Cassazione Civile, Sez. Lav., 07 maggio 2024, n. 12401 - Domanda di rendita vitalizia finalizzata a rimediare all'omissione contributiva verificatasi in danno del defunto coniuge



 


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO CIVILE


Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto - Presidente

Dott. MANCINO Rossana - Consigliere

Dott. MARCHESE Gabriella - Consigliere

Dott. CAVALLARO Luigi - Rel. Consigliere

Dott. BUFFA Francesco - Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA



sul ricorso 23552-2018 proposto da:

A.A., domiciliata in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall'avvocato MARIA ASSUNTA NOTARANGELO;

- ricorrente -

contro

I.N.P.S. - ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l'Avvocatura Centrale dell'Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati CARLA D'ALOISIO, ANTONINO SGROI, LELIO MARITATO, EMANUELE DE ROSE, GIUSEPPE MATANO, ESTER ADA SCIPLINO;

- controricorrente -

nonché contro

S.I.M.O.T.E.S. DI B.B. & C. Snc;

- intimata -

avverso la sentenza n. 1917/2018 della CORTE D'APPELLO di

MILANO, depositata il 23/01/2018 R.G.N. 832/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 17/01/2024 dal Consigliere Dott. LUIGI CAVALLARO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. STEFANO VISONA', che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l'Avvocato CARLA D'ALOISIO.
 

Fatto


Con sentenza depositata il 23.1.2018, la Corte d'appello di Milano ha confermato la pronuncia di primo grado che aveva rigettato la domanda di A.A. volta alla costituzione della rendita vitalizia finalizzata a rimediare all'omissione contributiva verificatasi in danno del defunto coniuge, N.V., che aveva prestato attività lavorativa alle dipendenze di S.I.M.O.T.E.S. di B.B. & C. Snc senza che il datore di lavoro versasse i contributi dovuti. La Corte, in particolare, ha ritenuto insufficiente, siccome priva di data certa, la prova documentale costituita dalla dichiarazione di emersione dal lavoro irregolare rilasciata dal legale rapp.te della società presunta datrice di lavoro in epoca successiva alla cessazione del rapporto, reputando peraltro che costui l'avesse resa al solo fine di favorire la vedova ed escludendo che ad essa potesse annettersi qualunque valore confessorio.

Avverso tale pronuncia A.A. ha proposto ricorso per cassazione, deducendo un motivo di censura. L'INPS ha resistito con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

 

Diritto


Con l'unico motivo di censura, la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell'artt. 13, l. n. 1338/1962, in relazione agli artt. 2702 e 2735 c.c. e 116 e 230 c.p.c., per avere la Corte di merito ritenuto insufficiente, siccome priva di data certa, la prova documentale costituita dalla dichiarazione di emersione dal lavoro irregolare del suo dante causa, rilasciata dal legale rapp.te di S.I.M.O.T.E.S. di B.B. & C. Snc in epoca successiva alla cessazione del rapporto di lavoro: a suo avviso, infatti, tale affermazione contrasterebbe con il principio di diritto enunciato da Cass. n. 3562 del 1992, che ha escluso che la documentazione richiesta ex art. 13, l. n. 1338/1962, debba avere data certa ex art. 2704, comma 1°, c.c., e oblitererebbe che, in ogni caso, la dichiarazione di emersione rappresenterebbe prova legale della pregressa esistenza del rapporto, in quanto confessione stragiudiziale resa alla parte (rectius, alla sua erede).

Il motivo è infondato.

È senz'altro vero che, all'indomani della sentenza n. 568 del 1989, con la quale la Corte costituzionale dichiarò l'illegittimità costituzionale dell'art. 13, quarto e quinto comma, l. n. 1338/1962, nella parte in cui, salva la necessità della prova scritta sull'esistenza del rapporto di lavoro da fornirsi dal lavoratore, non consentiva di provare altrimenti la durata del rapporto stesso e l'ammontare della retribuzione, la giurisprudenza di questa Corte ebbe ad affermare che, ferma la possibilità di provare con qualsiasi mezzo la durata del rapporto e l'ammontare della retribuzione, la prova scritta dell'esistenza del rapporto di lavoro, necessaria al fine della costituzione della rendita vitalizia riversibile, non doveva essere necessariamente di data certa (così, in termini, Cass. n. 3562 del 1992, cit. in ricorso); e non meno vero è che la giurisprudenza successiva, pur oscillando circa la necessità o meno della data certa della prova documentale (per l'affermativa cfr., ad es., Cass. n. 1732 del 2000), ebbe a sostenere, da un lato, che la data certa poteva essere provata con qualsiasi mezzo, a norma dell'art. 2704, comma 3°, c.c., e, dall'altro, che non era necessario che il documento dovesse esser stato formato nel corso del rapporto di lavoro o al termine di esso, stante che la finalità della data certa non doveva ritenersi quella di dare certezza temporale ai fatti oggetto della dichiarazione, ma di rendere riferibile con sicurezza la dichiarazione a chi ne risultava autore e di fissare quindi il momento temporale in cui essa era stata resa (così Cass. n. 12552 del 2003, sulla scorta di Cass. n. 10947 del 1995).

È però altrettanto vero che la giurisprudenza successiva di questa Corte ha opinato diversamente e, sulla scorta delle precisazioni rese da Cass. S.U. n. 840 del 2005, che ha affermato l'impossibilità di ritenere provata l'esistenza di un unico rapporto di lavoro subordinato mediante una prova scritta relativa ad un periodo diverso rispetto a quello in cui è posta in discussione l'esistenza di prestazioni lavorative caratterizzate dal vincolo della subordinazione, ha riveduto l'orientamento di cui s'è detto, giungendo ad affermare che la regola secondo la quale la durata del rapporto di lavoro può essere provata con ogni mezzo deve essere circoscritta al caso in cui esista una prova documentale (la cui data può essere provata con ogni mezzo) che attesti l'avvenuta costituzione di un rapporto a partire dalla medesima epoca a decorrere dalla quale è consentita la prova, con ogni mezzo, della relativa durata e della retribuzione (così Cass. n. 2600 del 2009).

Muovendo dal rilievo che la parziale declaratoria d'incostituzionalità dell'art. 13, l. n. 1338/1962, è stata argomentata da Corte cost. n. 568 del 1989 sul rilievo di uno squilibrio tra l'interesse del lavoratore pregiudicato dal mancato versamento contributivo e l'interesse pubblico di evitare la creazione postuma di posizioni contributive fittizie, Cass. n. 2600 del 2009, cit., ha infatti osservato che il documento probatorio, la cui data certa può essere provata ex art. 2704, comma 3°, c.c., deve pur sempre concernere un rapporto che rispetto ad esso sia contestuale o successivo e del quale sia poi possibile provare con mezzi diversi dalla prova scritta solo la durata successiva ulteriore e la misura della retribuzione: diversamente opinando, infatti, si tornerebbe a svalutare eccessivamente la regola della prova scritta dell'esistenza del rapporto di lavoro, giacché la prova testimoniale finirebbe con l'investire anche i fatti da cui è dato desumere la qualificazione del rapporto e quindi, in sostanza, l'esistenza stessa del rapporto di lavoro subordinato, che invece è ciò che l'art. 13, cit., per quanto ridimensionato dall'intervento della Corte costituzionale, intende certamente impedire per le ampie possibilità di abuso che tale apertura sul piano probatorio comporterebbe in relazione a rapporti inevitabilmente assai datati nel tempo. A tali argomenti (successivamente ribaditi in part. da Cass. nn.26666 del 2016 e 13202 del 2019) intende il Collegio assicurare continuità; ed è evidente che, alla stregua dell'anzidetto principio di diritto, le censure formulate in ricorso si rivelano infondate: anzitutto perché la dichiarazione di emersione è stata resa, secondo la stessa prospettazione di parte ricorrente, in data successiva alla cessazione del rapporto di lavoro, di talché non può essere utilizzabile quale prova scritta di un rapporto di lavoro ad essa anteriore; in secondo luogo, perché l'eventuale valore confessorio della dichiarazione è questione che può validamente porsi solo rispetto al contenuto di un documento che abbia data certa coeva o anteriore al rapporto di lavoro cui si riferisce, ciò che nella specie è - come s'è detto - escluso. Il ricorso, pertanto, va rigettato. Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo, mentre, tenuto conto del rigetto del ricorso, va dichiarata la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, dia parte della ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, previsto per il ricorso.

 

P.Q.M.


La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che si liquidano in Euro 3.700,00, di cui Euro 3.500,00 per compensi, oltre spese generali in misura pari al 15% e accessori di legge. Ai sensi dell'art. 13, comma 1-quater, D.P.R. n. 115/2002, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 17 Gennaio 2024.

Depositato in Cancelleria il 7 maggio 2024.