XIX Legislatura
Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro pubblici e privati
Audizione, in videoconferenza, di Francesco Santi, Presidente dell'Associazione Italiana Ambiente e Sicurezza (AIAS)
Audizione di Silvia Guaraldi, Segretaria Nazionale FLAI CGIL, di Giuseppa Angheloni, funzionaria dipartimento Agricoltura FLAI Nazionale e di Matteo Bellegoni, Capo dipartimento politiche migratorie FLAI Nazionale
Resoconto stenografico
Seduta n. 30 di Mercoledì 18 marzo 2026
Bozza non corretta
INDICE
Sulla pubblicità dei lavori:
Gribaudo Chiara, Presidente
Audizione, in videoconferenza, di Francesco Santi, Presidente dell'Associazione Italiana Ambiente e Sicurezza (AIAS):
Gribaudo Chiara, Presidente
Santi Francesco, presidente dell'Associazione Italiana Ambiente e Sicurezza (AIAS)
Gribaudo Chiara, Presidente
Santi Francesco, presidente dell'Associazione Italiana Ambiente e Sicurezza (AIAS)
Gribaudo Chiara, Presidente
Santi Francesco, presidente dell'Associazione Italiana Ambiente e Sicurezza (AIAS)
Gribaudo Chiara, Presidente
Audizione di Silvia Guaraldi, Segretaria Nazionale FLAI CGIL, di Giuseppa Angheloni, funzionaria dipartimento Agricoltura FLAI Nazionale e di Matteo Bellegoni, Capo dipartimento politiche migratorie FLAI Nazionale:
Gribaudo Chiara, Presidente
Guaraldi Silvia, Segretaria Nazionale FLAI CGIL
Gribaudo Chiara, Presidente
Scotto Arturo (PD-IDP)
Gribaudo Chiara, Presidente
Guaraldi Silvia, Segretaria Nazionale FLAI CGIL
Bellegoni Matteo, Capo dipartimento politiche migratorie FLAI Nazionale
Gribaudo Chiara, Presidente
Soumahoro Aboubakar (Misto)
Gribaudo Chiara, Presidente
Soumahoro Aboubakar (Misto)
Gribaudo Chiara, Presidente
Guaraldi Silvia, Segretaria Nazionale FLAI CGIL
Gribaudo Chiara, Presidente
Guaraldi Silvia, Segretaria Nazionale FLAI CGIL
Gribaudo Chiara, Presidente
Testo del resoconto stenografico
PRESIDENZA DELLA PRESIDENTE
CHIARA GRIBAUDO
La seduta comincia alle 9.35
Sulla pubblicità dei lavori.
PRESIDENTE. Comunico che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche mediante l'attivazione del sistema audiovisivo a circuito chiuso, nonché via streaming sulla web tv della Camera.
Audizione, in videoconferenza, di Francesco Santi, Presidente dell'Associazione Italiana Ambiente e Sicurezza (AIAS).
PRESIDENTE. Comunico che è pervenuto alla segreteria della Commissione – con distinti invii via mail – ulteriore materiale audio e video da parte di una lavoratrice, che segnala una situazione di sfruttamento che la stessa avrebbe subito dal 2016 al 2021.
Propongo di assegnare alla suddetta documentazione il regime di classificazione RISERVATO.
Tutti i documenti citati sono stati assunti al protocollo e sono disponibili presso l'Archivio della Commissione.
L'ordine del giorno reca l'audizione, in videoconferenza, di Francesco Santi, Presidente dell'Associazione Italiana Ambiente e Sicurezza (AIAS).
Ricordo che la seduta si svolge nelle forme dell'audizione libera ed è aperta alla partecipazione da remoto dei componenti della Commissione di inchiesta che non fossero presenti.
Avverto inoltre che, poiché l'audizione dell'ingegnere Francesco Santi si svolgerà in videoconferenza, non sarà possibile sottoporla al regime di segretezza, in quanto tale regime implicherebbe la sospensione di tutti i collegamenti da remoto, oltre che della trasmissione diretta sulla web-tv della Camera dei deputati.
Pertanto, qualora l'audito dovesse ritenere opportuno di essere ascoltato in seduta segreta, l'audizione dovrà essere necessariamente rinviata ad altra seduta.
Come vi dicevo, ringrazio davvero il dottor Santi anche per questa sua ulteriore disponibilità. Non approfitteremo troppo della sua pazienza.
L'audizione – lo dico per ricordarlo a me stessa e ai colleghi – riguarderà anche la vicenda di Casteldaccia, che ieri, come qualcuno di voi avrà potuto seguire, ha già avuto una prima battuta d'arresto, perché il processo è stato rinviato di quattro mesi, quindi dilazioniamo ulteriormente questa vicenda.
Noi intanto invece proseguiamo, per arrivare, speriamo velocemente, alla formulazione di una proposta congiunta.
La ringrazio, dottor Santi, e le cedo volentieri la parola.
FRANCESCO SANTI, presidente dell'Associazione Italiana Ambiente e Sicurezza (AIAS). Grazie, presidente. Buongiorno a tutti.
Parliamo di rischi legati agli spazi confinati. Gli infortuni mortali in ambienti confinati sospetti di inquinamento (silos, cisterne, fogne, tubazioni, vasche, pozzetti, reattori e cunicoli) rappresentano in Italia una delle più gravi e persistenti emergenze della sicurezza sul lavoro. Le cause prevalenti sono asfissia, intossicazione da agenti chimici, cadute e, in misura minore, esplosioni.
I rischi principali derivano dalla carenza di ossigeno e dalla presenza di agenti tossici o infiammabili, che si manifestano in misura preponderante per tre ragioni convergenti: inosservanza delle procedure operative, assenza o insufficienza di formazione e addestramento specifico, mancato utilizzo dei dispositivi di protezione collettiva e di protezione individuale.
Un caso emblematico è appunto la tragedia di Casteldaccia, in cui cinque operai di una ditta in subappalto alla AMAP, Azienda municipalizzata di Palermo, persero la vita entrando uno dopo l'altro in un impianto fognario. L'analisi di quell'evento ha rivelato un concorso di omissioni sistematiche, sottovalutazione o totale assenza della valutazione del rischio specifico, mancanza di procedure operative di lavoro sicuro, assenza di coordinamento tra committente e impresa appaltatrice, mancanza di attrezzature e dispositivi di protezione individuale e dispositivi di protezione collettiva idonee, assenza di formazione e addestramento adeguati dei lavoratori.
Nei soli ultimi 10 anni in Italia abbiamo avuto oltre 40 decessi in spazi confinati, perlopiù tra lavoratori di piccole imprese operanti in regime di appalto o subappalto.
Noi riteniamo che ci siano criticità nell'attuale quadro normativo, laddove l'attuale disciplina degli spazi confinati è frammentata e lacunosa. Il decreto-legge n. 81/2008 – agli articoli 66 e 121 e nel punto 3 dell'Allegato 4 – si limita a riproporre obblighi già presenti nei decreti presidenziali degli anni '50, i DPR n. 547 del 1955 e n. 164 del 1956, senza tener conto dell'evoluzione tecnologica, già presente nel 2008, e organizzativa del mondo del lavoro.
Il successivo DPR n. 177 del 2011, pur introducendo requisiti di qualificazione per le imprese operanti in tali ambienti, ha generato ulteriore confusione, intervenendo in modo disorganico sui criteri di organizzazione e di esecuzione dei lavori.
Questa situazione normativa produce due conseguenze gravi e dirette: un'inadeguata percezione del rischio da parte degli addetti, in particolare delle piccole imprese incaricate di interventi di manutenzione, riparazione, ispezione, e una mancata organizzazione e pianificazione delle attività, che sfocia frequentemente in un'improvvisazione nell'esecuzione dei lavori e nella gestione delle emergenze.
È significativo ricordare che già nel 2010 il Ministero del lavoro, con la circolare n. 42, aveva rilevato come la maggior parte degli eventi mortali negli spazi confinati fosse riconducibile a un assente o carente valutazione dei rischi, mancata adozione delle misure di prevenzione, quindi in 15 anni nulla è cambiato.
AIAS ritiene che la normativa vigente sia ormai inadeguata, poco chiara e non più in linea con le migliori pratiche internazionali in materia di lavoro insicuro e in prevenzione negli spazi confinati.
La proposta di modifica di AIAS prevede l'integrazione del decreto n. 81/2008, volta a introdurre un quadro regolatorio chiaro, moderno e coerente con gli standard europei e internazionali. La proposta si articola nei seguenti punti: introduzione del capitolo XI-bis del decreto legislativo n. 81/2008, dedicato specificatamente agli spazi confinati, l'abrogazione dell'articolo 66, superato e non più adeguato, la modifica dell'articolo 121 e la modifica del DPR n. 177 del 2011.
Il titolo XI-bis introduce per la prima volta in modo sistematico i seguenti elementi: nel campo di applicazione, una definizione chiara dei soggetti e delle attività cui la normativa sugli spazi confinati si applica, un'indicazione esplicita delle esclusioni (lavori in gallerie ferroviarie e stradali di grande diametro, lavori subacquei, operazioni portuali dovrebbero essere esclusi).
Un altro punto sono le definizioni. Colmando una grave lacuna della legislazione attuale, vengono introdotte per la prima volta la definizione di spazio confinato, atmosfera pericolosa, lavoratore entrante, lavoratore attendente e preposto. La valutazione dei rischi è il cardine, obbligo di identificazione e classificazione degli spazi confinati presenti in ogni azienda (classe A, B o C, a seconda del livello di rischio atmosferico) con aggiornamento periodico, almeno quadriennale.
Le misure tecniche, organizzative e procedurali, l'obbligo di predisposizione di procedure e autorizzazione all'accesso, con documento di permesso di ingresso per spazi di classe A e B, presenza obbligatoria di almeno un lavoratore attendente esterno e di un preposto, informazione, formazione e addestramento, coordinamento, sorveglianza sanitaria, misure di emergenza.
Relativamente alla qualificazione delle imprese, il regime transitorio mantiene in vigore il DPR n. 177/2011 fino all'adozione di un decreto presidenziale, e le sanzioni, aggiornamento e adeguamento del sistema sanzionatorio alle nuove figure e obblighi introdotti.
Per ultimo, AIAS ritiene che la proposta legislativa debba tener conto dell'evoluzione tecnologica disponibile, introducendo uno specifico obbligo relativo all'adozione di strumentazione moderna per il monitoraggio atmosferico. Oggi, sul mercato sono ampiamente disponibili rilevatori multi gas portatili di nuova generazione, economici, affidabili e di semplice utilizzo, in grado di misurare in tempo reale, con elevata precisione, la concentrazione di ossigeno, i gas infiammabili, l'ossido di carbonio, l'acido solfidrico.
L'integrazione di questi dispositivi nella procedura operativa obbligatoria rappresenta un salto qualitativo nella prevenzione. AIAS propone pertanto che, nell'ambito del Titolo XI, in particolare nelle misure tecniche, organizzative e procedurali, sia introdotto l'obbligo esplicito, a valle della valutazione dei rischi, di dotarsi e utilizzare dispositivi di rilevazione delle atmosfere pericolose conformi allo stato dell'arte.
Il costo contenuto di questi dispositivi, disponibili a poche centinaia di euro, rende l'obbligo proporzionato e sostenibile anche per le piccole imprese, che costituiscono la categoria maggiormente esposta.
Segnalo, infine, che il percorso istituzionale fin qui fatto da AIAS con il nostro documento di indirizzo associativo n. 2 del 2023 è già stato presentato e discusso in audizioni formali presso le strutture tecniche del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali – il 19 dicembre 2024 e il 10 luglio 2025 – ricevendo integrazioni e anche un riscontro positivo. AIAS è stato audita anche dalla X Commissione permanente del Senato alcuni mesi fa e, per ultimo, la proposta è stata accolta favorevolmente anche dall'INAIL.
AIAS auspica quindi che questa Commissione parlamentare voglia valutare l'opportunità di sostenere l'iniziativa legislativa, contribuendo a tradurre in norma una proposta che rappresenta il punto di sintesi tra l'esperienza tecnica dei professionisti italiani, le migliori pratiche internazionali e le più recenti innovazioni tecnologiche disponibili.
PRESIDENTE. Grazie, dottor Santi, anche per la chiarezza. Mi auguro che le vostre osservazioni vengano raccolte, almeno in questa fase di ascolto, dal Ministero del Lavoro. Noi non siamo stati così fortunati, ma continuiamo a lavorarci.
Se non ci sono colleghi che desiderano intervenire, vorrei chiederle una cosa. Nel 2025, come accennava, nelle bozze del decreto di aggiornamento del Testo unico c'era la previsione di introdurre un titolo specifico sugli spazi confinati, che però poi non ha visto l'effettiva pubblicazione. Secondo lei, cosa manca adesso, che sarebbe di massima urgenza definire? Rispetto all'incidente, all'episodio in sé, ci sono degli elementi che possono essere ulteriormente utilizzati ai fini della redazione del documento a cui stiamo lavorando?
Lascio quindi la parola al dottor Santi per la replica.
FRANCESCO SANTI, presidente dell'Associazione Italiana Ambiente e Sicurezza (AIAS). Io credo che il punto fondamentale per poter lavorare in prevenzione, per prevenire tutti gli incidenti sia ovviamente la valutazione del rischio. Le aziende proprietarie degli spazi confinati debbono fare questa valutazione del rischio e la classificazione dei loro spazi confinati, in modo tale che tutte le volte che siano necessari, come spesso sono necessari, interventi manutentivi tecnici si sappia che si va in un ambiente che può essere oggetto di questa tipologia di rischi. Questo, secondo noi, è il punto fondamentale, e l'introduzione nel decreto n. 81 di un paragrafo specifico permette a tutti di non sprecare soldi, ma fare tutto quello che è necessario sulla base della specifica valutazione del rischio. Credo che questo sia il punto oggettivamente fondamentale.
PRESIDENTE. La ringrazio molto. Non vedo altri colleghi che intendano porre domande, per cui la ringraziamo.
Tengo però – in modo non retorico – non solo a ringraziare lei per la sua audizione di oggi, ma più in generale la vostra associazione, che a proposito di civil servant garantisce un servizio che fornisce una sorta di consulenza tecnica e sempre molto generosa ai livelli istituzionali. Credo che questo sia un grandissimo impegno e un grandissimo esempio, quindi grazie a lei e a tutti i membri della vostra associazione, che sono un presidio di legalità e di aiuto e sostegno alle condizioni di salute e sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici in questo Paese. Grazie e buona giornata.
FRANCESCO SANTI, presidente dell'Associazione Italiana Ambiente e Sicurezza (AIAS). Grazie, presidente, le sue parole sono sempre gradite. L'idea del civil servant è esattamente quello che sta alla base della nostra associazione no profit da 51 anni. Grazie di nuovo.
PRESIDENTE. Grazie a lei.
Dichiaro chiusa l'audizione.
Sospendiamo perché avevamo programmato altre audizioni per quanto riguarda il tema del caporalato in agricoltura. In particolare, come stabilito in Ufficio di Presidenza, approfondiremo uno studio molto significativo sul tema del caporalato e soprattutto sul tema delle donne in agricoltura.
Vi chiederei una mezz'ora di sospensione, anche perché gli interlocutori arriveranno tra poco, ma nel frattempo ho anche un impegno istituzionale, immaginando che ci fosse questa pausa. Grazie, a più tardi.
(La seduta, sospesa alle 9.55 riprende alle 10.40)
Audizione di Silvia Guaraldi, Segretaria Nazionale FLAI CGIL, di Giuseppa Angheloni, funzionaria dipartimento Agricoltura FLAI Nazionale e di Matteo Bellegoni, Capo dipartimento politiche migratorie FLAI Nazionale.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione di Silvia Guaraldi, Segretaria Nazionale FLAI CGIL, di Giuseppa Angheloni, funzionaria dipartimento Agricoltura FLAI Nazionale e di Matteo Bellegoni, Capo dipartimento politiche migratorie FLAI Nazionale.
Ricordo che la seduta si svolge nelle forme dell'audizione libera ed è aperta alla partecipazione da remoto dei componenti della Commissione d'inchiesta che non fossero presenti.
I lavori potranno proseguire in forma segreta a richiesta degli auditi o dei colleghi. In tal caso, ovviamente, non sarà possibile e più consentita la partecipazione da remoto e verrà interrotta la trasmissione via streaming sulla web-tv.
Do volentieri la parola a Silvia Guaraldi, Segretario Nazionale FLAI CGIL, per lo svolgimento della sua relazione. Ricordo ai colleghi che parliamo prevalentemente delle condizioni di plurisfruttamento delle donne in agricoltura.
Vi ringrazio per i dati che avete raccolto, perché credo che su questo argomento sia fondamentale non solo lasciare alla cronaca, ma avere dei dati a supporto di quello che noi immaginiamo esista. È fondamentale avere uno strumento di studio per poter intervenire in maniera puntuale come legislatori, quindi grazie non solo a voi, ma anche all'Osservatorio Placido Rizzotto, che su questo tema, così come su altri, lavora da sempre.
SILVIA GUARALDI, Segretaria Nazionale FLAI CGIL. Grazie mille, buongiorno a tutte e tutti. Innanzitutto vi ringraziamo per averci chiamato in audizione, perché riteniamo estremamente importante provare anche a delineare un fenomeno che, ancor più che il fenomeno dello sfruttamento lavorativo in agricoltura, che già rimane abbastanza latente, nonostante una normativa d'eccellenza presente nel nostro Paese, quello del plurisfruttamento delle lavoratrici donne in agricoltura è ancor più sommerso, è ancor più invisibile e necessita probabilmente di un approccio diverso, per riuscire a farlo emergere.
Grazie all'Osservatorio Placido Rizzotto, che è l'Osservatorio di emanazione della nostra Federazione, da almeno 15 anni produciamo lavori che indagano agro mafie e sfruttamento in agricoltura, facendo sempre dei focus rispetto alle condizioni di lavoro femminile e di recente l'Osservatorio ha prodotto un quaderno specifico, legato alle condizioni di plurisfruttamento delle donne, che hanno numeri estremamente importanti.
Abbiamo portato alla Commissione alcune pubblicazioni, il VII Rapporto Agromafie, il Quaderno Diseguali, che abbiamo presentato la settimana scorsa, il Rapporto del laboratorio sulle indagini dell'applicazione della 199 in generale, non solo sul profilo agricolo, essendo una norma che sulla parte repressiva in particolare tocca tutti i settori, quindi vi lasciamo le pubblicazioni.
Vi do alcuni dati per inquadrare il fenomeno. Ovviamente, essendo un settore ad alta e intrinseca precarietà e flessibilità, data dalle ovvie condizioni meteorologiche e colturali del lavoro agricolo, abbiamo un divario notevole rispetto alla proporzione di lavoratori e lavoratrici a tempo indeterminato, quindi con un rapporto di lavoro stabile a tutti gli effetti, e il numero invece di lavoratori e lavoratrici che sono a tempo determinato, quindi soggetti ad un'estrema flessibilità. Ovviamente, in parte (magari non sempre e non in tutto), si potrebbero secondo noi fare dei passi avanti anche rispetto alla stabilizzazione occupazionale nel settore, però è evidente che raccolgo i pomodori quando ci sono, così come le fragole, così come dipende dai piani colturali dei singoli territori (in alcuni territori abbiamo lo sviluppo di intere filiere, in altri concentrazioni colturali diverse).
Noi siamo in presenza di oltre 1 milione di addetti nel settore (dati 2024), con 291.498 donne regolari, perché qui parliamo dei dati di evidenza degli elenchi anagrafici agricoli (ovviamente tutto il lavoro nero e grigio scompare da questa rilevazione), pari al 31,9 per cento del bacino di tempi determinati.
Banalmente, anche qui vediamo subito una differenziazione che balza all'occhio rispetto a una discriminazione del lavoro femminile: le donne con un contratto a tempo indeterminato sono a malapena il 15 per cento, quindi con un 15 per cento di divario rispetto alle due tipologie contrattuali e un 30 per cento abbondante di occupazione generale femminile nel settore. Questa tocca punte molto alte a seconda delle nazionalità e dei territori, ad esempio le nazionalità bulgara e rumena arrivano anche al 44 per cento in alcune aree, dovute alle tipologie di lavorazioni, ovviamente con un'incidenza anche della manodopera femminile più alta nel lavoro di provenienza comunitario, al contrario della manodopera maschile, dove invece è più variegato il bacino di manodopera non italiana.
L'Osservatorio stima, con i dati anche di rilevazione a base INL e Istat, in 55.000 le donne soggette a sfruttamento e irregolarità, quindi un numero molto importante, e noi segniamo anche, sempre nel pezzo «legale», un divario retributivo molto importante, con 7.200 euro di media retributiva per i lavoratori maschi e 5.400 per le lavoratrici femmine.
Nell'analisi complessiva solo di rilevazione statistica le donne hanno anche qualche giornata in meno di lavoro, non sono differenze enormi nell'analisi complessiva, però ovviamente incidono e questo dato di differenza salariale evidenzia una propensione a inquadramenti inferiori per le donne, che poi ripercorre nella storia del lavoro in agricoltura uno svilimento del lavoro femminile, tra l'altro ingiustificato rispetto alle mansioni, perché c'è un pregiudizio culturale rispetto all'occupazione femminile che non può fare lavori di fatica (anche qui potremmo discutere di quanto sia leggero o faticoso il lavoro in agricoltura e se sia davvero così, perché forse è più faticoso raccogliere frutta a 40 gradi che lavorare su un carrello e sui carrelli tendono ad esserci lavoratori maschi e non lavoratrici femmine, quindi potremmo aprire un file e una discussione importante anche su questo), però, ovviamente, le mansioni tendono ad essere più basse.
Gli esempi nella storia, andando indietro nel tempo, sono le raccoglitrici di olive, o le raccoglitrici del gelsomino, di cui parliamo nel quaderno, che è un lavoro estremamente delicato e quindi, in realtà, il lavoro femminile ha una funzione economica e di impatto sull'economia agricola molto importante. L'acinellatura dell'uva in serra la fanno le lavoratrici donne, che vuol dire pulire il grappolo affinché gli acini di uva crescano in modo adeguato a una capacità di vendita e di realizzazione del prezzo sul mercato, che è un lavoro non solo faticoso, ma molto delicato e principalmente affidato alle donne, quindi il paradosso della sottoqualifica e di un salario inferiore di fronte a quel tipo di lavorazioni che poi diventano fondamentali per la redditività e l'economia generale del settore.
Questo è il fenomeno nella legalità, dopodiché in un Paese (penso alla situazione italiana, che in realtà si interseca soprattutto laddove poi incontriamo comunità non italiane) ancora permeato di una cultura patriarcale maschilista (ricordo a tutti noi che sono solo trent'anni che il reato di stupro è un reato contro la persona e non contro la morale), ovviamente le donne sono più soggette a forme di sfruttamento ancor più insidiose e viscide, perché sottoposte molto spesso anche ad abusi di tipo sessuale, che sono sia sul lavoro, sia sulla rete familiare.
Soprattutto laddove intercettiamo problemi di tratta internazionale di esseri umani, molto spesso le violenze partono già dal Paese d'origine, una fragilità ancor più esposta a volte di donne che sfuggono da problemi di violenza familiare nel Paese di origine, che poi si ritrovano a replicare i medesimi disagi sul territorio.
Sono noti i casi in particolare del ragusano, dove le lavoratrici rumene, che spesso trovavano alloggio nelle abitazioni o nei casolari dei datori di lavoro, oltre allo sfruttamento e quindi al sotto salario, lavoro nero, lavoro grigio, dovevano sottostare alle voglie dei caporali e dei padroni. Diversi anni fa, ci fu un'esplosione non solo di questo caso, ma anche rilevato nei casi di accesso all'interruzione di gravidanza, a esemplificare che c'era un problema esplosivo nel territorio, ed è un fatto abbastanza comune, che fatica a emergere ed ha difficoltà ad essere denunciato.
In più, le donne, spesso con minori non accompagnati, hanno ancora più difficoltà nella denuncia, perché vi è una situazione di ricatto, sia perché si mette insieme un ricatto lavorativo e una necessità di mantenimento della propria autonomia o comunque un minimo di capacità salariale che spesso deve rispondere anche a situazioni debitorie nei Paesi di origine per il procacciamento del lavoro rispetto agli ingressi nel territorio italiano, perché purtroppo dobbiamo rilevare che c'è un mercimonio anche dietro gli ingressi regolari in Italia. Il Decreto flussi in particolare probabilmente espone a fenomeni di questo tipo, oltre alla caduta nell'irregolarità appena si arriva regolari nel territorio, perché non vengono fatti i rapporti di lavoro, ma ovviamente, avendo i figli nel Paese di origine in stato di ricatto, quindi la famiglia nel Paese d'origine che comunque è ricattata dal sistema criminale, ma anche quando sono presenti sul territorio, la protezione dei figli, il timore che vengano tolti alle madri, il timore di non poter mantenere i propri figli alimenta l'impossibilità di denuncia.
La stessa cosa vale in parte per le lavoratrici italiane. Ricordiamo Paola Clemente, morta quasi 11 anni fa di fatica ad Andria, e il suo lavoro, cioè alzarsi alle 3.00 di mattina, perché dalla zona del tarantino andava a lavorare nella zona di Bari-BAT, a fare l'acinellatura dell'uva, o le donne, che abbiamo visto quest'estate con il sindacato di strada fatto in quei territori, che si muovono con un'apparente forma di legalità maggiore (non ci sono più i pulmini scassati che nel 1980 e nel 1993 hanno visto decine di donne morire tra le lamiere, ci sono i pullman gran turismo che sembrano legali e forse un po' più sicuri), però in realtà, dietro il fenomeno di intermediazione illecita, il caporalato continua a rimanere e il trasporto è uno dei punti su cui fa leva, ore di viaggio per un lavoro sottopagato, ma perché siamo in territori dove l'economia ha complessivamente una tenuta più fragile, quindi le alternative di sostegno al reddito familiare sono talmente esigue che, purtroppo, quello è ciò che offre il territorio, quindi una capacità di denuncia inferiore per un mercato del lavoro che continua ad essere a 360 gradi, e non solo in agricoltura, più discriminante nei confronti delle donne. La maternità e quindi le possibili assenze, in agricoltura anche un passaparola che, se si alza un po' la testa o si prova a denunciare e a reclamare i propri diritti, poi non si lavora, ed è evidente che in uno stato di bisogno, in un contesto economico fragile questo assume un'importanza enorme, e spesso anche un controllo economico da parte di padri e mariti, nel senso che la violenza e il plurisfruttamento spesso sono sia sul lavoro che all'interno del nucleo familiare e si sovrappongono laddove i nuclei sono ricongiunti.
C'è la questione, ovviamente, dei carichi familiari. Se pensiamo che per lavorare 7 ore devo aggiungerci 3-4 ore di viaggio e che poi devo occuparmi anche della famiglia, è evidente che si innescano spesso anche dinamiche di nascita di violenza per questo motivo, in una cultura del dominio che continua a essere presente. Di conseguenza, è un'esplosione che in territori (ormai sempre più diffusi e quindi non regionalizzati) di assenza di servizi pubblici essenziali, quali i consultori, l'assistenza sanitaria, la possibilità di denuncia, la possibilità di movimento (perché quando parliamo di aree interne e io magari non ho la patente, ho una condizione di fragilità economica, la prima cosa a cui rinuncio è il movimento), la possibilità di cura, l'accesso in particolare a cure sulla salute riproduttiva, aborti clandestini, quindi è un fenomeno estremamente complesso.
In più, c'è tutta la questione dello stigma, che riguarda trasversalmente donne italiane e donne straniere, con le donne straniere ancora più esposte, perché c'è a volte una condizione di comunità che non supporta, perché spesso i lavoratori e le lavoratrici, i nuovi cittadini (mi piace chiamarli in questo modo) tendono anche nelle città ad insediarsi e a vivere in comunità e spesso all'interno della comunità c'è un ulteriore abuso anche nel lavoro di cura.
Questo era uno dei fenomeni che noi verificammo nelle comunità bulgare nel casertano, dove le donne sposate, ovviamente, avevano in carico la cura della propria famiglia, le donne non sposate avevano in carico la cura della comunità, quindi la somministrazione dei pasti per tutti o per nuclei più ampi, con l'affido del lavoro di cura della comunità complessiva, che è un'altra forma di lavoro non retribuito e sfruttato in questo caso.
È evidente che lì la comunità è contemporaneamente una rete e una catena, perché in una comunità linguistica e culturale in cui mi ritrovo e posso trovare conforto scattano dinamiche di catene, che impediscono non solo la mia autodeterminazione, ma anche la possibilità di uscire, di denunciare la situazione a cui sono sottoposta.
Dopo la definizione della strutturazione del tavolo del caporalato alla fine dello scorso anno, si è riattivato il tavolo, abbiamo fatto una riunione, credo che sia stata importante l'assunzione di quel tavolo nel prossimo piano triennale, nel piano in via di sviluppo di provare a dare anche un'ottica di genere al fenomeno dello sfruttamento, perché noi abbiamo un solo dato, che credo diventi essenziale come impatto, se guardiamo ai rilasci dei permessi di soggiorno ex articolo 18-ter, quelli legati alla denuncia di sfruttamento, che è vero che ricomprendono anche i familiari, quindi il dato che adesso vi dirò potrebbe essere anche inferiore: su 497 permessi rilasciati solo il 5 per cento è per donne.
In questi 497 permessi ci sono anche alcuni permessi per il nucleo, quindi potrebbero essere mogli di lavoratori maschi che hanno denunciato, non necessariamente donne che denunciano ed ottengono il permesso di soggiorno per sfruttamento. Questo dato evidenzia ancor di più la necessità di studiare dei percorsi privilegiati di assistenza e tutela nei confronti del genere femminile, per riuscire a far emergere e per liberare queste donne dalle condizioni in cui si trovano.
Sicuramente si dovrebbe ragionare di un sostegno economico aggiuntivo, nel senso che, purtroppo, nelle dinamiche che noi registriamo in oltre vent'anni di attività sul settore e di indagine, ma anche se guardiamo le evidenze delle denunce dei casi che balzano agli orrori della cronaca rispetto allo sfruttamento (che siano quelli che partono dal Piemonte o quelli del Veneto o delle aree del Mezzogiorno, a parte alcuni casi eccezionali, e Paola Clemente è stata una di queste e non le riconosciamo nemmeno l'infortunio, vorrei polemicamente dire), sono quasi sempre maschi che sono coinvolti, a sottolineare che in realtà lo sfruttamento femminile è un fenomeno che sfugge molto di più.
I tre ingredienti dello sfruttamento sono l'intermediazione illecita di manodopera, il trasporto e gli alloggi, e di qui la necessità di provare a rimettere in campo delle politiche pubbliche di presidio su questi tre pezzi, quindi per noi è fondamentale il completamento della n. 199, perché è un fenomeno che è anche molto variegato da territorio a territorio, a partire dal lavoro delle Sezioni territoriali della Rete del lavoro agricolo di qualità, perché è lì che istituzioni, parti sindacali dei lavoratori, parti sindacali delle aziende, ma anche Terzo settore, Forze dell'ordine, Centri per l'impiego possono indagare le specificità del territorio e trovare di conseguenza le soluzioni adatte.
Faccio un esempio quasi banale e stupido: abbiamo una punta di eccellenza, quella del ferrarese, a Portomaggiore, dove, a seguito anche di incidenti sul lavoro legati al caporalato, è stato ristrutturato uno sportello del Centro per l'impiego che accoglie e registra la necessità e la disponibilità di manodopera agricola in quel territorio, con open day per accogliere le domande e le necessità delle aziende, che da quest'anno saranno differenziate tra aziende grandi e aziende piccole, per evitare che siano solo le aziende grandi ad avere la possibilità di accedere alla disponibilità di manodopera, che quindi rimette l'intermediazione in capo al pubblico legale e trasparente, togliendo acqua al mulino dei caporali.
Allo stesso tempo, sia attraverso risorse dei bandi FAMI, sia attraverso un intervento da parte sindacale nel suo complesso con risorse messe in campo dall'Ente bilaterale territoriale, si sono istituite delle linee di autobus, Agribus, che da quella zona porta lavoratori e lavoratrici nelle aziende che hanno non solo richiesto la manodopera, ma hanno detto di averne bisogno, togliendo ulteriormente al caporale il guadagno e la necessità che questi lavoratori e lavoratrici hanno di spostarsi. Si sta ragionando anche di car sharing, perché l'impatto del primo anno è stato importante, quindi di provare ad aggiungere soluzioni.
Banalmente, in un altro punto estremamente critico, in questo caso sono andati nel territorio a fare una missione i membri della Commissione del Senato. A Siena e Grosseto, dopo anni di denunce inascoltate, quest'anno è emerso in modo prepotente quello che sta accadendo in quel territorio. Se da un lato potrebbe avere un senso la soluzione similare del Centro per l'impiego, perché buona parte della manodopera si sposta dal grossetano al senese, quindi avere un punto di verifica della manodopera nel grossetano potrebbe essere importante con l'incrocio con le aziende, la medesima soluzione sul trasporto non può essere esattamente uguale, perché non stiamo parlando di una zona pianeggiante, con concentrazioni di lavoratori e concentrazioni di aziende in due poli, che semplifica ovviamente un percorso gran turismo con i pullman. In quel territorio deve essere ragionato un sistema più flessibile, perché le aziende sono più sparse, il numero di lavoratori per azienda è inferiore e quindi, invece che il pullman gran turismo, servirebbe un numero maggiore di pulmini, ma anche questo è un intervento che bisogna provare a mettere insieme unendo le forze anche economiche, perché siamo consapevoli che c'è un problema legato al finanziamento del trasporto pubblico, così come quando parliamo di province diverse, Ferrara è un'unica provincia, in questo caso parliamo di due province differenti. Il trasporto pubblico è differenziato a livello provinciale, in alcuni casi come la Puglia il bacino delle donne pugliesi, che dalle zone di Brindisi e Taranto si spostano non solo verso Bari e BAT, e almeno saremmo all'interno della stessa regione, ma anche verso la Basilicata e la Calabria (pensiamo alla raccolta delle fragole), e quindi sconfina addirittura su due regioni. Per cui bisognerebbe fare dei ragionamenti elastici e complessi, mentre a volte ci chiudiamo nei nostri perimetri, occupandoci del trasporto come azienda pubblica di trasporto territoriale di questa provincia.
In realtà, credo che l'obiettivo di tutte e tutti sia quello di trovare delle soluzioni, anche provando a superare alcuni steccati.
Questo è uno dei pezzi principali di completamento della legge n. 199, che noi crediamo possano essere di spunto ed essere rafforzati, soprattutto con una ripresa di possesso del territorio da parte dello Stato, perché è quello che secondo noi ha ingenerato il rinascere e rifiorire del fenomeno dello sfruttamento, che nelle Sezioni territoriali può vedere una declinazione puntuale, perché non è necessario riaprire i Centri per l'impiego per l'incrocio della manodopera agricola in ogni Comune, va verificata qual è la situazione in ogni singolo territorio, così come noi pensiamo che sia giunto il momento di provare a fare uno scatto rispetto (l'articolo 8 della legge n. 199 lo cita, ma ancora non ha trovato applicazione, sebbene quanto ci è stato presentato nel tavolo caporalato potrebbe darci degli elementi in tal senso) al sistema informativo SILCA (Sistema Informativo per la lotta al Caporalato nell'Agricoltura), che dovrebbe basarsi sulla messa in corrispondenza della manodopera attesa e della manodopera realizzata.
Nella legge n. 199 c'è la creazione degli indici di coerenza, che è una coerenza tra il piano colturale e la manodopera denunciata. Questo potrebbe essere un enorme strumento di emersione di lavoro nero e lavoro grigio. Anche questo, ovviamente, ha caratteristiche che devono essere declinate e verificate anche a livello territoriale, perché le paghe in agricoltura, per il sistema contrattuale in essere, sono differenziate da provincia a provincia, quindi si può verificare una corrispondenza rispetto al salario, ma diventerebbe un elemento aggiuntivo e determinante al DURC, in cui non c'è solo la regolarità di aver pagato il contributo.
Se infatti oggi pago il contributo per due lavoratori sono ovviamente in regola, se però la necessità per il lavoro sarebbe di averne 10, ovviamente il sistema si inceppa, quindi potrebbe favorire un'emersione del fenomeno di sfruttamento, legando le risorse PAC e PSR al rispetto, con verifica di eventuali problematiche nel territorio, degli indici di coerenza, perché è chiaro che se grandina e non c'è il prodotto, siamo in un contesto di climate change e ci sono tragedie occupazionali e produttive in ogni territorio ogni anno, allo stesso modo le varie epizoozie, ma quello, secondo noi, potrebbe essere uno strumento da provare a sviluppare e si tratterebbe semplicemente di andare in applicazione della legge che già li delinea.
PRESIDENTE. Grazie molte, dottoressa Guaraldi, per il quadro drammaticamente chiaro che ci ha delineato. Penso che non manchino gli spunti di riflessione e di domanda, almeno per me.
Do quindi la parola ai colleghi che intendono intervenire per porre questi o formulare osservazioni.
ARTURO SCOTTO. La ringrazio, presidente. Desidero ringraziare la FLAI CGIL per questa relazione dettagliatissima, da cui emerge un quadro estremamente preoccupante, di cose che anche nelle visite ispettive che abbiamo fatto come Commissione avevamo già riscontrato, ma che nella specificità di una relazione, che riguarda la natura dello sfruttamento del caporalato per le lavoratrici, assume dei contorni intollerabili, inaccettabili, inaccettabili rispetto ai ritmi di lavoro, inaccettabili rispetto alle condizioni contrattuali, inaccettabili rispetto alle condizioni salariali e inaccettabili inevitabilmente anche rispetto al fatto che, se guardo ai dati che sono stati forniti rispetto alla presenza di lavoratrici di origine straniera nel lavoro dei campi, emerge sempre di più la necessità di una svolta sul terreno della cittadinanza, perché la cittadinanza significa possibilità maggiore, forza maggiore per rivendicare diritti, salari, contratti decenti.
Io voglio fare semplicemente una domanda. Rispetto ai numeri che venivano elencati, numeri esorbitanti, la domanda è se dentro questa filiera di sfruttamento ci siano aziende che possono essere nominate, che possono essere anche frutto di denunce dettagliate che possiamo mettere in campo, che magari sono dei grandi player che – utilizzando la catena dell'appalto o del caporalato – guadagnano cifre inenarrabili sulle spalle dei salari delle lavoratrici. Io credo di sì, non so se abbiamo un quadro più generale di aziende nazionali o persino multinazionali, come abbiamo scoperto in altri settori grazie alle inchieste della magistratura, che su questo terreno offrono scarse garanzie. Grazie.
PRESIDENTE. Grazie a lei, collega.
Chiedo se altri colleghi in collegamento vogliano intervenire e, nell'attesa, approfitto per fare alcune considerazioni e domande. Mi ricollego anche alle considerazioni del collega Scotto, più che altro nel segnalare un dato che riportiamo alla vostra attenzione, su cui credo sia arricchente anche per il nostro lavoro avere un quadro, se possibile, viste le condizioni che dicevo prima, per cui poi possiamo sempre riaggiornare questa seduta anche in forma segreta.
Ci interesserebbe capire, visto che noi stiamo facendo una serie di audizioni anche su segnalazioni di casi di caporalato diffusi da Nord a Sud del Paese, e quando svolgiamo questo tipo di approfondimenti convochiamo sempre le parti istituzionali e le parti sociali, registro una prima difficoltà che vorrei capire quanto sia diffusa. Lo dico asetticamente, in quanto la mia non vuole essere una polemica, ma lo ritengo un dato estremamente sensibile, su cui almeno la percezione rispetto al lavoro che stiamo svolgendo non è positiva, cioè la quasi assenza non perché magari non convocati... le responsabilità in capo alle organizzazioni datoriali (mi assumo la responsabilità di quello che dico) spesso si declinano, quando presenti, nella filiera legata alla catena della Rete del lavoro agricolo di qualità quando non è abbastanza adeguata, non è abbastanza conveniente, è molto stringente e alla fine – la dico brutalmente, perdonatemi – chi si iscrive a questa Rete è soggetto a più controlli e quindi non funziona, provando a descriverla come un elemento farraginoso e burocratico, che appesantisce ulteriormente il lavoro.
Questo è un primo dato, abbiamo riscontrato qualche difficoltà ai tavoli rispetto a questo tipo di presenza. Vi chiedo anche quante volte venga convocato il tavolo del caporalato, perché anche nelle declinazioni territoriali (chiedo scusa ai colleghi, ma ho una deformazione piemontese, come capite dall'accento) è soprattutto perché abbiamo fatto, nonostante il substrato normativo dalla Bossi-Fini fino a tutto il resto, quindi sui trasporti, sull'accesso alla casa, sul tema salute, sul tema protezione di chi denuncia sappiamo che la n. 199 rimane un caposaldo, ma ci sono degli aspetti ancora molto da approfondire, e su questo le norme nazionali in molte stagioni (una redistribuzione delle responsabilità politiche, lo dico per chiarezza) non hanno aiutato.
Nonostante questo, parti sociali e Istituzioni hanno uno strumento virtuoso. Lei giustamente citava il caso del ferrarese, posso dirle che ho visto una proattività nei termini previsti dalla legge nella convocazione di tavoli permanenti rispetto a questo tema.
Le faccio una ulteriore domanda precisa, perché di recente abbiamo fatto un'audizione sulla regione Basilicata e abbiamo riscontrato come non coinvolgano nemmeno le parti sociali in un monitoraggio che sarebbe necessario, a mio parere personale, perché, come è noto, ci sono delle province, una in particolare, prevalentemente a trazione agricola, quindi c'è anche questo elemento.
Su questo aspetto vi chiedo come organizzazione come vi muovete, non solo nel caso specifico portato ad esempio, e se su questo riusciate, anche se magari non oggi, a farci una mappatura generale perché – ripeto – noi agiamo anche in base alle segnalazioni ed è giusto fare, a maggior ragione in una Commissione parlamentare, un lavoro su tutto il territorio nazionale.
Rispetto alla questione Agribus – che mi sembra molto interessante sapendo che c'è stato anche un sostanziale taglio al trasporto pubblico locale a livello centrale – le chiedo se possa aiutarmi a capire meglio chi paga e come si è costruito questo processo, perché considero importante provare a mutuare modelli ed esempi virtuosi.
L'altra domanda che volevo farvi per interposta persona rispetto al tema della sperequazione retributiva uomo/donna, che come sindacato studiate e approfondite, per cui vi ringraziamo perché avere i dati aiuta a fare chiarezza dell'importanza del fenomeno, ci sia il tema di accettare questi inquadramenti salariali inferiori, perché ci sono delle forme di ricatto, talvolta delle ragioni culturali, come venivano evidenziate, o se ci siano eventualmente altre ragioni, al di là di casi gravi dovuti a prevaricazioni o altre condotte penalmente rilevanti, e dal vostro punto di vista come si potrebbe prevenire o intervenire a monte.
Concludo con un'ultima considerazione, ringraziandola per il materiale perché è importante tenere agli atti la documentazione C'è il tema sempre più urgente, tanto più nei dibattiti sulla giustizia, di come intervenire sulla protezione del denunciante, che credo sia un elemento profondamente importante. Mentre la salute e i trasporti sono materia concorrente, sulla protezione delle vittime un ragionamento si potrebbe fare.
Chiedo ancora se ci siano delle domande, altrimenti, dopo questo giro di risposte, vi libereremo.
Do la parola alla dottoressa Guaraldi per la replica.
SILVIA GUARALDI, Segretaria Nazionale FLAI CGIL. Allora, cerco di non farla troppo lunga, ma è un po' complesso, perché non voglio raccontare la storia del mondo agricolo e del movimento sindacale agricolo, però abbiamo un problema enorme di identificazione, quindi non c'è nessuna necessità di segretare nulla, un problema enorme di denuncia e di vertenzialità nel settore storicamente.
Io sto compiendo il mio ventiduesimo anno di attività in questa categoria e purtroppo, a parte casi quasi eccezionali, riscontriamo un'enorme difficoltà ad arrivare a denunce e vertenze, anche in semplici e banali denunce di attribuzione del livello di mansione contrattuale, senza arrivare alle forme estreme di sfruttamento.
Questo per l'intrinseca precarietà del settore, che ovviamente, soprattutto nei territori a maggior vocazione agricola, diventa impellente, perché in un sistema di salari relativamente bassi, perché l'agricoltura non spicca per avere un montante salariale particolarmente florido, il rischio di fare vertenza, se non al momento della pensione, al momento in cui si è trovato un nuovo posto di lavoro, è estremamente scarso, perché la possibilità di perdere il lavoro è tale da inibire la denuncia, perché la strutturazione del contratto a tempo determinato agricolo è – la estremizzo – una sorta di contratto a chiamata giornaliera, cioè l'azienda non ha neanche la necessità di licenziarmi, banalmente non mi chiama lavorare e io sono senza reddito.
In più, giustamente il sistema previdenziale agricolo è estremamente articolato e complesso ed è un castello di carta pressoché intoccabile, perché, se ne sposto una, crolla tutto, che mette insieme non un ammortizzatore sociale, ma un'integrazione al reddito, la disoccupazione agricola, che è un elemento straordinario e fondamentale per mantenere un'occupazione nel settore, perché altrimenti sarebbero ancora meno le persone interessate a lavorarci.
Allo stesso tempo, è l'elemento, insieme alle giornate e agli elenchi anagrafici, che mi fa maturare i diritti alla malattia, alla maternità, alla copertura pensionistica, quindi la ricattabilità e l'esposizione di fronte alla denuncia diventano estremamente complesse se non ho un'alternativa.
Non ci sono a maggior ragione le grandi aziende identificabili, ma neanche le piccole. Se poi parliamo del problema che diventa maggiormente esplosivo per un maggior stato di bisogno e una maggiore ricattabilità dovuta al sistema normativo sull'immigrazione e alla permanenza nel territorio, è evidente che i lavoratori stranieri sono ancora più esposti e non sanno neanche quali sono le aziende in cui lavorano.
Anche quando emergono casi di sfruttamento, i lavoratori vengono a denunciare o li troviamo nell'attività di sindacato di strada, infatti, c'è la difficoltà che loro possano riuscire a dire dove sia il campo su cui hanno lavorato, quindi la proprietà di quell'azienda entra in una nebulosa ed è estremamente complicato dare indicazioni rispetto a cosa accade e quindi informare anche in via informale le Forze dell'ordine e l'Ispettorato su quanto avviene, perché c'è questo tipo di problema.
Rispetto alle organizzazioni professionali, questa è una diatriba che va avanti almeno da vent'anni, ho già detto della mia anzianità, quindi ho vissuto l'origine della mobilitazione di questa categoria nella denuncia al caporalato, che grazie a chi allora in sede parlamentare ha accolto le nostre istanze producendo questa legge straordinaria, unica al mondo, che però ha delle parti non applicate.
Noi siamo stati per anni dei pazzi furiosi che volevano macchiare il sistema d'eccellenza dell'agroalimentare italiano, raccontando un fenomeno che non c'era. Che il fenomeno non ci fosse oggi non è più sostenibile, però spesso viene ancora citato come un fatto isolato, ma isolato non è.
È chiaro che non parliamo di riduzione in schiavitù in tutti i casi, perché abbiamo da un'elusione dell'attribuzione delle qualifiche alla riduzione in schiavitù, i fenomeni sono variegati, però i dati dell'INL, su un 3 per cento di aziende ispezionate con il coinvolgimento di un 1 per cento dei lavoratori del bacino agricolo, certificano un'irregolarità che si attesta ormai al 70 per cento, irregolarità nelle sue diverse sfumature, con – mi permetto di dire assumendomene la responsabilità – qualche incongruenza rispetto ai dati, perché due fenomeni che camminano insieme sono l'intermediazione illecita di manodopera e i casi di 603-bis, e se in un anno trovo un'esplosione dell'intermediazione illecita di manodopera e un crollo del 603-bis c'è qualcosa che non funziona.
Parlavo degli indici di coerenza, che sarà una delle rivendicazioni che proveremo come sindacato europeo a portare nella discussione della prossima PAC, e, se pensiamo di basare sui controlli l'uscita dal fenomeno dello sfruttamento, del lavoro nero, del lavoro grigio e quindi delle irregolarità in senso più ampio in agricoltura, non ne usciremo vivi e non scardineremo mai questo fenomeno.
Tanto vale che ci diciamo che questo è un fenomeno non solo strutturale, ma al servizio del mantenimento di un settore, perché altrimenti non c'è spiegazione se in vent'anni di leggi non applicate o parzialmente applicate non si trovano soluzioni.
Sui controlli continuiamo a dire che gli ispettori non sono sufficienti, è anche vero che, se i dati sono quelli che vi ho detto, 3 per cento e 1 per cento, non c'è bisogno di fare una campagna di assunzione banale di ispettori, bisogna fare una cosa molto grossa. Visto che il settore agricolo è uno dei settori che recepiva (vedremo cosa succederà con la prossima PAC) il 30 per cento delle risorse del bilancio della Comunità europea, sarebbe opportuno che quelle risorse fossero davvero vincolate al rispetto delle normative sul lavoro.
È stata una straordinaria conquista l'introduzione della condizionalità sociale nella scorsa PAC, alla prossima bisogna fare un balzo in avanti, in modo che, se noi lavoriamo su degli indicatori preventivi, in questo senso gli indici di coerenza, con i correttivi, le verifiche di eventuali problematiche sul territorio, laddove le regioni delimitano le aree colpite da calamità, le evidenze quando ci sono le epizoozie, la peste suina e la peste aviaria, quindi abbiamo la possibilità di indagare i fenomeni distorsivi che possono incidere su una riduzione della manodopera necessaria, legare i pagamenti a un rispetto minimo (il 90 per cento dell'indice di coerenza o il 95, discutiamone, ma discutiamone davvero) potrebbe essere un elemento che porta finalmente a fare un balzo in avanti nella legalità del settore.
Può bastare? Non è detto, perché il problema della filiera è molto più complesso. Siamo in presenza di straordinarie normative. L'Italia è, se non l'unico, uno dei pochissimi Paesi che prevedono i contratti scritti rispetto alla vendita dei prodotti agroalimentari; con la legge contro la concorrenza sleale avremmo uno strumento enorme. Gli indici di coerenza e la declinazione della costruzione del prezzo del prodotto, comprensivo del costo della manodopera, potrebbe essere un indicatore per far scattare gli allarmi anche sul rispetto di quei contratti.
Non è sufficiente infatti dire che il contratto è scritto, perché se poi ho uno strozzamento del prezzo che arriva in particolare dalla filiera che arriva alla grande distribuzione e si disperde il valore della produzione, che va a incidere in primis sulle aziende agricole, che poi lo scaricano sui lavoratori, perché si scarica sempre sull'anello più debole della catena, riuscire a realizzare un pacchetto che tenga insieme le due cose potrebbe dare una valorizzazione della filiera.
C'è poi tutta la questione legata alla salute e alla sicurezza dei lavoratori, dei consumatori, dell'ambiente, quindi è un discorso molto complesso che però è il valore aggiunto dello sviluppo dell'agricoltura, che può diventare protagonista anche da questo punto di vista, se però diventa legale.
La diatriba con le organizzazioni datoriali è questa, noi riteniamo che non sia un fenomeno marginale, pensiamo che sia evidente. Devo dire che fino ad oggi, quantomeno nell'ultimo anno (eventualmente Matteo mi darà torto se sbaglio) il tavolo del caporalato non si riunisce così di frequente, anche se ci sono stati nell'ultimo anno e mezzo diversi incontri con i tavoli interministeriali, che stanno provando a ragionare di diverse questioni, una era quello che dicevo prima, il sistema informativo SILCA, che noi riteniamo possa diventare finalmente uno strumento eccezionale, cioè siamo nel 2026, parliamo di intelligenza artificiale e digitalizzazione in ogni momento, ma non eravamo ancora riusciti a far dialogare le banche dati del mondo agricolo, però sembra che a giugno avremo il parto di questo sistema.
C'è tutta la partita, ancora da concludere, del DL Agricoltura del 2024 sulla banca dati degli appalti, che potrebbe essere una cosa importante. Siena e Grosseto stanno lavorando nel rapporto con i due prefetti alle due sezioni della rete, probabilmente anche in modo congiunto, su un protocollo che ragioni in questo senso di white list rispetto ad aziende che possano dimostrare, rafforzato provando a lavorare anche sugli indici di coerenza, in modo da avere una mappatura di aziende che lavorano in regola anche come bacino di appalti, che in realtà è un piccolo embrione di quello che l'annunciata banca degli appalti dovrebbe e potrebbe essere, però siamo ancora in attesa dei decreti applicativi, abbiamo fatto un confronto per provare a porre le nostre idee in questo senso.
Sicuramente, quello che diceva, Presidente, rispetto alla protezione è l'elemento che diventa determinante ed è in parte quello più sfumato nella legge n. 199. Siccome quella legge nasce su due onde emotive non banali, perché il primo passaggio è stata la morte di Paola Clemente, il secondo passaggio è stato il rischio dell'ennesima rivolta a Gioia Tauro nella raccolta delle arance, perché questo era il momento, onde evitare andate e ritorni su quella parte ci si è limitati a fare riferimento alla normativa straordinaria sull'anti tratta, che è una legge che guarda alle radici del mondo agricolo, in parte la normativa anti tratta, in parte Pio La Torre, perché sono le due questioni a cui si fa riferimento, manca qualcosa di più concreto.
Manca qualcosa di più concreto che sia di ampio respiro e tenga insieme sia lavoratrici italiane e straniere con esigenze diverse; il 18-ter, la modifica dell'articolo del Testo unico, è stato sicuramente un passo avanti, rimane chi è entrato in regolarità prima e quindi come provare a dare una risposta a chi è rimasto imbrigliato in quelle maglie, ma anche provare a dare delle soluzioni immediate per chi denuncia, perché se io devo passare da essere pagato 3 euro all'ora a perdere contemporaneamente la casa e quel minimo di reddito che, seppur bassissimo, comunque mantiene famiglie al Paese d'origine, in uno stato a volte di ricattabilità dei parenti nel Paese d'origine, è chiaro che io non denuncio, mi accontento di quelli e vivo come sto sopravvivendo.
Serve quindi un intervento pressoché immediato negli approcci, sebbene i diversi progetti ministeriali, che fanno capo al Ministero del Lavoro rispetto a contrasto e sfruttamento, stiano lavorando in questo senso, percorsi di ricollocazione, che devono essere accompagnati da un sostegno al reddito immediato, così come devono essere rafforzati e verificati tutti i sistemi di messa in protezione, considerando che, visto che l'origine era parlare del dramma del plurisfruttamento femminile, c'è il tema della messa in protezione, la questione anche dei figli, quindi un reddito che tenga in considerazione il nucleo familiare, che sfili a volte dal territorio e dalle comunità le persone soggette a sfruttamento, cosa ancora più importante per le donne.
C'è un problema di recupero delle somme, quindi dei salari persi dai lavoratori agricoli nella fase dello sfruttamento, quindi si potrebbe ipotizzare, con le risorse che vengono dal bacino delle ispezioni in agricoltura, un fondo che provi a dare una risposta a questi lavoratori che hanno perso salario e hanno denunciato, quindi favorire l'emersione e la denuncia, perché va creata una rete, così come va coinvolto il terzo settore. Laddove si riesce a mettere insieme (è questa la funzionalità delle Sezioni territoriali) anche il terzo settore e a mettere in campo delle reti questo diventa fondamentale, come anche la ricollocazione, perché alla fine la dignità di avere un lavoro e di potersi mantenere è una dignità che tutti noi vogliamo, perché altrimenti non avremmo l'articolo 1 della nostra Costituzione.
Creare percorsi che facilitino la riassunzione di chi denuncia in aziende potrebbe essere un percorso. Penso che un pacchetto di sgravi per chi assume persone che hanno denunciato sfruttamento potrebbe essere una questione importante.
Sull'iscrizione alla Rete, sicuramente è stata positiva la pubblicità che è andata in onda sulle reti nazionali per far conoscere lo strumento. C'è un problema di riconoscimento e di riconoscibilità delle aziende iscritte, ma perché nella fase di redazione di quella legge, essendo uno strumento volontario, diventa un po' complicato dare dei bollini e delle garanzie da questo punto di vista, ma anche qui (rischio di diventare ossessivo-compulsiva) nel momento in cui istituissimo gli indici di coerenza potrebbe essere un elemento che determina e favorisce o quantomeno entra nel circuito dell'iscrizione una maggior valorizzazione del prodotto legale.
Qui non si tratta di più o meno controlli, ho citato prima i dati, il problema sono i controlli tout court, sono 170.000 più o meno nel 2024 le aziende agricole con manodopera dipendente, sempre in quell'ambito in cui il nero scompare dai radar, non è detto che ci sia un'azienda con un solo lavoratore che è in nero, non ne risultano in quella mappatura. Di cosa stiamo parlando? Di 6.000 accessi nel 2024 a fronte di 169.000 aziende. Quello è il punto che ci fa dire che dobbiamo lavorare in un altro modo, provare ad intervenire prima.
Rete del lavoro agricolo di qualità e Sezioni territoriali. Siamo un 50 per cento di Sezioni aperte, non voglio dire che contiamo su una mano quelle effettivamente operanti ed operative, l'INPS non vuole prendere il pallino in mano, quando riusciamo ad avere le convocazioni, metà delle persone non si presenta, quindi c'è – credo – una chiara volontà di non farle funzionare, questo è il punto, ed è purtroppo molto lasciato alle sensibilità individuali, a volte dell'INPS, a volte i nostri maggiori alleati nell'apertura delle Sezioni sono i Prefetti. Devo dire che in quel caso, invece, si aprono e devo dire che stanno iniziando a lavorare (i casi ancora sono pochi, ma nell'ultimo anno e mezzo abbiamo visto uno scatto sia nell'apertura, sia nei tentativi di operatività) e questo è sicuramente importante.
I tavoli di discussione a geometrie variabili sono molto più diffusi, vanno sicuramente bene, ma continuiamo a rimanere dell'idea che quei tavoli debbano essere rimessi lì dentro, perché i soggetti e le possibilità di incardinare discussioni con i Centri per l'impiego per l'intermediazione trasparente di manodopera sono fondamentali, così come capire le risorse.
I fondi che possono essere messi a disposizione nel complesso generale dei fondi FAMI e quant'altro possono essere un supporto, l'Agribus a Ferrara è partito con soldi delle organizzazioni agricole, sindacali e datoriali, perché gli Enti bilaterali sono composte dalle 6 (a volte di più, dipende dai territori, perché c'è anche la cooperazione nel sistema) con i soldi della bilateralità, che però si sta muovendo verso il recepimento e una graduatoria che vedrà anche risorse FAMI contribuire all'Agribus. Ovviamente, le possibilità di intervento da parte della bilateralità dipende dalla mole, però è evidente che siamo disponibili a fare la nostra parte quantomeno per iniziare le sperimentazioni, perché le alzate di scudi, a volte non necessariamente obiettive, quando si vedono i risultati ci sono, io vengo da quel territorio, da Ferrara, per cui ho vissuto molti anni fa queste discussioni, oggi si dice che è vero, però se riusciamo a incrociare, il Centro per l'impiego funziona, così come l'Agribus ha una sua funzionalità, per cui a volte gli esempi della funzionalità diventano importanti.
MATTEO BELLEGONI, Capo dipartimento politiche migratorie FLAI Nazionale. Aggiungo poche cose, perché Silvia Guaraldi è già stata esaustiva su tutto, però alcuni concetti rispetto alle domande che faceva lei, presidente, andrebbero a mio avviso chiariti.
Uno spunto rispetto a quanto chiedeva, a cui ha già in parte risposto Silvia Guaraldi. Rispetto alla questione delle Sezioni della Rete del lavoro agricolo di qualità, lei chiedeva quale sia l'andamento dei vari tavoli del caporalato e sfruttamento, che a volte sono provinciali, altre regionali, a volte partono, fanno una riunione e poi spariscono. Io penso che ci sia un'iperproduzione di tavoli, che poi non funzionano, che servono per affrontare, sull'onda emotiva del momento, magari perché c'è stato un infortunio, perché c'è stato il caso di Satnam Singh, perché c'è stato il caso a Matera dei quattro operai deceduti in un incidente stradale e degli altri connazionali che sono stati gravemente coinvolti, poi magari vai a vedere e, laddove è stato attivato il tavolo permanente, non è stata costituita la Sezione o magari c'è ma non funziona.
È preferibile continuare a produrre strumenti ulteriori, che poi non funzionano, oppure far funzionare e mettere a sistema quelli che già esistono? Da questo punto di vista, oltre a quello che veniva già citato, partendo dalla considerazione rispetto al ruolo delle Sezioni, c'è anche un'altra questione, che riguarda i Consigli territoriali per l'immigrazione, previsti fin dal 1998, che dovrebbero essere costituiti e funzionanti in ogni Prefettura d'Italia, che spesso non ci sono, non funzionano, non affrontano le tematiche che potrebbero essere connesse a tutto quello che riguarda lo sfruttamento lavorativo rispetto ai lavoratori e alle lavoratrici migranti, e potrebbero giocare un ruolo.
Spesso non vengono appunto convocati o, se vengono convocati, è solo per affrontare questioni di ordine e di sicurezza e non di prevenzione e di proposta, con un ruolo proattivo di questi organismi.
Tra l'altro, questo ragionamento si può estendere anche a livello italiano. Il 14 luglio 2021, quando c'erano il Ministro dell'Interno Lamorgese, Andrea Orlando Ministro del Lavoro, Patuanelli Ministro dell'Agricoltura, Enzo Bianco Presidente dell'ANCI, fu firmato un protocollo d'intesa, che teoricamente sarebbe ancora in vigenza, perché rimaneva in vigenza quanto il Piano triennale, ma se il Piano triennale viene prorogato, dovrebbe essere prorogato anche quel protocollo, che prevedeva la costituzione della Consulta nazionale, che in realtà si è riunita forse una volta.
Era stato individuato Roberto Maroni come Presidente della Consulta, poi le sfortunate vicende probabilmente hanno giocato a sfavore del funzionamento di quello strumento, però tra le cose che erano previste in questo protocollo di cui eravamo firmatarie tutte e tre le organizzazioni sindacali (FAI, FLAI e UILA) con le nostre Fondazioni e c'era anche la Fondazione di Coldiretti, era prevista la costituzione, all'interno dei Consigli territoriali per l'immigrazione, di Sezioni specializzate per la prevenzione dello sfruttamento lavorativo in agricoltura, alle quali avrebbero dovuto partecipare le organizzazioni sindacali firmatarie di quel protocollo d'intesa.
Sfido a verificare quante Sezioni speciali del Consiglio territoriale per l'immigrazione si siano costituite e riunite e abbiano discusso i tanti problemi che Silvia Guaraldi in maniera così efficace elencava a questa Commissione, così come le linee guida per l'individuazione delle vittime di sfruttamento e la protezione delle vittime.
Anche queste, votate, dovevano essere assorbite attraverso la Conferenza Stato-regioni da ogni singola regione, quindi fatte proprie, mi pare che sia stato fatto solamente in Campania, se non ricordo male, ma anche qua queste linee guida sono state fatte, sono state discusse, sono state approvate più o meno nel solito periodo 2022-2023, ma anche quelle rimaste nell'aere, nel senso che questa iperproduzione legislativa, che c'è anche su queste tematiche, alla fine, invece di essere un valore aggiunto, uno strumento ulteriore, che ci mette in condizioni di contrastare, insieme alle Istituzioni, insieme al terzo settore, insieme alle donne e agli uomini di buona volontà che vogliano contrastare questi fenomeni, diventano quasi un boomerang, perché ci sono talmente tante cose che alla fine si perdono, non vengono utilizzate o addirittura a volte diventano, come provavo a spiegare, un ostacolo. Credo che questa sia la prima riflessione che bisogna aprire rispetto a questo tema.
L'altra è la questione che riguarda la vulnerabilità delle vittime. Ci sono due bellissimi saggi di Maria Grazia Giammarinaro e di Letizia Palumbo, sia nel V che nel VI Rapporto, che parlano del tema della vulnerabilità delle donne in agricoltura, con un focus specifico sulle donne migranti. Giustamente, il loro concetto era che alcuni vorrebbero far rientrare lo stato di vulnerabilità delle donne come status quo, nel senso che una donna è vulnerabile di per sé in quanto donna, mentre loro dimostravano invece che è la società che le mette nelle condizioni di essere vulnerabili.
Perché apro questo ragionamento? Perché vale anche in generale, quando parliamo dei lavoratori e delle lavoratrici migranti. Uno dei fenomeni che abbiamo riscontrato, oltre a quello che descriveva Silvia Guaraldi rispetto al Decreto flussi, sul quale non intorno, ma su cui bisognerebbe mettere mano, perché onestamente che sia una legge dello Stato – non per sua volontà, ma per dato di fatto – a produrre irregolarità e clandestinità nel nostro Paese, se da una parte invochi il blocco navale e dall'altra fai entrare gli irregolari con gli aerei, con un regolare visto e un regolare nulla osta, e poi di fatto li fai permanere (non per loro volontà, ma per le condizioni della legge) in stato di irregolarità è un problema.
Detto questo, c'è anche un fenomeno, la profughizzazione delle vittime di sfruttamento, che riguarda il fatto che spesso, se non attraverso il Decreto flussi, attraverso i CAS (Centri accoglienza straordinaria), che ormai sono il livello di gestione preminente rispetto ai SAI (Sistema Accoglienza Integrazione) dei richiedenti asilo che permangono sul nostro territorio, spesso sono dei veri e propri bazar, io mi sono trovato con le nostre Brigate del lavoro nel CAS di Oderzo, a Treviso, che davvero sembrava il mercato degli schiavi che potevano trovare nel 1800 nei campi di cotone in America, dove passavano le macchine dei caporali a prendere questi ragazzi, li caricavano e li portavano a lavorare nei campi non certo in condizioni di lavoro ottimali, ma lì c'è un problema, c'è un tema che è importante.
Per la legge italiana, in realtà per un'interpretazione giurisprudenziale dal nostro punto di vista errata della normativa italiana, se sei richiedente asilo, stai all'interno di un CAS e superi la quota dell'assegno sociale che sono circa 600 euro al mese, vieni sbattuto fuori non solo dal CAS, ma da tutto il sistema, che è già molto carente.
Spesso, infatti, non vengono fatti corsi di formazione in lingua italiana che invece dovrebbero essere obbligatori, spesso non vengono fatti percorsi di inclusione culturale, che invece dovrebbero essere obbligatori, tutta una serie di cose che invece il sistema SAI garantirebbe, ma ovviamente si cerca di affondare perché c'è un'ideologia rispetto alla gestione del tema immigrazione, purtroppo, aggiungo io, perché invece bisognerebbe essere meno ideologici e più pragmatici anche nella gestione di questo.
Fatto sta che è il sistema di applicazione della legge italiana che rende queste persone vulnerabili, ricattabili e, conseguentemente, alla mercé spesso di chi non si fa scrupoli di sfruttare questa vulnerabilità, perché è evidente che a questo punto è al lavoratore stesso che conviene paradossalmente essere sfruttato, perché altrimenti esce fuori da un sistema di accoglienza, senza avere alcuna alternativa, e questa è una cosa grave.
Due ultime cose velocemente. C'è un tema rispetto a quello che diceva giustamente Silvia su articolo 18-ter, permessi di soggiorno, protezione delle vittime e il cosiddetto referral piuttosto che l'inclusione socio-lavorativa, come viene definita dalla legge. C'è il problema che tutto quel percorso è pensato solamente per i lavoratori e i cittadini non UE, se lo stesso fenomeno di sfruttamento viene subito dalla lavoratrice rumena di cui parlava Silvia Guaraldi, che vive in condizioni indicibili con il livello di multi sfruttamento che abbiamo detto, compreso lo sfruttamento sessuale e tutto quello che ne consegue, alla lavoratrice che denuncia e quindi prova a entrare in quello che riguarda l'applicazione del 603-bis non spetta l'inclusione socio lavorativa, non spetta nessuno strumento di accompagnamento alla denuncia.
Dall'altra parte, invece, per quanto riguarda i cittadini stranieri, come dicevo, abbiamo tutto il tema delle persone di cui parlava Silvia Guaraldi, che non rientrano nell'applicazione del 18-ter o ci rientrerebbero con una forzatura, ma che non per loro volontà rispetto al Decreto flussi si ritrovano irregolari nel nostro Paese. Non c'è attualmente nella normativa italiana, nel Testo unico per l'immigrazione, nessun modo per poter essere regolarizzati. Se l'irregolarità arriva e viene riscontrata nell'immediatezza, con una ricostruzione giurisprudenziale, a alle volte, fortunatamente, riusciamo a far ottenere i cosiddetti «permessi di soggiorno per attesa occupazione», che però non esistono più nel Testo unico immigrazione, glieli facciamo ottenere tramite una ricostruzione giurisprudenziale.
Se non lo becchi nell'immediatezza e magari passano due o tre anni, come è facile che passino, perché dopo due o tre anni il caporale non è più perseguibile per truffa e per i reati più gravi perché vanno in prescrizione, quindi per due o tre anni lo prende in giro, finché sa di essere entrato in una fase in cui non è più imputabile dei reati più gravi (truffa, tratta), a quel punto il lavoratore non ha più alcuno strumento per poter essere regolarizzato.
Nelle more di un Testo unico sull'immigrazione che andrebbe dal nostro punto di vista totalmente riformato, inserendo strumenti di regolarizzazione permanenti ed individuali, ma questo è un tema molto complesso da affrontare in questo momento storico, un ruolo molto importante potrebbe essere giocato dalle Prefetture insieme alle parti sociali nei Consigli territoriali per l'immigrazione se, invece di riunirsi una volta ogni 10 anni o solamente per problemi di pubblica sicurezza, si riunissero per analizzare queste situazioni e trovare l'applicazione dei pochi strumenti che già esistono, magari forzando anche un po' l'interpretazione giurisprudenziale, per portare a delle risposte che facciano emergere questo fenomeno e provino a contrastarlo.
L'ultima cosa è il problema, che diceva Silvia Guaraldi, dell'individuazione delle aziende. Abbiamo scoperto a Pordenone che la prima cosa che fa il caporale (sto parlando volutamente di Pordenone per parlare del profondo nord, non di fenomeni che noi riteniamo relegati al sud), quando fa salire un lavoratore pachistano sul pulmino, è fargli spegnere o ritirargli il cellulare, in modo che non si colleghi alle celle e quindi non possa essere geolocalizzato, se un domani dovrà fare una vertenza lavorativa o una denuncia ex articolo 603 per sfruttamento lavorativo e intermediazione illecita di manodopera.
Anche qui, inserire degli strumenti per cui siano le aziende stesse a geo-localizzare il lavoratore, di modo che ci sia una tracciabilità rispetto a queste vicende penso che sia un tema importante.
Sono tutte cose molto interessanti, che però andrebbero discusse nelle sedi appropriate, dove si possono prendere delle decisioni e intervenire concretamente, come diceva Silvia Guaraldi, sul territorio, a partire – insisto – dalle Sezioni, che potrebbero avere davvero un ruolo eccezionale.
PRESIDENTE. Grazie molte per la completezza del ragionamento.
Do la parola al collega Soumahoro per il suo intervento.
ABOUBAKAR SOUMAHORO. Grazie, presidente. Innanzitutto ringrazio i nostri auditi per i contributi portati e i dati messi a disposizione sul tema dello sfruttamento in agricoltura, in particolare in relazione alle condizioni delle donne.
Ascoltando il loro contributo, il ragionamento ha interessato l'insieme del segmento della forza lavoro in agricoltura. Le relazioni e i dati verranno messi a disposizione, presidente?
PRESIDENTE. È già stata mia cura rivolgermi agli uffici, per una trascrizione puntuale.
ABOUBAKAR SOUMAHORO. Questo è molto importante per fare le giuste valutazioni nelle sedi politiche. Un'osservazione a partire da quanto è stato messo a disposizione in relazione sempre al tema dello sfruttamento e alla triplice variabile, cioè intermediazione, trasporto, alloggi come strumenti per poter combattere il caporalato.
Sul tema degli alloggi, il PNRR ha destinato 200 milioni di euro per la sistemazione abitativa dei braccianti nel nostro Paese, tra cui ben 114 milioni per la sistemazione dei braccianti nella regione Puglia, dove come Commissione siamo stati oltre un anno fa, durante le visite che facciamo in relazione alle varie missioni.
Su questo intendevo rivolgere la prima domanda. Alla luce del fatto che sono passati oltre tre anni e mezzo e quelle risorse non sono state impiegate, ovvero oltre 90 milioni nella provincia di Foggia non sono stati utilizzati, con il rischio di andare persi alla luce della scadenza del mese di giugno prossimo, perché questi sono i termini. In che modo si potrebbe declinare, secondo il sindacato, la sistemazione, laddove venissero utilizzate miracolosamente queste risorse nel giro di tre mesi? Ad una sistemazione abitativa diffusa, distribuita sui territori, o a una sistemazione allo stesso tempo distribuita sul territorio, ma anche in condizioni dignitose nelle zone rurali, tenuto conto che va spezzato il legame di ricattabilità sul tema del trasporto, laddove l'azienda non se ne faccia carico? Questa è la prima domanda.
La seconda domanda riguarda il tema del lavoro tra le attività della Rete del lavoro agricolo di qualità e del tavolo sul caporalato. Più che l'iperproduzione, poi il sindacato dirà, alla luce dell'esperienza portata avanti, se non ci sia un problema di armonizzazione di questi due strumenti che ritengo importanti, cioè da una parte abbiamo la Rete del lavoro agricolo di qualità, che va avanti da tanto tempo e i numeri ci dicono che fa fatica, dall'altra parte abbiamo avviato da qualche anno il tavolo sul caporalato, di cui ho avuto modo di consegnare il testo base al Governo per portare a quello che oggi abbiamo.
Oggi, abbiamo il problema di mettere in collegamento il lavoro di questi due strumenti preziosi, cioè il tema dell'armonizzazione. Potrebbe essere una soluzione?
L'ultima domanda riguarda il tema della disparità salariale. Una figura che il sindacato FLAI conosce molto bene, Giuseppe Di Vittorio, presentò all'epoca la proposta di legge per l'introduzione del salario minimo legale per il segmento della filiera agricola, è chiaro che sono passati tanti anni, ma accanto a questo abbiamo il tema della redditività per le nostre aziende agricole, vista la natura delle strutture agricole che variamo a seconda del territorio anche in termini di consistenza.
Cosa pensa il sindacato dell'introduzione del salario minimo legale, per garantire una condizione salariale dignitosa per i braccianti, ovviamente tenendo conto della contrattazione a livello nazionale e delle sue articolazioni provinciali? Dall'altra parte, c'è il tema del reddito minimo per evitare che i datori di lavoro siano costretti a vendere i prodotti agricoli a un prezzo che li schiaccerebbe.
Ribadisco il mio ringraziamento per il prezioso contributo che avete apportato ai nostri lavori.
PRESIDENTE. Grazie, collega Soumahoro.
Se non ci sono altri interventi, do la parola alla dottoressa Guaraldi per la replica.
SILVIA GUARALDI, Segretaria Nazionale FLAI CGIL. Provo ad essere telegrafica e scusateci se siamo stati prolissi, ma ci facciamo prendere.
Diciamo che ho volutamente glissato rispetto alle risorse del PNRR, perché come sindacalista e come cittadina io mi vergogno di quello che è accaduto, mi vergogno che ci siano solo 11 progetti che speriamo vedano la luce e che sono probabilmente anche progetti che intervengono nei punti meno critici.
La situazione pugliese è una vergogna nazionale, che non si vuole mettere a posto, perché credo che alla fine questo sia il punto, si è perso tempo, in modo che alla fine non si arrivasse a definire le progettazioni e quindi si potesse addivenire a soluzioni che potessero avere una concretezza, e anche laddove si sono ventilate in alcuni casi, io credo che continuassero ad essere soluzioni indegne, perché se pensiamo che la soluzione a Borgo Mezzanone o Torretta Antonacci siano nuovi container, non abbiamo capito qual è il problema.
Che sia estremamente complesso è fuori discussione, si ventila al momento (è tutto da verificare, è emerso nell'ultima riunione del tavolo del caporalato) di provare a utilizzare le risorse che non verranno utilizzate negli 11 progetti per sostenere quelle aziende o quelle realtà che ristrutturano e mettono a disposizione alloggi dignitosi, che sicuramente può essere un percorso, perché una soluzione va trovata, non solo devono essere dignitosi, devono essere controllati, perché magari metto a posto un casolare in cui potrebbero andare 3 persone e ce ne ritrovo 30, cioè replichiamo un problema che già c'è, magari anche mettendoci delle risorse pubbliche.
Allo stesso tempo, devono esserci dei vincoli quantomeno temporali, quindi quella è un'opzione che può essere messa in campo per trovare delle soluzioni, che però devono essere ben delimitate e parametrate, perché non vorrei ritrovarmi tra qualche anno un agriturismo a 5 stelle in un posto che doveva avere un'altra funzionalità (solo per essere poco polemica).
PRESIDENTE. Anche questo lo mettiamo nella relazione.
SILVIA GUARALDI, Segretaria Nazionale FLAI CGIL. Ecco, mi è scappata, fermo restando che quella, purtroppo, credo che non possa essere la soluzione dei problemi per le zone più esposte, in particolare la Puglia, ma non solo, perché in Calabria le condizioni non sono particolarmente diverse, come anche in alcune aree della Sicilia.
Secondo me, potrebbe essere aggiunta una mappatura delle case abbandonate, ci potrebbero essere delle soluzioni legate a progettualità di rivitalizzazione di borghi di aree interne, e anche le risorse attribuite alle aree interne, anche queste spesso inutilizzate, potrebbero essere un altro bacino di risorse, con il duplice, se non triplice, vantaggio di rivitalizzare alcuni territori, provare a creare delle economie, creare dei bacini di uscita dall'illegalità, che mettano insieme produzioni agricole, contrasto al dissesto idrogeologico, forestazione, piccola produzione artigianale, rivitalizzando comunità che si stanno spopolando. Una piccola risposta all'inverno demografico potrebbe arrivare anche da questo. Cito, ma non come primo esempio, quello di Riace, però Camini è una realtà che può essere presa ad esempio e potrebbe essere un'idea anche per l'utilizzo di quelle risorse e di altre.
Sezioni territoriali e altri tavoli. È chiaro che io sono di parte in questa discussione e, siccome credo profondamente in quella legge, penso che il punto nodale debbano essere le Sezioni, ma il primo punto su tutti è che ci siano dei coordinamenti, come dovrebbe essere scontato, ma di scontato non c'è mai nulla. L'importante è che noi proviamo a mettere insieme menti, persone, possibilità, risorse, guardando dai territori, perché è lì che si mette a terra la soluzione, un'uscita da questa tragedia.
Una cosa che non ho detto prima e che può essere un buon esempio rispetto ai vantaggi dell'iscrizione alla Rete del lavoro agricolo di qualità è che sono oltre 14.000 le istanze presentate dal 2015, 10.000 quelle accettate, 5.000 solo nel 2025. Questo vuol dire che c'è uno scatto e questo scatto è principalmente dovuto finalmente alla presa di coscienza di più regioni dell'inserimento della premialità nei PSR per le aziende iscritte.
Quest'anno abbiamo avuto Sicilia, Calabria, Lazio, quindi regioni importanti, l'Emilia-Romagna lo fece fin dagli albori, e questo sta dando un supporto.
Io provo a guardare oltre, a lanciare il cuore oltre l'ostacolo: perché non ipotizzare che in tutti i bandi pubblici in cui si parla di somministrazione di alimenti, in primis mense scolastiche e mense ospedaliere, le aziende debbano essere iscritte quantomeno alla Rete del lavoro agricolo di qualità? Se poi hanno anche l'indice di coerenza a norma, sono ancora più felice.
Questo può essere un ulteriore elemento per favorire, in modo meno complicato dei vari bollini, l'iscrizione alla Rete, così come non siamo contrari al salario minimo, anzi, però per il sistema contrattuale che c'è nel nostro Paese noi pensiamo che debba essere sempre e comunque legato ai contratti, perché è evidente che nelle modifiche delle qualifiche il salario minimo tout court, senza agganciarlo alla contrattazione, potrebbe rischiare uno scivolamento in basso, mentre invece dobbiamo tenere insieme le due cose, però è evidente che un'asticella minima va messa in campo.
In realtà, noi abbiamo le aree forse non adeguate, con l'intervento del contratti provinciali che hanno capacità ed esercizio di primo livello in agricoltura e non di contratti integrativi, pur permanendo differenze importanti anche da provincia a provincia, si sta tentando di alzare il minimo, però sicuramente quello sarebbe un elemento determinante per quanto riguarda i costi sulle aziende, perché è chiaro che se introduco il salario minimo, da un lato dovrei avere la certezza di un pagamento minimo orario, poi fatta la legge, trovato l'inganno, metto sempre i punti interrogativi.
Non risolve il problema della catena del valore, quindi di interventi (adesso non vorrei cadere nel marxismo, nel socialismo di Stato), siccome i beni alimentari non sono un bene ordinario rispetto agli altri, perché sono un bene comune, ne va della nostra sopravvivenza, l'alimentazione e l'acqua, forse mettere in campo un meccanismo che vincoli almeno al rispetto del minimo salariale nella costruzione dei contratti di vendita dei prodotti alimentari, usando la legge contro la concorrenza sleale, potrebbe essere un elemento di riflessione.
PRESIDENTE. Molto bene, vi ringrazio. Se non c'è altro da aggiungere in questa seduta, c'è molto su cui riflettere. Avrei avuto altre domande, ma mi autocensuro, ve le farò in separata sede mentre ci salutiamo.
Desidero ringraziarvi perché, vista anche la presenza dei colleghi da remoto, è un tema su cui c'è massima attenzione, quindi vi ringraziamo per il lavoro e i vostri preziosi documenti. Qualora ci fossero ulteriori integrazioni che vogliate suggerirci, oltre allo stenografico che produrremo come Commissione, siamo naturalmente a disposizione.
Dichiaro conclusa la seduta.
La seduta termina alle 12.25.
fonte: Camera dei Deputati
