniche di alcuni aeromobili ancora in servizio, vi era il sospetto che potesse essere tuttora presente su alcuni velivoli. Le associazioni di categoria avevano già presentato un esposto alla Magistratura, alla quale quindi spettava fare chiarezza in merito. È comunque certo che negli ultimi anni molti operatori del trasporto aereo si sono ammalati di mesotelioma pleurico: per questa ragione le associazioni di categoria hanno chiesto alla Commissione di poter accedere al Registro nazionale dei mesoteliomi per poter fare i necessari riscontri.
Il problema nasce dal sistema di ricircolo dell’aria all’interno degli aeromobili, che in presenza di particelle di amianto rende l’esposizione inevitabile. Al riguardo il dottor Divietri ha citato in particolare uno screening avviato alcuni anni fa dall’Università di Siena su alcuni operatori del settore dell’aerotrasporto che si erano offerti volontari: tale studio aveva dato risultati allarmanti circa la possibile latenza di tumori legati all’amianto, ma purtroppo era stato sospeso per carenza di fondi. Infine, è stato ricordato che tutti gli ex lavoratori del settore aeronautico che hanno fatto domanda prima del 2005 per il riconoscimento dei benefici previdenziali correlati all’esposizione dell’amianto l’hanno vista accolta positivamente, anche in sede giudiziaria. Purtroppo invece chi, non conoscendo il rischio, non ha fatto domanda entro quella data si è visto negare tale riconoscimento.
Nel 1992 l’amianto è stato messo al bando e, conseguentemente, si è proceduto alla sua bonifica anche sugli aeromobili, come i vecchi MD80 che erano un tempo il nerbo della flotta dell’Alitalia. Nel corso di alcune recenti operazioni di smantellamento però , sarebbe emerso che alcuni di questi velivoli contengono ancora parti in amianto: d’altra parte, alcuni vecchi aeromobili sono stati ceduti o affittati dall’Alitalia ad altre compagnie minori (in particolare straniere) che operano in Italia e per le quali mancano però informazioni adeguate.
La Commissione ha manifestato il suo interesse ad approfondire in maniera più ampia la questione segnalata dagli auditi, chiedendo chiarimenti sul meccanismo attraverso il quale si può creare l’esposizione all’amianto all’interno degli aeromobili e quali tipi di velivoli oltre all’MD80 (ed eventualmente quali compagnie aeree straniere) potrebbero avere ancora questo problema. Ferma restando la necessità di acquisire tutta la documentazione che i soggetti interessati fossero stati in grado di fornire, la Commissione ha altresì domandato come mai il riconoscimento dell’esposizione all’amianto vi fosse stato solo per le domande presentate fino al 2005 e se tra gli operai addetti alle demolizioni dei velivoli in tempi recenti si siano manifestati casi di malattie asbesto-correlate che possano confermare la presenza di amianto. Ulteriori quesiti sono stati poi avanzati in ordine al ruolo dell’ENAC (Ente nazionale per l’aviazione civile): atteso che tale ente esercita il controllo su tutte le compagnie aeree operanti in Italia, comprese quelle più piccole che servono tratte secondarie e che spesso utilizzano velivoli ceduti da compagnie più grandi, sarebbe stato interessante sapere se l’ENAC avesse fatto verifiche sulla questione in esame o chi potesse eventualmente fornire tali risposte.
Il dottor Divietri ha precisato che la presenza di amianto a bordo degli aeromobili era concentrata essenzialmente sui freni: quando questi vengono utilizzati sono sollecitate le turbine dell’aereo che fanno entrare aria dall’esterno. Se quindi nelle parti in amianto vi sono fibre o particelle libere, queste vengono risucchiate all’interno dell’aeromobile e inalate: l’aereo è infatti una cassa pressurizzata dove viene di fatto ricircolata sempre la stessa aria.
Per quanto riguarda l’eventuale insorgenza di patologie legate all’amianto tra i demolitori addetti allo smantellamento degli aeromobili, essendo la latenza di queste patologie lunga anche decenni, non è possibile attualmente fare alcuna verifica al riguardo. Anche nel caso degli operatori che si sono sottoposti allo screening dell’Università di Siena la lunga latenza non rivela patologie in atto, tuttavia sono stati rilevati marcatori tumorali in concentrazione elevata che destano molta preoccupazione. In merito ai velivoli contenenti amianto, questo materiale si trovava su tutti i vecchi MD80, che però dovrebbero essere stati bonificati: il dubbio deriva dal fatto che, in occasione di alcune recenti demolizioni, si sarebbero trovate ancora parti in amianto. Peraltro esistono altri modelli di aeromobili simili agli MD, come i Fokker, che potrebbero avere gli stessi problemi, dato che un tempo non si conosceva la pericolosità dell’amianto.
In risposta ad un’osservazione della Commissione, il signor Galiotto ha ammesso che gli effetti nocivi dell’amianto erano conosciuti già da molto tempo, tanto che l’asbestosi era una malattia tabellata fin dal 1942. Il perdurare del problema dell’amianto nel comparto aereo è imputabile essenzialmente a due fattori. Anzitutto una mancanza di sensibilità rispetto al tema, per cui, pur essendo nota da tempo la pericolosità dell’amianto, si è continuato ad utilizzarlo per decenni in molti settori incluso quello aeronautico. Il secondo fattore riguarda i problemi organizzativi legati alla bonifica: quando nel 1992 l’amianto è stato messo fuori legge, per eliminarlo dagli aeromobili si sarebbe dovuta smantellare quasi l’intera flotta di Alitalia (che allora esercitava il monopolio del traffico aereo). Si sono allora concesse una serie di proroghe successive e gli stessi enti di tutela hanno per così dire abbassato la guardia, anche per la mancanza di norme realmente coercitive che imponessero la rimozione dell’amianto.
È quindi intervenuto il signor Giulio Marrucci, Vice presidente dell’Unione Piloti, che ha segnalato che l’Istituto superiore di sanità ha svolto una serie di studi sulla presenza di amianto nel settore aeronautico, che hanno messo in luce l’esistenza del rischio di esposizione anche in questo comparto prima trascurato. Dagli studi emerge che, in presenza di particelle di amianto libere, sia all’interno degli aeromobili che nelle piste di atterraggio degli aeroporti esiste un concreto pericolo di inalazione delle particelle stesse. Dentro gli aeroplani questo è accentuato dal continuo ricircolo del flusso d’aria, anche perché in passato i filtri utilizzati erano troppo grandi per trattenere le particelle nocive. Infine ha anch’egli confermato l’esistenza di dubbi sull’effettiva assenza di amianto in alcuni aeromobili di vecchia produzione ancora in attività.
In proposito il signor Galiotto ha fatto altresì presente che gli attuali manuali tecnici di manutenzione di alcuni velivoli, ad esempio quelli della famiglia Airbus e quelli che montano i motori General Electric, indicherebbero la presenza di parti in amianto a bordo. Purtroppo non è possibile valutarne la consistenza e quindi l’eventuale livello di rischio senza una verifica approfondita, ragione per la quale si è chiesto l’ausilio della Commissione.
Il signor Danilo Recine, membro del Collegio di Presidenza della Italian Pilots Association, ha ribadito a sua volta l’opportunità di avviare un’indagine più ampia, chiedendo che fossero effettuati screening per i soggetti potenzialmente esposti e che l’ENAC svolgesse verifiche su tutte le compagnie aeree. Infine, ha confermato anch’egli i potenziali rischi di esposizione derivanti dal meccanismo di ricircolo dell’aria a bordo degli aeromobili, ricordando che dalla documentazione esistente risulterebbe che, anche in anni recenti, aeroplani non molto vecchi, che effettuavano voli a lungo raggio, hanno operato con lo stesso sistema, portando questo tipo di aria in cabina passeggeri e, ovviamente, in cabina di pilotaggio.
La Commissione ha invitato alla cautela nell’avanzare ipotesi circa la presenza di amianto sui velivoli ancora circolanti che, ove non siano suffragate da elementi certi, rischiano di creare inutili allarmismi e forme di confusione che non giovano a nessuno. Al tempo stesso, le informazioni e l’ampia documentazione fornite nel corso dell’audizione – in particolare i manuali tecnici richiamati – potevano senz’altro costituire un valido motivo per approfondire la questione, posto che la verifica dei rischi per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro rientra nella piena competenza dell’inchiesta.
A tal fine, quindi, la Commissione ha anzitutto deciso di convocare gli esperti dell’ENAC, che sono stati auditi nella seduta del 18 luglio 2012. Dopo aver richiamato sinteticamente i motivi dell’audizione, è stata data la parola all’ingegner Enea Guccini, della Direzione standardizzazione sicurezza dell’ENAC.
Questi ha fatto preliminarmente presente che l’ENAC negli anni scorsi non si è occupata in modo specifico della problematica dell’amianto: tuttavia, sulla base degli elementi raccolti in seguito alla convocazione della Commissione, ha potuto confermare che in passato a bordo dei velivoli erano presenti parti in amianto, soprattutto nell’impianto frenante, trattandosi di un materiale che, in combinazione con altri elementi chimici, presentava una buona resistenza all’usura e alle sollecitazioni termiche e meccaniche. Tuttavia a partire dal 1981 questo materiale non è stato più usato nella costruzione degli aeromobili, in quanto si era verificato che, soprattutto nelle fasi di atterraggio, a causa della fortissima sollecitazione dei freni si creava un logoramento degli stessi con conseguente dispersione nell’ambiente di polveri contenenti amianto che, a seconda della loro posizione, potevano essere assorbite dai motori. Anche oggi si parla di una presenza di fumi o di vapori nella zona dei carrelli al momento dell’atterraggio, ma questo è dovuto ad altri motivi. Si tratta innanzitutto di vapori generati dal rapido consumo della gomma degli pneumatici in fase di atterraggio e dalle reazioni con altri elementi chimici presenti sulle ruote. Inoltre i ceppi dei freni che si consumano in fase di frenata liberano i materiali di cui sono composti, ma non c’è più amianto, essendo questo un problema che è stato risolto negli anni Ottanta su tutte le macchine, sia sui velivoli di nuova generazione che su quelli di vecchia generazione.
L’ingegner Guccini ha precisato ancora che l’amianto, per le sue proprietà termiche e meccaniche, veniva utilizzato in passato – e talvolta ancora oggi – soprattutto in componenti di certi parti del motore esposte ad altissime temperature (come le guarnizioni di tenuta dei liquidi delle pompe idrauliche o le fascette di giunzione dei tubi), ma non risulta la presenza di amianto all’interno della cabina né nei componenti o negli accessori. Alcune indagini fatte da ASL sia all’interno degli aeromobili durante il volo che nelle officine di revisione hanno escluso inoltre la presenza di particelle aerodisperse dannose per gli esseri umani. Infine, l’ingegner Guccini ha precisato di non avere notizie in merito a smantellamenti di aeromobili, in particolare di MD80 avvenuti a Fiumicino, di cui si era parlato nella seduta del 4 luglio.
È poi intervenuto l’ingegner Fabio Nicolai, della Direzione attività aeronautiche dell’ENAC. Egli ha anzitutto sottolineato che anche la presenza di amianto nei freni non è, comunque, sempre stata confermata sugli MD80; in merito alle notizie di presunti smantellamenti di aeromobili a Fiumicino, presso Alitalia sono stati smantellati A300 e non MD-80, cioè macchine molto vecchie e che comunque erano già state private delle parti che potevano contenere amianto, ossia dei motori, che nel frattempo erano stati inviati alla casa costruttrice Pratt & Whitney. In proposito l’ingegner Guccini ha precisato che si è trattato di uno smantellamento per rottamazione, che non è stato eseguito da Alitalia ma da una compagnia specializzata, su vecchi Airbus A300 di Alitalia, che dovevano essere rimossi dall’aeroporto perché erano fermi da anni e non più impiegabili.
In risposta ad un quesito della Commissione circa la presenza di amianto a bordo di aerei di linea tuttora in circolazione, l’ingegner Guccini ha poi chiarito che, su taluni velivoli, esistono ancora piccolissime parti in amianto. Precisamente, in base alle dichiarazioni dei costruttori, sugli aeromobili della Bombardier e della Embraer non ci sono componenti in amianto, sia nella cellula che nel motore. Ci sono invece pochissimi componenti (dalle indagini ne risultano 2) sul Boeing 777, mentre ce ne sono 14 nella cellula e 9 nel motore per quanto riguarda il Boeing 767. Ce ne sono inoltre 2 nella cellula e 11 nel motore dell’Airbus A330. Sulla serie A320, cioè sugli aeromobili A319, A320 e A321, ci sono 2 elementi nella cellula e nessun elemento nel motore. L’aeromobile MD80, meglio noto come DC9, ad oggi risulta avere 136 elementi nella cellula e 15 nel motore. Si tratta tipicamente di guarnizioni di componenti meccanici dell’aereo (ad esempio pompe o valvole contenenti liquidi) oppure fascette di tubazioni. Sono però elementi piccolissimi e presenti sulla cellula dell’aeromobile, in posizione isolata e del tutto lontana da piloti e passeggeri, tanto che è possibile accedervi solo durante le operazioni di revisione meccanica. Se una volta era possibile, in teoria, ipotizzare una dispersione di particelle di amianto dai freni, anche per la presenza di filtri non sempre efficienti, oggi tale eventualità è assolutamente da escludere: pur non occupandosi l’ENAC di tale attività, esistono però alcune indagini svolte dagli enti competenti.
Al riguardo, l’ingegner Nicolai ha riferito che le indagini in questione sono state fatte dal Laboratorio di igiene industriale Centro regionale amianto del Dipartimento di prevenzione della ASL di Viterbo. Precisamente sono state effettuate delle campionature l’8 e il 9 gennaio 2003, su due voli nazionali, e successivamente su altri due voli, da e per Casablanca, il 12 e il 13 maggio 2003: in entrambi i casi, non si è evidenziata alcuna presenza di amianto a bordo in cabina. L’ENAC ha inoltre acquisito un altro studio, fatto sempre dal citato Laboratorio della ASL di Viterbo, su due interventi di smontaggio effettuati presso le officine centrali dell’Alitalia dell’aeroporto di Fiumicino. Anche in questo caso, le misurazioni effettuate durante lo smontaggio di pompe idrauliche e di pompe carburante non hanno mostrato la presenza di amianto. Anche per quanto riguarda l’interno della cabina, là dove potrebbe essere ipotizzata la presenza di amianto, vale a dire nei forni della cucina di bordo (galley), esiste una dichiarazione di Alitalia che smentisce totalmente la presenza di amianto in queste installazioni.
L’ingegner Guccini ha poi chiarito che la possibilità della presenza ancora oggi di componenti in amianto deriva dal fatto che per prassi la rimozione di tutti i materiali di minuteria, indipendentemente se siano di amianto o di altro materiale, viene fatta dai costruttori solo in occasione delle manutenzioni o delle revisioni, quando sono sostituite tutte le parti vecchie o difettose. Essendo l’amianto ormai bandito, i nuovi componenti sono fatti tutti di altro materiale. In ogni caso, i componenti in amianto sono elementi minuscoli ed «annegati» all’interno di un particolare metallico, per cui non vengono a contatto con alcunché, essendo completamente sigillati. Quando quell’elemento viene aperto per essere revisionato, la guarnizione, sia o meno di amianto, viene scartata. I problemi derivano dai materiali di amianto esposti all’ambiente, laddove siano sollecitati, rotti e frantumati.
D’altra parte, come sottolineato dall’ingegner Nicolai, determinate componenti meccaniche possono essere realizzate tanto in amianto quanto con altri materiali più moderni, per cui a volte è difficile sapere a priori, specie per le parti più piccole, quale sia il materiale effettivamente utilizzato. Di conseguenza, se non c’è una necessità specifica o la scadenza di una revisione, difficilmente si interviene, anche perché si tratta di operazioni molto costose e non sarebbe economicamente conveniente.
La Commissione, pur comprendendo le motivazioni anche economiche di tali scelte, ha sottolineato l’opportunità di una bonifica totale dell’amianto dagli aeromobili, a tutela della salute di lavoratori e passeggeri. Ha quindi chiesto se vi siano componenti in amianto nell’impianto di condizionamento degli aeromobili, indicato anche nella precedente audizione come il principale veicolo di trasmissione delle eventuali particelle aerodisperse.
In proposito l’ingegner Guccini ha spiegato che l’impianto di condizionamento all’interno dei velivoli ha due funzioni: mandare in cabina aria pressurizzata, perché in quota la pressione è molto più bassa e le persone non potrebbero respirare, e aumentare la temperatura, perché quando si vola a 10.000 metri la temperatura esterna è di -50 gradi. Anche se non risulta che ci siano parti in amianto nell’impianto di condizionamento, le stesse sarebbero comunque isolate dal flusso d’aria che attraversa l’impianto stesso.
L’ingegner Nicolai ha ricordato a questo proposito che la Boeing ha dichiarato di aver bandito l’amianto a bordo dei suoi velivoli già dal 1970 e di non utilizzarlo più neanche per le parti di ricambio già dagli anni Ottanta. D’altra parte, dagli Stati Uniti – che sono all’avanguardia nel settore aeronautico – non si hanno notizie circa problemi legati alla presenza di amianto.
La Commissione ha osservato che, al di là delle dichiarazioni delle case costruttrici, sarebbe opportuno acquisire in materia informazioni da enti terzi (ad esempio l’ASL di Viterbo prima citata) e con riferimento alla situazione del nostro Paese. Infine, dopo un intervento dell’ingegner Guccini, si è preso atto con soddisfazione che le verifiche della ASL di Viterbo abbiano escluso la presenza di particelle aerodisperse di amianto, ma si è comunque sottolineata l’opportunità che questo materiale sia rimosso definitivamente dagli aerei. Ai due esperti dell’ENAC sono stati poi rivolti alcuni specifici quesiti, proposti in particolare dalla senatrice Bugnano.
In primo luogo si è chiesto se l’ENAC fosse a conoscenza delle operazioni di demolizione iniziate, poi sospese e infine riprese e completate, a carico degli MD80 matricola I-DACQ, I-DANP, I-DAWB, I-DATR, IDAVR, I-DANM e I-DATO e quali disposizioni fossero state imposte dall’ente e applicate dai demolitori a salvaguardia della salute del personale esposto e dell’ambiente, nonché quali verifiche e controlli fossero stati poi effettuati dall’ENAC. In secondo luogo si sono domandate informazioni circa le misure di monitoraggio e di verifica adottate dall’ENAC (ovvero dal Registro aeronautico e da Civilavia, poi confluiti in ENAC) dal 1992 e particolarmente dal 15 giugno 2005 ad oggi nei confronti delle flotte nazionali. Analogamente, la Commissione ha chiesto di sapere quali misure di verifica e controllo vengono applicate nei confronti degli operatori stranieri autorizzati ad operare sul territorio nazionale, tenendo anche in considerazione la sussistenza di possibili normative differenti adottate nei Paesi di origine riguardo all’amianto, nonché la vetustà degli aeromobili che spesso vengono utilizzati da tali operatori. Infine, relativamente ai rischi da esposizione all’amianto, si sono chieste notizie circa le eventuali informative approntate e diffuse dagli operatori verso i dipendenti e il modo in cui l’ENAC abbia sollecitato e verificato le informative stesse.
In merito all’ultimo quesito, l’ingegner Guccini ha evidenziato che non rientra nella competenza dell’ENAC controllare le informazioni impartite dai datori di lavoro ai dipendenti in merito ai rischi da esposizione all’amianto, ma agli enti preposti alla salute e alla sicurezza sul lavoro ai sensi del Testo unico.
Riguardo poi alle presunte demolizioni segnalate, l’ingegner Nicolai ha fatto presente di non avere notizie: certamente ci sono stati casi in passato, ma non hanno riguardato i motori – ossia le parti dove si poteva trovare amianto – che vengono smontati preventivamente in quanto di notevole valore. L’ingegner Guccini a sua volta ha ricordato che l’ENAC ha dettato circa otto anni fa una precisa regolamentazione delle demolizioni degli aeromobili, finalizzata ad evitare che componenti non più efficienti fossero riciclate su altri aerei attraverso il mercato clandestino, compromettendo la sicurezza dei velivoli. Per questa ragione, ogni volta che si effettuano operazioni di smantellamento su un aereo, per rottamazione o in seguito ad un incidente perché non più recuperabile, queste vengono fatte mediante un programma di lavoro autorizzato ad hoc dall’ENAC, per evitare che le parti finiscano in un mercato non controllato. Per quanto riguarda la domanda sui controlli sui vettori stranieri, l’ENAC effettua soltanto i controlli sugli aeromobili, gli operatori e gli equipaggi previsti dal programma europeo SAFA (Safety Assessment of Foreign Aircraft), miranti a verificare i profili di sicurezza delle attività di volo, come possono essere rilevati nelle ispezioni effettuate durante gli scali in aeroporto.
L’ingegner Nicolai in proposito ha ricordato che tali controlli seguono gli standard dettati a livello internazionale dall’ICAO (International Civil Aviation Organization) e applicati nei 280 Paesi aderenti dagli organismi nazionali di vigilanza. In tal modo un aeromobile omologato in un Paese terzo aderente all’ICAO può essere accettato in un altro Paese sulla base di un principio di mutuo riconoscimento. L’ICAO effettua pertanto controlli molto approfonditi sull’attività degli enti di vigilanza, per accertare che l’omologazione degli aeromobili nei singoli Paesi avvenga secondo standard uniformi, tenendo conto delle indicazioni delle case costruttrici. In ambito comunitario l’omologazione ormai è unitaria e la fa l’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA), che ha sede a Colonia.
Successivamente all’audizione, l’ENAC ha poi fornito alla Commissione risposte più precise ai quesiti proposti. In primo luogo ha confermato che gli aeromobili MD80 indicati (più precisamente, MD82) non sono stati smantellati e demoliti dall’Alitalia, ma dalla nuova proprietà, la compagnia statunitense Pennant Aviation, attraverso una società specializzata, anch’essa statunitense. Durante le fasi di smantellamento e demolizione l’ENAC ha effettuato una serie di verifiche intermedie e finali per controllare che il programma di smantellamento/demolizione rispettasse le prescrizioni generali previste.
Nel ribadire che non rientra nei suoi compiti istituzionali la regolamentazione e il controllo sull’applicazione delle norme relative alla salute e la sicurezza sul lavoro, l’ENAC ha poi fornito dettagli sui componenti dell’impianto di condizionamento degli aeromobili MD80, sulla base dei dati tecnici comunicati dal costruttore Boeing. Com’era stato detto anche in audizione, gli unici particolari che potrebbero potenzialmente contenere amianto sono guarnizioni (gaskets) appartenenti ad alcuni componenti di controllo quali termostati e valvole, che però non sono direttamente a contatto con il flusso d’aria utilizzato per il condizionamento dell’aeromobile.
L’inchiesta è poi proseguita nella seduta del 25 luglio 2012 con l’audizione del dottor Roberto Pasetto, ricercatore presso il Dipartimento di ambiente e connessa prevenzione primaria dell’Istituto Superiore di Sanità. Nella documentazione fornita in relazione alla loro audizione del 4 luglio sul tema della possibile presenza dell’amianto nel settore aeronautico, infatti, i rappresentanti dei piloti e degli assistenti di volo avevano citato l’esistenza di alcuni studi condotti dall’Istituto Superiore di Sanità, in particolare dal professor Giovanni Alfredo Zapponi.
Al riguardo il dottor Pasetto ha fatto presente che il professor Zapponi, ora andato in pensione, aveva rivestito una serie di incarichi all’interno dell’Istituto, tra i quali da ultimo quello di direttore del Dipartimento di tecnologie e salute. Gli studi citati furono condotti dal professor Zapponi a titolo individuale, nell’ambito di una consulenza tecnica a lui richiesta dalla Magistratura, ma non per conto dell’Istituto, che non dispone quindi della relativa documentazione. I dirigenti dell’Istituto Superiore di Sanità talvolta possono infatti essere chiamati a svolgere perizie o consulenze per conto di altre istituzioni, come in quel caso.
Per quanto riguarda il quesito specifico circa l’eventuale dispersione aerea di particelle di amianto dai velivoli in fase di decollo o di atterraggio e la conseguente possibilità di esposizione delle persone alle particelle stesse, il dottor Pasetto ha poi precisato che tali ipotesi non possono essere suffragate in assenza di specifiche prove e verifiche ambientali. L’Istituto Superiore di Sanità ha affrontato più volte in passato il problema dell’esposizione ad amianto, ma mai nel settore aeronautico. Viceversa di tale questione si sta occupando l’INAIL attraverso il Registro nazionale mesoteliomi, che ha costituito un gruppo di lavoro ad hoc.
Sulla base di queste indicazioni, la Commissione ha quindi ascoltato, nella successiva seduta del 1º agosto 2012, i rappresentanti del Registro nazionale mesoteliomi (ReNaM) attivato presso l’INAIL.
Il dottor Alessandro Marinaccio ha innanzitutto illustrato il funzionamento del Registro, di cui è coordinatore nazionale. Istituito ai sensi del decreto legislativo n. 277 del 1991, il Registro è regolato dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 308 del 2002, che ne fissa le procedure e i modelli operativi. Si tratta di uno strumento di sorveglianza epidemiologica che sostanzialmente si occupa di due aspetti: la ricerca attiva dei casi di mesotelioma su tutto il territorio nazionale e la ricostruzione delle modalità di esposizione all’amianto, che possono essere di ordine lavorativo, di ordine residenziale o di ordine familiare. Per i suoi compiti il Registro si avvale di una rete attiva in tutte le regioni (ad eccezione del Molise e della Provincia autonoma di Bolzano): ogni Centro operativo regionale (COR) riceve le segnalazioni sui casi di mesotelioma avvenuti nel proprio territorio, una malattia strettamente collegata dal punto di vista eziologico all’inalazione di fibre aerodisperse di amianto. Una volta verificata l’effettiva esposizione del soggetto ammalato (che a seconda dei riscontri istologici può essere definita certa, probabile o possibile), ogni Centro procede poi ad una intervista con il soggetto o con i suoi familiari per ricostruire la storia lavorativa e le cause dell’esposizione.
Con questa metodologia, si è arrivati a realizzare un grande data base nazionale, che è il risultato dell’attività regionale a cui fa seguito un’attività centrale di standardizzazione e di analisi aggregata dei dati, che contiene informazioni relative a oltre 15.845 casi di mesotelioma accertati in tutta Italia, relativi al periodo che va dal 1993 al 2008. Su tale argomento si tratta quindi di uno dei data base più ricchi di informazioni a livello internazionale. Sono stati poi pubblicati sulle più importanti riviste internazionali di oncologia, di medicina del lavoro e di epidemiologia una serie di studi sull’esposizione all’amianto in alcuni specifici settori lavorativi (ad esempio le ferrovie, il siderurgico e l’edilizia), mentre per altri settori, tra i quali quello aeronautico oggetto dell’inchiesta della Commissione, le ricerche sono ancora in corso.
In termini generali, per 12.065 dei 15.845 casi raccolti dal Registro (ossia circa il 75-80 per cento del totale) sono disponibili informazioni circa la storia lavorativa, ambientale e familiare dei soggetti ammalati, dei quali è quindi possibile dire quando, come e perché sono stati esposti all’amianto. Dei 15.845 casi di mesoteliomi rilevati a livello nazionale, 139 riguardano persone che, a qualsiasi titolo, hanno lavorato in uno dei settori dei trasporti aerei, individuati tramite il codice ISTAT Ateco 91. I ricercatori del Registro, adottando criteri via via più selettivi, hanno poi isolato all’interno di questo gruppo 14 casi di persone che hanno avuto un mesotelioma accertato e un’esposizione all’amianto certa ed esclusiva del settore del trasporto aereo.
È poi intervenuto il dottor Stefano Silvestri, igienista industriale dell’Istituto per lo studio e la prevenzione oncologica (ISPO) della Toscana, il quale ha chiarito ulteriormente le modalità di rilevazione e di verifica dei casi di mesotelioma portati all’attenzione del Registro nazionale. Quando al Centro operativo regionale arriva da parte di un medico la segnalazione di un caso di malattia, si organizzano una o più interviste da parte di vari specialisti al soggetto ammalato ovvero (se lo stesso è deceduto o comunque impossibilitato a rispondere) ai suoi familiari, secondo un questionario prestabilito, per raccogliere informazioni sulla sua storia lavorativa e sulla sua storia di vita in generale.
Le informazioni così raccolte – eventualmente integrate con altri dati volti a ricostruire la storia occupazionale del soggetto (ad esempio quelli dell’INPS o del libretto di lavoro) – consentono anzitutto di stabilire se l’esposizione è o meno di tipo occupazionale: a volte, se le informazioni sono insufficienti, non è possibile determinare alcun tipo di esposizione all’amianto. Il passo successivo è quello di assegnare la classe dell’esposizione, se si ritiene che il soggetto anche una sola volta nella vita abbia avuto un’esposizione all’amianto superiore a quella della popolazione generale, essendo l’amianto un inquinante ubiquitario, ampiamente diffuso in passato prima della messa al bando. L’esposizione si articola su dieci livelli complessivi, di cui i più importanti sono i primi tre, riferiti all’esposizione occupazionale, che può essere certa, probabile o possibile. Seguono poi l’esposizione familiare, ambientale, extraprofessionale, improbabile e ignota, gli ultimi due livelli non essendo rilevanti in quanto classificazioni d’ufficio.
Da ciò che gli esperti hanno registrato, e stanno purtroppo ancora registrando in questi anni, emerge che il mesotelioma è una patologia sostanzialmente professionale. Mediamente, il 95-96 per cento dei soggetti che sono stati esposti hanno avuto tale esposizione in ambito lavorativo. Questo significa che anche il mesotelioma, diversamente da quello che si pensava anni fa, è legato alla dose di esposizione: più alte sono le dosi di esposizione e maggiore è la probabilità di contrarre tale patologia. Vanno inoltre considerati quei soggetti che, per la loro conformazione genetica o per altre particolarità, possono sviluppare la medesima patologia a causa di un’esposizione molto più bassa di quella classificata come occupazionale che, quando ancora l’amianto veniva lavorato, era caratterizzata da un livello elevato visto che la diffusione della conoscenza dei rischi derivanti dall’amianto per i singoli lavoratori è avvenuta con molto ritardo.
La dottoressa Simona Menegozzo, assegnista di ricerca della II Università degli studi di Napoli, Registro mesoteliomi ed altre neoplasie professionali della Campania, ha poi illustrato alla Commissione i primi risultati della ricerca in corso sui mesoteliomi nel settore dei trasporti aerei. Si tratta di uno studio ancora meramente descrittivo, mancando i denominatori relativi al numero totale degli esposti, necessari per definire i livelli di rischio specifico. Dei 139 casi di mesotelioma rilevati nel settore, 75 hanno svolto la propria attività lavorativa nelle costruzioni degli aeromobili; 29 appartengono all’aeronautica militare; 18 ai trasporti aerei civili; 17 hanno lavorato in attività di scalo aeroportuale. Dei suddetti 139, 22 casi sono stati classificati come esposizione occupazionale certa; 11 casi come esposizione professionale probabile; 30 casi come esposizione occupazionale possibile. Il resto sono stati invece classificati come esposizione professionale ignota.
Da questo gruppo complessivo sono stati poi isolati 27 soggetti con mesotelioma certo ed esposizione professionale certa o probabile nel settore dei trasporti aerei, di cui 14 legati in modo esclusivo al settore stesso. Questi 14 soggetti sono stati poi ulteriormente distinti in base ai sottosettori di attività: cinque soggetti si occupavano della costruzione di aeromobili; sei appartenevano all’Aeronautica militare; uno lavorava nei trasporti aerei civili e due nelle attività di scalo aeroportuale. Un’ulteriore analisi ha tenuto conto delle mansioni svolte: tra i cinque casi di costruzione di aeromobili vi sono un impiegato tecnico, un pilota collaudatore, un disegnatore tecnico, un magazziniere e un saldatore. Per quanto riguarda i sei casi dell’Aeronautica militare si hanno due piloti, un tecnico di volo, due meccanici e riparatori di motori aerei ed un elicista. Nei trasporti aerei civili risulta un solo caso, classificato come motorista aeronautico a terra, mentre nelle attività di scalo aeroportuale si hanno un saldatore e un tecnico.
È stato quindi il turno del dottor Francesco Viscardi, medico del lavoro, assegnista di ricerca dell’Università degli studi di Napoli, Registro mesoteliomi ed altre neoplasie professionali della Campania. Egli si è soffermato in particolare in merito ai risultati delle interviste condotte sui 14 soggetti sui quali si è concentrato lo studio, che hanno consentito di ricostruire le mansioni svolte (pilota, saldatore, progettista, addetto alla manutenzione, ecc.) e quindi le circostanze concrete dell’esposizione all’amianto, che ha illustrato in dettaglio. In sostanza, è risultato che ciascuno dei soggetti nel corso della sua attività ha avuto un’esposizione più o meno prolungata e più o meno frequente all’amianto, talvolta per situazioni contingenti, ad esempio in quanto si recava molto spesso nell’officina dove si assemblavano e si costruivano gli aeromobili, o perché movimentava materiali contenenti amianto, o ancora perché utilizzava per la sua mansione strumenti caldi e termoisolanti (caratteristica specifica dell’amianto).
Il dottor Fulvio Cavariani, biologo dirigente del Centro regionale amianto del Lazio, Dipartimento di prevenzione AUSL di Viterbo, ha poi esposto i risultati di tre indagini ambientali condotte dalla AUSL di Viterbo, su richiesta dell’Alitalia, su alcuni aeromobili MD80 per la ricerca di fibre di amianto, di cui si era parlato anche nell’audizione del 18 luglio svolta dagli esperti dell’ENAC.
Le prime due indagini sono avvenute nel gennaio e nel maggio del 2003 su aeromobili in volo rispettivamente sulle tratte Roma-DublinoRoma e Roma-Casablanca-Roma. Lo scopo non era tanto di accertare la presenza di fibre di amianto nell’aria ambiente dell’aeromobile (essendo l’uso del materiale ormai bandito si dava per scontato che non vi fossero sorgenti in grado di emetterne), ma piuttosto quella di altri tipi di fibre che potessero essere rilevanti da un punto di vista sanitario: in un aereo ve ne sono infatti molte, soprattutto per favorire la coibentazione e la tenuta alle temperature esterne; si tratta di fibre artificiali, soprattutto lane minerali vetrose, molto sofisticate per dimensione e caratteristiche tecniche. A tal fine si sono prelevati dei campioni dell’aria all’interno dell’aeromobile mediante speciali campionatori posti in varie parti del velivolo, comprese la cabina di pilotaggio e la cucina di bordo (galley). Attraverso membrane molto sottili, i campionatori erano in grado di trattenere il particolato e le eventuali fibre presenti nell’aria; tuttavia dalle indagini sono risultate assenti sia le fibre artificiali che quelle di amianto, e anche le polveri sottili (PM10) hanno evidenziato bassissime concentrazioni.
La terza indagine è stata fatta sempre su richiesta dell’Alitalia nel maggio 2012, a seguito di alcune campagne stampa che segnalavano la presenza di materiali contenenti amianto su aeromobili MD80. L’indagine si è svolta all’interno delle officine centrali dell’aeroporto di Fiumicino durante le attività di manutenzione per il controllo e la sostituzione di alcune guarnizioni nella pompa idraulica e in quella del carburante di un aeromobile MD80. Anche in questo caso non è stata rilevata la presenza di fibre di amianto o di fibre artificiali aerodisperse.
Durante lo smontaggio del pezzo che contiene la guarnizione all’interno della pompa non si ha liberazione di materiale fibroso, perché la guarnizione è bagnata di sostanze oleose, quindi c’è già un contenimento dovuto alla natura delle condizioni, ma la stessa guarnizione non è composta da materiale di amianto. Al riguardo è stato fatto anche un confronto con una guarnizione dello stesso tipo di quelle rimosse e con specifiche relative allo stesso tipo di pompa montato sull’MD80. Analizzata anche questa, i risultati sono stati negativi per la presenza di amianto, in quanto la guarnizione è fatta da una matrice resinosa, gommosa in cui sono immerse fibre artificiali di tipo vetroso. Pertanto nelle condizioni verificate durante le indagini del 2003, sia nell’aria distribuita nelle cabine durante i voli, sia nelle componenti più sospette, come le guarnizioni della pompa carburante, non risultano presenti materiali fibrosi di amianto.
Il dottor Cavariani ha quindi fatto presente che il Centro regionale amianto della AUSL di Viterbo fa parte della rete del Registro nazionale mesoteliomi: in questa veste, ha individuato e studiato 3 dei 14 casi di mesotelioma conclamato del settore aeronautico dei quali si è detto in precedenza. Si tratta di tre piloti dell’Alitalia, per i quali però non era stato ancora possibile fino a quel momento ricostruire in modo completo la storia dell’esposizione professionale: oltre all’attività presso l’Alitalia, infatti, questi soggetti avevano fatto in precedenza un lungo addestramento nell’aeronautica militare, come era frequente fino agli anni Ottanta per molti piloti poi transitati nell’aviazione civile. Per una corretta valutazione dei casi mancano però le necessarie informazioni sul comparto dell’aviazione militare, sull’eventuale presenza di amianto e in generale sulle caratteristiche costruttive e di funzionamento degli aeromobili militari utilizzati all’epoca, tanto è vero che non si era potuto ancora classificare i casi dei tre piloti dell’Alitalia.
In risposta ad alcuni quesiti della Commissione, il dottor Marinaccio ha poi precisato che il Registro nazionale mesoteliomi agisce in base al citato decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 308 del 2002 e raccoglie i casi che presentano una diagnosi di mesotelioma dal 1993 al 2008. Di conseguenza, la rilevazione e l’analisi dei casi di mesoteliomi, anche nel settore aeronautico, non è mossa da un interesse specifico ma rientra nella normale attività istituzionale. L’obiettivo è quello di portare alla luce i meccanismi e i rischi di esposizione all’amianto nei diversi ambiti professionali e non, sia per finalità di conoscenza scientifica che di prevenzione primaria, poiché l’amianto, pur essendo ormai bandito, è però ancora presente in molti contesti. In questo senso sono stati fatti una serie di studi su alcuni settori e altri sono stati appena iniziati, come per il settore degli zuccherifici e dell’aeronautica.
La dottoressa Menegozzo ha aggiunto a sua volta che nel settore aeronautico si può per il momento solo fare uno studio descrittivo dei casi di mesoteliomi individuati, ma non definire il livello di rischio, che è misurato dal rapporto tra i casi individuati e il totale dei soggetti esposti o impiegati in quel settore. Quest’ultimo dato, che è appunto quello dei «denominatori» prima citati, non è ancora disponibile e non consente quindi di determinare il relativo indice di rischiosità. Per quanto riguarda il settore dell’aeronautica militare, ha poi precisato che non erano state chieste informazioni ufficiali, ma per l’esperienza di altre ricerche condotte in passato è sempre molto difficile ottenere notizie sui comparti militari rispetto a quelli civili.
La Commissione ha poi chiesto come il Registro nazionale mesoteliomi acquisisca le informazioni e se disponga effettivamente dei dati su tutti i casi di mortalità per amianto registrati in Italia. Il dubbio sorge perché, ad esempio, la Procura di Torino nel corso delle indagini per il processo Eternit ha dovuto ricostruire autonomamente la storia dell’esposizione all’amianto di molti soggetti ammalatisi.
Il dottor Marinaccio ha precisato che esistono in Italia varie banche dati riguardanti i casi di tumori legati all’amianto, o ad altre cause, ma hanno una valenza diversa. L’ISTAT, sulla base dell’attività delle ASL, raccoglie tutti i casi di mortalità, inclusi quelli per mesoteliomi ed altri tipi di tumori: si tratta di dati affidabili e consolidati, che si riferiscono però a persone decedute e delle quali non si fornisce la storia occupazionale, per cui non è possibile sapere quanti e quali di quei casi hanno avuto un’origine professionale. Poi ci sono i registri tumori delle varie Regioni italiane, che riguardano malati ancora in vita: questi registri effettuano un’analisi approfondita dei casi dal punto di vista clinico, ma non indagano sulle cause dell’esposizione.
Il Registro nazionale mesoteliomi ha una valenza più specifica, perché riguarda esclusivamente i mesoteliomi e ricostruisce anche la storia dell’esposizione dei soggetti, occupazionale e non. Si tratta di uno strumento all’avanguardia anche a livello internazionale. Ci sono però situazioni più complesse: mentre il mesotelioma è sicuramente una malattia di origine professionale, per altri tipi di tumore l’eziologia deve essere ricostruita caso per caso ed è per questi che probabilmente la Procura di Torino ha dovuto fare delle indagini ad hoc. Anche il Registro nazionale mesoteliomi, pur nella sua completezza, sconta comunque alcuni limiti oggettivi: in primo luogo non è attivo in tutta Italia, mancando la Regione Molise e la Provincia autonoma di Bolzano, mentre alcune Regioni (Abruzzo, Calabria e Sardegna) non rilevano tutti i casi, il che significa che per queste Regioni non è possibile ricostruire i dati di incidenza.
In più c’è una riduzione della capacità informativa del Registro, nel senso che, a seconda delle Regioni, si riescono ad intervistare solo il 70-80 per cento dei casi. Quindi c’è un altro deficit che dipende dalle capacità e dalla disponibilità di risorse dei Centri operativi regionali che dovrebbero essere sostenuti e aiutati. In ogni caso, nel 2008 sono stati raccolti intorno ai 1.400 casi di mesotelioma, quindi, dal punto di vista scientifico, si può dimostrare che il Registro coglie ugualmente con una certa affidabilità la dimensione del fenomeno dei mesoteliomi nel nostro Paese. Infine, pur essendo stato il Registro istituito molti anni prima, la sua rete regionale è stata completata solo nel 2008: di conseguenza per gli anni precedenti mancano dati completi a livello nazionale, il che incide anche sulla capacità di fare previsioni sui futuri andamenti delle patologie asbesto-correlate.
Il dottor Silvestri ha segnalato un’ulteriore criticità del sistema di raccolta dei dati che va a discapito della rilevazione: molte strutture mediche o diagnostiche segnalano spesso con ritardo i casi di mesotelioma ai servizi delle ASL, che sono gli organi di polizia giudiziaria ai quali il medico che per primo effettua la diagnosi ha l’obbligo di refertare. La segnalazione per legge andrebbe fatta entro le 48 ore dalla scoperta del caso: tale omissione, oltre a costituire un reato, crea gravi lacune a tutto il sistema, in quanto le informazioni sui casi e sulle circostanze dell’esposizione all’amianto possono essere recuperate solo a posteriori, in genere dopo la morte dei malati, attraverso l’esame delle schede di dimissione ospedaliera, attraverso i registri dei tumori, quando esistono, o attraverso i registri di mortalità, e andando ad interpellare i familiari delle vittime, il che però non dà risultati esaurienti.
In Toscana la Procura generale di Firenze, per risolvere questo problema, ha imposto a tutti i patologi di segnalare tempestivamente alcune patologie di chiara origine professionale: il mesotelioma, i tumori naso-sinusali, l’angiosarcoma epatico, l’asbestosi e la silicosi. Iniziative analoghe si vorrebbero adottare anche per altri soggetti, essendo varie le figure mediche o sanitarie cui spetterebbe il compito di fare la segnalazione. Da queste omissioni, che sono reati penalmente perseguibili, derivano altri reati a catena, perché l’ufficiale di polizia giudiziaria che non denuncia il medico che ha compiuto un’omissione di referto è a sua volta perseguibile per omissione di atti d’ufficio.
Il dottor Silvestri ha infine sottolineato che questa impasse danneggia in primo luogo il lavoratore che si è ammalato, perché spesso l’INAIL chiede l’onere della prova, che la moglie o il figlio non sono in grado di fornire. Il lavoratore viene così danneggiato due volte: per la malattia e per il fatto di non vedere riconosciuta la causa professionale; anche da un punto di vista della sorveglianza epidemiologica e in ambito scientifico finisce per esservi una perdita.
Conclusivamente, sulla base dell’inchiesta svolta dalla Commissione di cui si è dato conto in queste pagine, non sembra esservi evidenza della presenza attuale di amianto a bordo di aeromobili civili. Viceversa, come hanno dimostrato i dati raccolti in particolare dal Registro nazionale mesoteliomi, l’amianto è stato sicuramente presente in passato nel settore dei trasporti aerei, anche in anni successivi alla messa al bando di questo materiale, avvenuta nel 1992.
Tuttavia, la ricerca in questo campo da parte degli esperti del Registro è appena agli inizi e qualunque conclusione sarebbe assolutamente prematura. Come si è visto, infatti, i dati disponibili in questa fase consentono solo analisi di tipo descrittivo, in quanto mancano informazioni più approfondite, in particolare sul numero complessivo degli esposti, necessarie per stimare i cosiddetti indici di incidenza. Ciò vale soprattutto per determinati settori, come quello dell’aviazione militare, in cui è più difficile reperire informazioni.
Anche questa vicenda conferma comunque la natura ubiquitaria del problema delle patologie legate all’esposizione all’amianto, a causa dell’ampia diffusione che ha avuto per molti anni tempo questo materiale in Italia (come del resto in molti altri Paesi) e dei lunghi periodi di latenza delle malattie asbesto-correlate. A questo si aggiunge poi il fatto che il materiale è purtroppo ancora fisicamente presente in molti manufatti ed edifici del nostro Paese e la sua bonifica è un’operazione costosa e complessa.
Nel corso dell’ultimo anno di attività, la Commissione si è confrontata direttamente anche con questi aspetti del problema dell’amianto in occasione del sopralluogo svolto in Emilia il 17 e 18 settembre 2012. Come accennato nel paragrafo 3.3.2, la Commissione in quei giorni ha compiuto una serie di sopralluoghi in varie aziende dove si erano verificati infortuni mortali sul lavoro per i crolli legati al terremoto del 20 e del 29 maggio. Molti degli edifici industriali devastati dal sisma avevano coperture in Eternit, le quali, a seguito del crollo, si erano frantumate e sbriciolate, creando un ulteriore potenziale pericolo per l’ambiente circostante e la salute delle popolazioni.
Tale problema è stato preso in carico dalla Regione Emilia-Romagna nell’ambito delle attività di ricostruzione del dopo terremoto, per aiutare le amministrazioni comunali, alcune delle quali hanno segnalato la difficoltà di procedere alle operazioni di rimozione e smaltimento, anche a causa del fatto che talune delle aziende crollate erano fallite e che, di conseguenza, gli ingenti costi della bonifica sarebbero stati interamente a loro carico.
Anche da questo esempio, quindi, si comprende come il problema dell’amianto in Italia sia tuttora presente e abbia molte sfaccettature, non sempre di facile soluzione. Su tutti questi argomenti si è fatto il punto recentemente in una importante conferenza governativa, della quale si parlerà nel prossimo paragrafo.

3.5.2. La «II Conferenza governativa sulle patologie asbesto-correlate»
La «II Conferenza governativa sulle patologie asbesto-correlate» è stata organizzata a Venezia dal 22 al 24 novembre 2012 dai Ministeri della salute, dell’ambiente e del lavoro e delle politiche sociali, con il duplice obiettivo di discutere dell’emergenza nazionale amianto e di individuare le iniziative da attivare per la redazione di un Piano nazionale sull’amianto. Alla Conferenza ha preso parte, in rappresentanza della Commissione, anche il presidente Tofani.
I lavori della Conferenza hanno delineato un quadro, per così dire, a luci e ombre: se da una parte si è registrata una generale soddisfazione per l’iniziativa, attesa dal 1999 (anno della prima e ultima Conferenza governativa), dall’altra è emersa con chiarezza la necessità di un ulteriore impegno per il contrasto a questo problema, tuttora molto grave 29.
Secondo i dati presentati dall’INAIL nel corso della Conferenza, nel 2011 si sono avute 2.312 denunce di nuovi casi, con un calo dello 0,6 per cento rispetto al 2010 (erano state 2.326) e con un incremento del 2,9 per cento rispetto al 2009 (erano state 2.244). Sono diminuite le neoplasie da asbesto, ossia il mesotelioma pleurico, il carcinoma polmonare, il mesotelioma peritoneale, il mesotelioma della tunica vaginale e del testicolo: 955 nel 2011 rispetto alle 1.034 del 2010, con una diminuzione del 7,6 per cento; in calo anche le denunce per asbestosi (531 nel 2011 rispetto a 572 nel 2010), con una diminuzione del 7,2 per cento. In aumento del 14,7 per cento le denunce per placche pleuriche, passate dai 720 casi del 2010 agli 826 casi del 2011.
Un altro aspetto è quello dei riconoscimenti: l’analisi relativa ai dati del triennio 2005-2007 rivela un tasso di riconoscimento (rapporto tra casi riconosciuti e casi denunciati) di poco inferiore all’80 per cento per placche e ispessimenti pleurici (79,6 per cento), mesoteliomi (79,5 per cento) e carcinomi polmonari (77,2 per cento), mentre nel caso dell’asbestosi la percentuale dei riconoscimenti si ferma al 53,6 per cento. Per quanto riguarda gli anni più recenti, nel 2009 e nel 2010 il tasso di riconoscimento è stato del 70 per cento circa, mentre nel 2011 è stato del 65 per cento circa, ma è un dato da ritenersi provvisorio – per difetto – in quanto può risentire dei tempi tecnici necessari per la trattazione delle pratiche amministrative.
Per quanto riguarda ai dati relativi ai decessi per malattie professionali da asbesto (aggiornati al 30 settembre 2012), nel 2011 sono stati 692, mentre erano stati 837 nel 2010 e 853 nel 2009, anno in cui si è registrato il picco del quinquennio 2007-2011. In media, l’87 per cento dei decessi è stato causato da neoplasie da asbesto.
Per quanto riguarda le prestazioni erogate dall’INAIL per le rendite di inabilità permanente da malattie asbesto-correlate, al 31 dicembre 2011 risultavano in essere 13.839 rendite, di cui 4.786 dirette (erano 13.145 al 31 dicembre 2010, di cui 4.726 dirette). La spesa per rendite è passata dai 146 milioni circa del 2010 ai 192 milioni del 2011.
Nell’ambito della Conferenza, è stato altresì presentato il quarto rapporto sul Registro nazionale dei mesoteliomi (ReNaM): del funzionamento del Registro e della sua rete di Centri operativi regionali (COR) si è detto nel paragrafo precedente, riferendo dell’audizione svolta il 1º agosto 2012 dagli esperti del Registro dinanzi alla Commissione. L’archivio del Registro nazionale mesoteliomi, aggiornato a ottobre 2012 e con riferimento ai casi diagnosticati dal 1993 al 2008, contiene informazioni relative a 15.845 casi di mesotelioma maligno.
La malattia si presenta generalmente dopo più di 40 anni dall’inizio dell’esposizione. Per oltre il 90 per cento dei casi la malattia insorge a carico della pleura polmonare e per il 6 per cento a carico del peritoneo, mentre sono rare le localizzazioni pericardiche e della tunica vaginale del testicolo. Fino a 45 anni la malattia è rarissima (solo il 2,3 per cento del totale dei casi registrati), mentre l’età media alla diagnosi è di 69 anni. Per quanto riguarda il genere, il tasso standardizzato per mesotelioma maligno per il 2008 risulta pari a 3,5 (per 100.000 residenti) negli uomini e 1,4 nelle donne per la pleura.
Dei 15.845 casi rilevati dal 1993 al 2008, per 12.065 sono state ricostruite le modalità di esposizione ad amianto: il 69,3 per cento presenta un’esposizione professionale; il 4,4 per cento familiare, il 4,3 per cento ambientale; l’1,6 per cento per un’attività extralavorativa di svago o hobby; per il 20,5 per cento dei casi l’esposizione è improbabile o ignota.
Rispetto ai settori professionali coinvolti, i lavoratori più colpiti sono quelli dell’industria edile, dei cantieri navali, dell’industria dei manufatti in cemento-amianto e della riparazione dei rotabili ferroviari.
Il quarto rapporto del Registro sottolinea che fino alla fine degli anni Ottanta l’Italia è stata uno dei maggiori produttori e utilizzatori di amianto: dal dopoguerra fino al bando del 1992 nel nostro Paese sono state prodotte 3.748.550 tonnellate di amianto grezzo; il picco nei livelli di produzione è stato raggiunto tra il 1976 e il 1980 con più di 160.000 tonnellate/anno prodotte; fino al 1987 la produzione non è mai scesa sotto le 100.000 tonnellate/anno per poi decrescere rapidamente fino al bando.
Anche le importazioni italiane di amianto grezzo sono state molto consistenti, mantenendosi superiori alle 50.000 tonnellate/anno fino al 1991. Complessivamente l’Italia dal dopoguerra al 1992 ha importato 1.900.885 tonnellate di amianto. L’Italia mostra una inversione di tendenza nei consumi di amianto significativamente dopo rispetto a gran parte dei Paesi occidentali.
L’uso dell’amianto è stato completamente bandito in Italia nel 1992. Ciò nonostante, come si è detto prima il nostro Paese subisce oggi le conseguenze dei livelli di esposizione determinati dall’intenso uso del materiale dal secondo dopoguerra, in particolare nei settori della produzione industriale di manufatti in cemento-amianto (il cosiddetto Eternit), di manufatti tessili contenenti amianto, della cantieristica navale, della riparazione e demolizione di rotabili ferroviari e nell’edilizia.
È quindi ufficialmente confermata la drammatica attualità del problema sanitario dell’esposizione all’amianto, che come si è detto deriva da una pluralità di fattori:
– il grande utilizzo di amianto nel nostro Paese (come già ricordato, più di 3,5 milioni di tonnellate fra produzione nazionale e importazioni dal dopoguerra al bando del 1992);
– la lunga latenza delle malattie asbesto-correlate;
– la presenza del materiale anche in situazioni meno prevedibili di vita e di lavoro.
Gli esperti prevedono che nei prossimi anni le patologie asbesto-correlate conosceranno un drammatico picco entro il 2020. L’INAIL e il Registro nazionale mesoteliomi stanno lavorando intensamente per consolidare l’attività di ricerca in questo campo, innanzitutto col completamento della copertura territoriale del ReNaM e con un apposito piano di informatizzazione e sviluppo integrato dei Centri operativi regionali, al fine di rendere più uniformi, tempestive ed efficaci le attività e di integrare i dati disponibili di incidenza con quelli di mortalità identificando le aree a maggior rischio e l’impatto sanitario complessivo delle malattie asbesto-correlate.
Nella Conferenza sono stati forniti anche i dati del «Fondo vittime dell’amianto», istituito presso l’INAIL per assicurare una prestazione aggiuntiva ai titolari di rendita per malattia asbesto-correlata. I beneficiari del Fondo sono aumentati dai 13.500 del 2008 ai 15.300 del 2011. L’erogazione complessiva per la «prestazione aggiuntiva» a carico del Fondo per i quattro anni è di 93,4 milioni di euro.
Il Fondo, istituito dall’articolo 1, commi 241-246, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (legge finanziaria 2008), prevede l’erogazione di uno speciale beneficio a favore dei lavoratori titolari di rendita diretta, anche unificata, ai quali sia stata riconosciuta, dall’INAIL e dall’ex IPSEMA, una patologia asbesto-correlata per esposizione all’amianto e alla fibra «fiberfrax», la cui inabilità o menomazione abbia concorso al raggiungimento del grado minimo indennizzabile in rendita, oppure a favore dei loro familiari, individuati ai sensi dell’articolo 85 del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1965, n. 1124 («Testo unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali»), titolari di rendita ai superstiti, nel caso in cui la patologia asbesto-correlata abbia avuto un ruolo nel determinare la morte dell’assicurato.
Il beneficio in questione si configura come una prestazione aggiuntiva alla rendita percepita e, a decorrere dal 1º gennaio 2008, è erogato d’ufficio dall’INAIL previo trasferimento delle risorse finanziarie da parte dello Stato, pertanto gli interessati non devono presentare alcuna istanza.
Delle 2.312 denunce complessivamente presentate all’INAIL nel 2011 per patologie da asbesto – asbestosi, neoplasie (mesoteliomi e carcinoma del polmone) e placche pleuriche – 2.219 hanno riguardato in particolare il settore dell’industria e dei servizi. Tra queste 1.328, pari al 59,8 per cento, sono state riconosciute come malattie di origine professionale. Le denunce del settore sono leggermente in calo rispetto alle 2.267 presentate nel 2010, che hanno portato al riconoscimento di 1.567 casi, con un tasso del 69,1 per cento rispetto al totale.
Nel settore dell’industria e dei servizi l’andamento storico delle denunce presentate mostra una crescita costante delle neoplasie da asbesto, passate da poche decine nel 1994 fino a sfiorare quota 1.200 nel 2009. Nello stesso arco temporale il numero delle asbestosi denunciate ha oscillato tra 500 e 900 casi all’anno, con la significativa eccezione del 1996, quando è stata superata quota 1.200. Nel caso delle placche pleuriche l’analisi, limitata al periodo 2003-2009, mostra invece un trend in calo: dalle oltre 600 denunce presentate nel 2003, infatti, si è passati ai circa 400 casi del 2009.
Anche in questo settore si è quindi assistito negli ultimi anni ad un aumento delle denunce, nell’ambito del fenomeno più generale dell’emersione delle cosiddette malattie perdute e sconosciute. Il miglioramento della tutela prevenzionale e assicurativa del lavoratore passa infatti anche attraverso una puntuale mappatura del rischio e un’accurata analisi dei danni, per consentire l’individuazione di quelle malattie che non vengono denunciate.
Di fronte ad una emergenza molto chiara, il problema più grande resta quello della prevenzione e, quindi, della sorveglianza sanitaria degli ex esposti e della bonifica dei siti ancora contaminati dall’amianto. La Commissione si è occupata di alcune di queste vicende nel corso dell’inchiesta: oltre ai casi già segnalati in questa e nelle precedenti relazioni annuali, si può citare la situazione dell’Ilva di Taranto, esplosa drammaticamente nell’ultimo anno e che ha purtroppo anche altri risvolti legati non solo alla questione dell’amianto. Su questo argomento il 7 novembre 2012 la Commissione ha ascoltato il procuratore della Repubblica di Taranto, dottor Francesco Sebastio. Poiché in quel momento le indagini erano ancora in corso, l’audizione si è svolta in seduta segreta: al di là delle questioni giudiziarie, la vicenda si connota ormai per aspetti di particolare gravità, sia dal punto di vista sanitario e ambientale a causa degli alti livelli di inquinamento, sia dal punto di visto socio-economico per le ricadute sugli aspetti produttivi ed occupazionali. Essa è un caso esemplare proprio in quanto affonda le sue radici in una lunga storia di omissioni e di ritardi negli interventi da parte delle istituzioni e delle forze sociali.
Proprio sul tema della prevenzione è giunto un forte richiamo nel corso della Conferenza governativa sull’amianto, soprattutto da parte delle associazioni e dei comitati che rappresentano le vittime dell’amianto e i loro familiari. Uno dei problemi ancora aperti è la messa a punto di un Piano nazionale amianto, annunciato anche dal Governo e atteso da tempo. In quest’ambito l’obiettivo è quello di istituire un protocollo uniformato sulla sorveglianza sanitaria per le Regioni, insieme con la fissazione dei limiti delle discariche e dei processi di inertizzazione dell’amianto, aspetti sui quali ancora non si è raggiunta un’intesa.
Come si è detto nel paragrafo 2.3, su questi aspetti il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, professoressa Elsa Fornero, ha riferito alla Commissione nel corso dell’audizione del 19 dicembre 2012: in particolare, per quanto riguarda il Piano nazionale amianto il Ministro ha annunciato che il Ministero ha ormai ultimato la parte di sua competenza e anche gli altri Ministeri coinvolti (quello della salute e dell’ambiente) sono a buon punto, pertanto è auspicabile che il Piano possa essere adottato in breve tempo. Molte persone hanno chiesto al Ministero del lavoro e delle politiche sociali anche un allargamento delle tutele e dei benefici economici previsti per i casi di esposizione all’amianto: il Ministro ha però avvertito come tale richiesta, pur essendo all’attenzione del suo Dicastero, sia assai più difficile da soddisfare, anche a causa degli attuali vincoli di finanza pubblica.
Altre questioni da affrontare riguardano la gestione delle vertenze processuali, sulla scia dell’esempio e delle sentenze del caso Eternit di Torino, che hanno posto l’esigenza di una diversa organizzazione di questi procedimenti giudiziari. Ancora, si è posto il problema dei benefici previdenziali per gli ex esposti, previsti dalla legge n. 257 del 1992 e poi ridotti o soppressi dall’aumento dell’età pensionabile stabilito dalla recente riforma pensionistica, in ordine ai quali gli interessati hanno sottolineato la necessità di un chiarimento. Inoltre, resta tuttora da risolvere la questione dei siti inquinati da bonificare per la presenza da amianto: occorre fissare delle priorità di intervento sui casi più gravi e trovare le necessarie risorse. Questo aspetto si collega alla definizione delle modalità di smaltimento dell’amianto: tenuto conto che molte Regioni non hanno ancora un loro piano di smaltimento, il numero di discariche esistenti in Italia è troppo basso e vi è comunque la necessità di limitare il ricorso a questo strumento, quindi serve individuare processi efficaci di inertizzazione dell’amianto, per i quali occorre ugualmente reperire adeguate risorse.
A tal fine, tra gli incentivi alle imprese per investimenti in sicurezza che l’INAIL ha attivato a partire dal 2010, rientrano anche quelli relativi alla bonifica amianto, che infatti compare tra le 11 voci censite per classificare i progetti. Con questa voce – nella procedura valutativa del giugno 2012, relativa al bando del 2011 – sono state ammesse al finanziamento 432 domande (su un totale di 4.300) per un importo finanziato di circa 25 milioni di euro. Poiché si tratta di un importo di co-finanziamento – al 50 per cento, l’altra metà essendo a carico dell’impresa – l’impegno complessivo di investimento per la «bonifica amianto» relativo al 2011 sarà di circa 50 milioni. Proprio durante la Conferenza, l’Istituto ha annunciato la sua intenzione di confermare questa voce – «bonifica amianto»
– anche nel bando del 2012, di prossima pubblicazione.
L’auspicio è dunque che, con questa ed altre iniziative, si possa finalmente addivenire nei prossimi anni ad una significativa riduzione del rischio legato all’esposizione all’amianto, come pure delle patologie ad esso correlate, attraverso una cultura della prevenzione sempre più diffusa ed una capacità di intervento sempre più mirata ed efficace.