Cassazione Civile, Sez. Lav., 08 maggio 2024, n. 12564 - Licenziamento per giusta causa del conducente di mezzo adibito al trasporto pubblico per violazione dell'obbligo di astenersi totalmente dall'assunzione di alcol



 


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana - Presidente

Dott. PAGETTA Antonella - Consigliere-Rel.

Dott. PANARIELLO Francescopaolo - Consigliere

Dott. AMENDOLA Fabrizio - Consigliere

Dott. CASO Francesco Giuseppe Luigi - Consigliere

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA



sul ricorso 4752-2021 proposto da:

A.A., domiciliato in Roma Piazza Cavour presso la Cancelleria della Corte Suprema di Cassazione, rappresentato e difeso dagli avvocati Preve Roberto, Borla Alberto;

- ricorrente -

contro

Bus Company Srl, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Via Cesare Ferrero Di Cambiano 82, presso lo studio dell'avvocato Guarino Giancarlo, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati Ropolo Luca, Dirutigliano Diego;

- controricorrente -

avverso la sentenza n. 511/2020 della Corte D'Appello di Torino, depositata il 16 dicembre 2020 R.G.N. 215/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 6 marzo 2024 dal Consigliere Dott. Pagetta Antonella.

 

Fatto


1. Con la sentenza impugnata la Corte d'appello ha confermato la sentenza di primo grado con la quale era stata respinta la domanda di A.A. intesa all'accertamento della nullità/illegittimità, con applicazione della tutela reale, del licenziamento per giusta causa intimatogli dalla Bus Company Srl sulla base di contestazione che addebitava al dipendente - conducente di mezzo adibito al trasporto pubblico - la violazione dell'obbligo di astenersi totalmente dall'assunzione di alcol, obbligo previsto dalla Delibera Regionale Piemontese del 26 ottobre 2015; tale violazione era emersa da due test alcolemici a sorpresa effettuati al momento della ripresa del servizio del lavoratore, test entrambi risultati positivi e riscontrati dall'esito di successivo prelievo ematico;

2. Per la cassazione della decisione ha proposto ricorso A.A. sulla base di quattro motivi; la parte intimata ha depositato controricorso illustrato con memoria;

 

Diritto


1. Con il primo motivo di ricorso parte ricorrente deduce ex art. 360, comma 1 n. 4 c.p.c. violazione dell'art. 112 c.p.c. censurando la sentenza impugnata per la mancata ammissione della prova testimoniale intesa a dimostrare che il dipendente, poco prima dell'effettuazione del test alcolemico, aveva assunto, per problemi legati ad ascesso dentale, un colluttorio a base alcolica e che tale assunzione aveva falsato il risultato del controllo effettuato dalla datrice di lavoro. Rappresenta che pochi minuti dopo il test effettuato in azienda si era sottoposto, con esito negativo, a controllo alcolemico presso la locale stazione dei Carabinieri; tale circostanza, ove confermata in sede di prova orale avrebbe dimostrato che la presenza di alcol era dovuta effettivamente a sciacqui effettuati con colluttorio a base alcolica e non all'assunzione di bevande alcoliche che richiedono un tempo di "smaltimento" notoriamente maggiore;

2. Con il secondo motivo deduce ex art. 360, comma 1, n. 4 c.p.c. violazione dell'art. 112 c.p.c. e nullità della sentenza per avere il giudice di appello valutato la durata del tempo di "decadimento" di un colluttorio a base alcolica nel sangue di una persona sulla base della produzione documentale proveniente da controparte, redatta dal sanitario che aveva effettuato i test, il quale nel procedimento in oggetto risultava essere persona a conoscenza dei fatti e non perito medico legale: sostiene che a tale documentazione non poteva essere dato valore di perizia tecnica occorrendo a tal fine disporre consulenza tecnica d'ufficio;

3. Con il terzo motivo deduce ex art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c. violazione della Delibera regionale Piemontese del 26 ottobre 2015 nella parte in cui stabiliva che il secondo test alcolemico doveva essere effettuato ad almeno 15 minuti di distanza dal primo e non, come avvenuto, a distanza di pochi minuti, con la conseguenza che tanto rendeva nullo l'intero controllo alcolemico eseguito sul ricorrente. Si duole in particolare che la normativa regionale fosse stata esaminata, in punto di distanza temporale fra i due test alcolemici alla luce dell'Intesa Stato/Regioni del 16 marzo 2006; evidenzia che la delibera regionale prendeva in considerazione il caso specifico dell'assunzione di colluttorio a base di alcol che avrebbe potuto falsare il test;

4. Con il quarto motivo deduce ex art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c. violazione dell'art. 2106 c.c. e dell'art. 45 All. A) r.d. n. 148/1931 censurando la sentenza impugnata in punto di valutazione di proporzionalità del licenziamento; sostiene, inoltre, che la concreta fattispecie non era sussumibile in quella, punita con sanzione espulsiva, di cui all'art. 45 n. 12 rd cit., riferita a chi durante il servizio o in funzioni attinenti alla sicurezza dell'esercizio viene trovato in stato di ubriachezza; rappresenta che la irrilevanza della quantità di alcol riscontrata dal test era tale da poter essere ricondotta all'ambito della violazione degli obblighi del dovere di esecuzione del contratto secondo buona fede; rammenta, inoltre, di avere lavorato alle dipendenza della società per oltre 17 anni e di avere superato con esito negativo più di 100 controlli alcolemici;

5. Il primo ed il secondo motivo di ricorso, trattati congiuntamente per connessione, sono inammissibili;

5.1. La sentenza di appello, premesso che l'appellante non aveva disconosciuto la veridicità dei fatti contestati, ha respinto la richiesta di prova testimoniale osservando che, a prescindere dalla dedotta utilizzazione o meno di un colluttorio a base alcolica prima di prendere servizio, la distanza temporale, pari a circa 30 minuti, tra l'abitazione del dipendente, ove questi aveva dichiarato di avere effettuato gli sciacqui con il colluttorio, e il luogo di lavoro, ove era stato effettuato il test, comportava l'incompatibilità dei relativi esiti con qualsiasi residuo alcolico nel cavo orale e nel sangue del ricorrente quale conseguenza dei detti sciacqui; ha quindi osservato che il lavoratore non aveva specificato quale era il colluttorio della linea farmaceutica Listerine assunto in concreto atteso che tale linea contemplava una dozzina di colluttori dei quali solo un paio a base di alcol, e che la prova orale non avrebbe comunque potuto smentire la circostanza che al A.A., pochi minuti prima di prendere servizio, era stato riscontrato un tasso alcolemico superiore allo zero, successivamente confermato dall'esame su campione ematico; tale ultima circostanza rendeva ininfluente il fatto che il secondo test fosse stato effettuato a distanza di cinque minuti e non di quindici dal primo, come prescritto;

5.2. Tale apparato argomentativo non è validamente inficiato dalle censure articolate con i motivi in esame: in primo luogo, per consolidata giurisprudenza di questa Corte il vizio di omessa pronuncia che determina la nullità della sentenza per violazione dell'art. 112 c.p.c., rilevante ai fini di cui all'art. 360, comma 1, n. 4, dello stesso codice, si configura esclusivamente con riferimento a domande attinenti al merito e non anche in relazione ad istanze istruttorie per le quali l'omissione è denunciabile soltanto sotto il profilo del vizio di motivazione (Cass. n. 24830/2017, Cass. n. 13716/2016, Cass. n. 6715/2013); in relazione a tale profilo, ed in particolare in relazione alla valutazione di irrilevanza della prova orale richiesta dal dipendente, la relativa delibazione nel merito risulta in concreto preclusa ex art. 348 ter ultimo comma c.p.c. stante l'esistenza di "doppia conforme", non avendo il ricorrente indicato le ragioni di fatto poste a base della decisione di primo grado e quelle poste a base della sentenza di rigetto dell'appello, dimostrando che esse erano tra loro diverse, come prescritto a pena di inammissibilità (Cass. n. 26774/ 2019, Cass. n. 19001/2016, Cass. n. 5528/2014); è ancora da rilevare il difetto di pertinenza delle censure articolate con le argomentazioni alla base del decisum posto che non viene censurata la affermazione del giudice di appello, affermazione che costituisce il nucleo fondante la decisione sul punto, che, comunque, il tasso alcolemico riscontrato non era correlabile, in ragione della distanza temporale tra la sede dell'azienda e l'abitazione del lavoratore, alla effettuazione degli sciacqui con il colluttorio; infine, le doglianze articolate con il secondo motivo presentano un ulteriore profilo di inammissibilità scaturente dal fatto che esse si risolvono nella richiesta di un differente apprezzamento della documentazione in atti, apprezzamento affidato a motivazioni del tutto genericheDea p quali non chiariscono le ragioni della intrinseca inattendibilità della documentazione depositata da Bus Company Spa, che parte ricorrente, in violazione del precetto di cui all'art. 366, comma 1 n. 6, neppure specifica ed individua partitamente;

6. Il terzo motivo di ricorso è inammissibile per la dirimente considerazione che esso non si confronta con l'affermazione del giudice di appello, affermazione non investita da critica, secondo la quale il lavoratore aveva ammesso la veridicità dei fatti contestati e che, comunque, la presenza di alcol, indipendentemente dai tempi di effettuazione del secondo alcoltest, aveva trovato positivo riscontro negli esiti dell'esame del prelievo ematico effettuati successivamente;

7. Il quarto motivo di ricorso è anch'esso inammissibile;

la sentenza impugnata ha ritenuto che anche ove non riconducibile all'ipotesi sanzionata dall'art. 45 Allegato A) r.d. n. 148/1931 cit., in assenza di previsione nel codice disciplinare dell'applicabilità di sanzione conservativa, la condotta del dipendente doveva essere valutata alla stregua dell'art. 2119 c.c. e concluso che alla luce di tale parametro, tenuto conto di tutti gli aspetti concreti afferenti alla natura e qualità del rapporto ed in particolare alla delicatezza dell'attività espletata di trasporto pubblico di persone, tale condotta era idonea a ledere la fiducia della parte datoriale nella correttezza dei futuri adempimenti da parte del lavoratore;

7.1. Ciò posto la valutazione della Corte di merito si sottrae alle censure articolate, peraltro in funzione meramente contrappositiva all'apprezzamento del giudice di merito, alla luce dei limiti che il sindacato di legittimità incontra in materia di sanzioni disciplinari, essendo normalmente il giudizio di proporzionalità tra licenziamento e addebito contestato devoluto al giudice di merito (v. tra le altre, da ultimo, Cass. n. 107/2024, Cass. n. 8293/2012, Cass. n. 7948/ 2011, Cass. n. 24349/2006, Cass. n. 3944/2005, Cass. n. 444 del 2003);

8. All'inammissibilità del ricorso consegue il regolamento secondo soccombenza delle spese di lite e la condanna del ricorrente al raddoppio del contributo unificato ai sensi dell'art. 13, comma quater D.P.R. n. 115/2002, nella sussistenza dei relativi presupposti processuali;

 

P.Q.M.


La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese di lite che liquida in Euro 5.500,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% e accessori come per legge.

Ai sensi dell'art. 13, co. 1 quater, del D.P.R. n. 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso art.13, se dovuto.

Così deciso in Roma, così deciso nella camera di consiglio, il 6 marzo 2024.

Depositata in Cancelleria l'8 maggio 2024.