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5 Le condizioni di lavoro nello stabilimento di Torino


Molto vasto è il materiale probatorio acquisito durante il dibattimento per accertare le condizioni di lavoro nello stabilimento di Torino: si compone di numerosissime testimonianze, di una corposa documentazione, di svariate analisi - anche su budget, contratti e bilanci; l'argomento è di rilievo sia per correttamente inquadrare le cause dell'incendio, sia per accertare le responsabilità.



5.1
Occorre qui brevemente ricordare che lo stabilimento di Torino è tradizionalmente un sito produttivo dedicato alla lavorazione dell'acciaio sin dagli anni precedenti la seconda guerra mondiale (v. la testimonianza di DE AL. Tommaso, vicesindaco di Torino, udienza del 14/4/2010, pag. 66 trascrizioni); come vedremo infra, numerosi testimoni si riferiscono al loro lavoro in quello stabilimento sin dalla seconda metà degli anni 70, senza soluzione di continuità nonostante i diversi datori di lavoro, in allora all'interno del gruppo FIAT, come FIAT FERRIERE, poi con il nome di TEKSID, poi ILVA, poi ceduto al gruppo RIVA ed alla KRUPP; quest'ultima fusasi con la THYSSEN (sui passaggi di proprietà, v. anche il teste RI. Mario, già Direttore dello stabilimento di Torino, poi passato a lavorare in Germania per THYSSEN KRUPP STAINLESS, udienza 31/3/2010, pag. 5 trascrizioni); si deve precisare che l'attività produttiva che andiamo a descrivere - e che rileva nel presente giudizio - si svolgeva solo su di una parte del più ampio complesso industriale, che originariamente si componeva anche di una vera e propria "acciaieria" (la cd. "colata").
Dalla seconda metà degli anni '90 - ed al momento dei fatti per cui si procede - lo stabilimento di Torino appartiene alla multinazionale THYSSEN KRUPP AG, "casa madre" con sede in Germania, il cui principale settore di attività è appunto l'acciaio, collegato ad alcuni beni strumentali (tecnologia, ascensori e altro). In capo alla "casa madre" THYSSEN KRUPP AG (secondo quanto esposto dalla Procura nel presente processo e non contestato dalle difese) si concentravano le - sole - decisioni relative al gruppo in generale: strategia, gestione degli investimenti anche finanziari, rapporti con l'azionariato diffuso; per il resto, il gruppo era gestito su base "decentralizzata" (per le decisioni strutturali ed operative) attraverso una serie di sub holding che facevano riferimento ad una capogruppo per ogni settore (la "decentralizzazione" delle decisioni strutturali ed operative in capo alle sub holding è confermata anche dall'appena citato teste RI. Mario v. udienza 31/3/2010, pag. 20 trascrizioni).
La gestione della THYSSEN KRUPP AG era demandata a due organismi: un comitato esecutivo (altrimenti detto "executive board") che assumeva le decisioni manageriali quotidiane (e che nel dicembre 2007 era composto da otto membri), ed un comitato di sorveglianza (altrimenti detto "supervisory board") che controllava il comitato esecutivo (e che nel dicembre 2007 era composto da venticinque membri). Si deve qui sottolineare (rimandando subito allo specifico capitolo) che, secondo numerosi testi dirigenti THYSSEN KRUPP (e li vedremo infra; qui appare sufficiente ricordare il riferimento del citato teste RI., pag. 74 trascrizioni e i verbali del C.d.A. di THYSSEN KRUPP AST) tutte le società del gruppo erano organizzate, ai vertici, con un "board" o "executive board", organo collegiale per le decisioni operative. Per quanto qui rileva, nel settembre 2007 (come vedremo anche infra, il bilancio annuale di tutte le società del gruppo abbracciava il periodo 1° ottobre-30 settembre successivo) il settore acciaio era distinto in due segmenti: acciaio al carbonio (steel) e acciaio inossidabile (stainless); quest'ultimo si componeva di una capo-gruppo, la THYSSEN KRUPP STAINLESS AG con sede in Duisburg (Germania) che controllava sei società operative tra le quali (attraverso la società THYSSEN KRUPP ITALIA s.p.a.) la società THYSSEN KRUPP ACCIAI SPECIALI TERNI s.p.a., con due stabilimenti di produzione di laminati in acciaio inox, a Terni e a Torino (le altre società operative, ciascuna con propri stabilimenti - in diverse parti del mondo, secondo il già citato teste RI. Mario, "oltre che in Italia, in Germania ovviamente...in Messico, in Cina e... negli Stati Uniti" - erano la TK NIROSTA, la TK MEXINOX, la TK SHANGHAI, la TK INTERNATIONAL e la TK VDM).
Si può quindi affermare, sempre per quanto qui interessa e con maggiore precisione, che lo stabilimento di Torino era uno degli stabilimenti della multinazionale THYSSEN KRUPP AG (un "colosso" economico, produttivo e finanziario, con decine di stabilimenti e migliaia di dipendenti in tutto il mondo) e che, in particolare, era parte integrante e "dipendeva" (su questa affermazione, v. dettagliatamente infra) dalla THYSSEN KRUPP ACCIAI SPECIALI TERNI s.p.a., controllata dalla capo gruppo THYSSEN KRUPP STAINLESS AG. Vedremo poi nell'apposito capitolo (v.), in dettaglio, i compiti di direzione, di gestione e di organizzazione relativi allo stabilimento di Torino;


questi pochi cenni vengono qui riportati per sottolineare il fatto che lo stabilimento di Torino non dipendeva da un imprenditore che ivi svolgeva la sua unica attività produttiva, ma era uno dei tanti stabilimenti di un "gruppo" di vastissime dimensioni; come tale, utilmente confrontabile - per quanto si è potuto accertare nel presente giudizio - con altri stabilimenti - sempre "stainless" - dello stesso "gruppo", oltre che con quello di Terni.




5.2
Come si esporrà dettagliatamente in prosieguo, il quadro complessivo emergente dalle prove acquisite è, sotto il profilo delle condizioni di lavoro, della sicurezza sul lavoro in generale e della sicurezza antincendio in particolare, contraddistinto, nello stabilimento di Torino, da gravissime carenze strutturali ed organizzative; appare qui interessante sottolineare come tale situazione rendesse lo stabilimento di Torino, nel periodo rilevante ai fini del presente giudizio e, pertanto, qui considerato (secondo la contestazione della Procura della Repubblica, dal giugno 2006) del tutto anomalo rispetto agli standard degli altri stabilimenti delle sub holding di THYSSEN KRUPP STAINLESS, in Germania, in particolare a Krefeld (v. infra) ed a Terni: in quest'ultimo, paragonando anche, in particolare, l'area cd. "a freddo", corrispondente per gli impianti, per le lavorazioni presenti e per il numero di occupati, proprio all'intero stabilimento di Torino (v., per questo confronto, il capitolo dedicato alla descrizione dello stabilimento).
Tale affermazione - cioè la "differenza", in peggio per Torino - si fonda su alcune testimonianze ed è confermata da svariati dati documentali; è qui interessante sottolineare come risulti evidente confrontando le fotografie e le riprese dello stabilimento di Torino (e della Linea 5: come si è già ricordato, di cui la Corte ha anche preso diretta visione) con le fotografie - anch'esse numerose in atti - che raffigurano altre unità produttive della multinazionale THYSSEN KRUPP, non solo in Germania ma anche a Terni; una diversità tanto evidente da sorprendere: infatti, durante la proiezione di fotografie dello stabilimento di Terni, nel corso della testimonianza di LI. Leonardo (v. udienza 26/5/2009, pag. 124 trascrizioni), il P.M. gli aveva chiesto se -normalmente - lo stabilimento di Terni fosse nelle condizioni in cui appariva nelle foto: ricevendo dal teste piena conferma.

Anche il confronto visivo ha permesso alla Corte di conoscere, ai fini della presente decisione, non solo quali "possano" o "debbano" essere, ma quali effettivamente siano le condizioni di uno stabilimento produttivo del tipo di quello di Torino - e di proprietà della stessa multinazionale - diversamente diretto, gestito ed organizzato.

Sulla "diversità" tra lo stabilimento di Torino ed altri stabilimenti del gruppo THYSSENKRUPP riferiscono, tra gli altri, il teste P.S. Salvatore (già citato, v. udienza 11/3/2009, da pag. 73 trascrizioni) in relazione allo stabilimento THYSSEN KRUPP NIROSTA di Krefeld: "...alla NIROSTA...ho chiesto a mia moglie se ci volevamo trasferire, era pulito, era tutto in ordine...pulivano, loro fermavano una volta alla settimana l'impianto c'ero anch'io e me l'hanno fatto fare...pulizia completa rulli e tutto quanto...ricordo anche comunque perché c'era stato uno scambio in Germania, sei italiani sono andati di là e sei di qua, ricordo che i tedeschi sono arrivati in Germania e lì ci hanno fatto mettere su un tavolo a tirare giù due righe, la diversità, che diversità avete trovato in Italia e la Germania e lì mi sono trovato spiazzato perché i ragazzi tedeschi hanno detto in Italia non c'è sicurezza e pulizia stop..."; pag. 87 trascrizioni: "sono stato un mese in Germania, gli ultimi due giorni prima di rientrare in Italia è venuto il Direttore di stabilimento SA. e GO. che era il capo del personale, sono venuti in Germania e ricordo che SA. mi ha detto... "Hai visto che roba?' riguardo comunque la pulizia sicurezza..."; e, appunto sulla sicurezza, P.S. riferisce di un impianto automatico - in luogo delle "barriere" - per impedire ai lavoratori di essere investiti da un "carrellone" su binari, attraversando gli stessi (pag. 88): "...non c'erano le barriere e io volevo fare il furbetto dicendo in Italia noi abbiamo le barriere in modo che la gente non passa, voi qua no. Invece non avevano le barriere per un semplice motivo...ha toccato il carrellone appena appena col piede e il carrellone si è bloccato su tutti e 4 i lati, non aveva bisogno di barriere".
Sull'argomento riferiscono anche il teste AB. Salvatore (v. udienza 16/7/2009), che lavora nello stabilimento dal 1978, addetto alle linee di ricottura e decapaggio, capoturno trattamento dal 1993 (pag. 49-50 trascrizioni): "...quando ha preso fuoco l'impianto di KREFELD (v. su questo incendio, l'apposito capitolo, n.d.e.) ci hanno mandato quattro tedeschi. E io ne avevo uno in squadra che spesso e volentieri veniva con l'interprete perché mi diceva: 'qui state lavorando tutto in un pianeta diverso dal nostro'...mi faceva notare che da loro innanzitutto non c'erano quegli impianti sporchi che avevamo, seconda cosa non c'erano i quadri elettrici nastrati". Confermano il fatto che i colleghi tedeschi avevano detto che da loro era "diverso", perché "ci tenevano di più alla pulizia" anche DONA. Gianluca (addetto al reparto rettifiche dal 2002; v. udienza 5/5/2009) e BO. Antonio (già citato, udienza 3/3/2009, pag. 87 trascrizioni).

Anche la direzione, la gestione e l'organizzazione - concrete - dello stabilimento di Terni, rispetto a quelle di Torino, presentano sostanziali differenze; appare qui sufficiente ricordare (la materia sarà ripresa anche infra) che, come riferito dal già citato teste SE. (responsabile area a freddo di Terni: corrispondente, come posizione, all'imputato SA., v. udienza 28/5/2009; nonché da altri testi, tra cui, alla stessa udienza, ME. Dimitri, in allora caporeparto linee di ricottura e decapaggio) a Terni esisteva una squadra interna di Vigili del Fuoco "patentati", dotata di autocisterna e di altri mezzi più piccoli, in servizio 24 ore su 24, la cui presenza era, tra l'altro, obbligatoria quando i lavoratori dovevano compiere operazioni a rischio incendio - come le saldature - in zone in cui era presente combustibile; riferendo della squadra di Vigili interna, aggiunge ME.: "l'estintore è un mezzo per evitare che si propaghi l'incendio, quindi deve stroncare l'innesco dell'incendio, il principio di incendio, non è uno strumento per la lotta agli incendi"; considerazione ovvia e condivisile, ma che sembra obliata nello stabilimento di Torino; che a Terni -ovviamente si indica qui sempre la situazione precedente l'incendio del 6/12/2007 - subito dopo l'incendio avvenuto a Krefeld (nello stabilimento della THYSSEN KRUPP NIROSTA, su cui v. infra) erano stati immediatamente collocati sulla LAF 4 - linea analoga alla 5 di Torino, v. anche infra su tale argomento - nelle sezioni di entrata e di uscita, degli estintori carrellati a lunga gittata, che, come ha precisato lo stesso SE. (v. in particolare, trascrizioni pag. 20 e documento con le specifiche ivi prodotto: lo si deve sottolineare perché, durante le arringhe finali, i difensori hanno contestato che fosse stato accertato con precisione "il tipo" e le potenzialità di tali estintori), oltre ad avere una maggiore potenzialità, permettevano - contrariamente agli estintori in dotazione alla linea 5 - di agire a "distanza" - quindi, ovviamente, con maggiore sicurezza - rispetto al focolaio o al principio di incendio; che a Terni, come riferito dal teste PE. Massimo, responsabile dei servizi ecologici e ambientali, tra cui il servizio antincendio (v. udienza del 9/6/2009) si tenevano mensilmente delle riunioni con gli imputati ES. e MO. (v. pag. 81 trascrizioni) per affrontare la situazione generale antincendio: "per vedere gli incendi che c'erano stati, i principi di incendio nel periodo, analizzare le cause e prendere delle contromisure e vedere tutte le cose che avevamo fatto per minimizzare il rischio incendi"; tutto ciò solo per lo stabilimento di Terni (e v. anche e-mail che conferma tali riunioni).

D'altronde, la conferma "documentale" della "differenza" in particolare fra i due stabilimenti italiani si trae dall'esame dei bilanci THYSSENKRUPP AST anteriori al 2007; come ha riferito il teste GI. Sergio all'udienza del 4/6/2009, pag. 137-138 trascrizioni, rispondendo all'Avv. AUDISIO, negli anni dal 2000 al 2007 l'azienda ha investito, in materia antincendio, nella sola "area a freddo" dello stabilimento di Terni circa € 12 milioni; nello stabilimento di Torino, del tutto corrispondente, come produzioni e personale, all'area a freddo di Terni (come si è indicato nel capitolo relativo alla descrizione dello stabilimento, v.) ha investito, sempre in materia antincendio, € 2.784.000,00.



5.3
Prima di riassumere quanto emerso dai testi e dai documenti in ordine alle condizioni di lavoro, è opportuno ricordare due fatti significativi nella storia dello stabilimento di Torino: un devastante incendio avvenuto nel 2002 ed il percorso temporale della decisione di trasferire gli impianti produttivi da Torino a Terni chiudendo così lo stabilimento di Torino.




5.4 L'incendio del 2002

Più volte nel corso del dibattimento le parti e i testi si sono riferiti ad un incendio divampato nello stabilimento di Torino, in particolare sul laminatoio SENDZIMIR 62, il 24/3/2002 (fortunatamente senza danni alle persone); nel relativo procedimento penale la sentenza definitiva di condanna per il reato di cui all'art. 449, 1° comma, c.p. - a carico di VE. Giovanni, che ricopriva allora la carica di membro del Consiglio di Amministrazione e Presidente del Comitato Esecutivo della THYSSEN KRUPP AST (v. infra, per tali cariche) - è stata emessa nel corso del presente dibattimento (v., le sentenze di primo grado, di Appello e di Cassazione sono state tutte prodotte dalle parti nel presente dibattimento).
Ma rileva qui in particolare, oltre al dato storico, di per sé significativo - solo cinque anni prima del 6/12/2007, un incendio devastante, che i Vigili del Fuoco avevano spento dopo tre giorni - la precisa ricostruzione in fatto esposta nella sentenza di primo grado e la serrata e puntuale critica ivi contenuta - poi confermata in Cassazione - alla "scelta" aziendale di affidarsi a sistemi di estinzione non automatici ma ad azionamento manuale; così come la critica al piano di emergenza, per questa parte rimasto immutato. Scriveva infatti il Giudice di primo grado: "il reato contestato agli imputati è quello - previsto dall'art. 449 c.p. - di aver cagionato, per colpa, un incendio nello stabilimento AST di Torino, nel reparto laminazione ed in particolare nel laminatoio SENDZIMIR 62, ambiente a rischio incendio elevato per la presenza nelle lavorazioni effettuate di olio di raffreddamento, incendio che si propagava a tutto il laminatoio e nei servizi ad esso connessi coinvolgendo altresì il piano interrato e che veniva domato solo nel terzo giorno successivo al suo innesco. I profili di colpa sono stati individuati nel non avere dotato i locali sotterranei di idonea compartimentazione, nel non avere installato rilevatori о un sistema a circuito chiuso nei locali sotterranei non presidiati, nel non aver previsto un sistema di intervento automatico per gli erogatori di schiuma esistenti"; la sentenza continua elencando i sistemi antincendio presenti in generale nello stabilimento ed in particolare: "...il laminatoio SENDZIMIR 62 è dotato di due sistemi antincendio indipendenti; entrambi ad azionamento manuale: all'impianto ad anidride carbonica (C02); b) l''impianto a schiuma a bassa espansione...viene alimentato un sistema di sprinkler (erogatori di schiuma) che coprono le sale olio dei tre laminatoi...tutti i punti critici di un laminatoio sono protetti con degli erogatori di C02. Anche per il sistema C02 l'attivazione è manuale...la procedura di stabilimento prevede però che, prima di attivare i sistemi a schiuma e a C02, la 'squadra di emergenza' (o 'squadra ecologica') debba verificare in loco l'effettiva entità del principio di incendio. Gli operatori della squadra ecologica e i monitor di controllo sono localizzati in un edificio posto all'estremo est del complesso produttivo." Si è quindi accertato, in quel giudizio, che "l'unico sistema protettivo efficace, quello a schiuma, non era ad attivazione automatica, bensì fu attivato dalla 'squadra ecologica' circa 5 minuti dopo lo scatto dell'allarme": tempo di intervento troppo lungo per essere efficace. Continua la sentenza: "...la stessa procedura di Stabilimento prevede che prima di attivare i sistemi a schiuma e a C02 la 'squadra di emergenza'...debba verificare in loco l'effettiva entità del principio di incendio. Gli operatori della squadra ecologica e i monitor di controllo sono localizzati in un edificio posto all'estremo est del complesso produttivo, sicché questa procedura fa evidentemente perdere tempo prezioso, tenuto conto che un principio d'incendio, in una tipologia d'impianto come quello in oggetto (ad alto rischio incendi), se non è spento entro poche decine di secondi diventa disastroso".

 

La sentenza, per quanto qui interessa - come "riflessione" sulle misure di sicurezza antincendio e sulla efficienza della "squadra di emergenza" - così conclude sul punto: "per ovviare agli inconvenienti verificatisi nelle prime fasi dell'incendio necessarie erano dunque le misure individuate dai ct. del P.M.: un impianto di video sorveglianza (collegato ai rilevatori), in quanto la presenza del responsabile della squadra (n.b.: si intende qui il "capoturno manutenzione", v. infra) nei pressi del laminatoio poteva essere del tutto casuale...e comunque tardivo si è dimostrato l'intervento della squadra ecologica; un sistema di estinzione automatico, la cui mancata adozione appare una scelta consapevolmente adottata in conseguenza di valutazioni economiche afferenti sia alla installazione di un impianto di attivazione automatica subordinata - che consentirebbe di preservare l'integrità dei lavoratori presenti nei locali - sia per il rischio di compromissione della qualità dell'olio nelle vasche; la compartimentazione dei locali... ".

Sentenza emessa il 10/5/2004, con motivazione depositata nell'estate 2004 e della quale, quindi, i dirigenti THYSSENKRUPP AST interessati alla sicurezza dello stabilimento di Torino potevano fin da allora (cioè da oltre tre anni anteriori all'incendio del 6/12/2007) disporre.

Successivamente a quell'incendio, oltre ad "attivarsi" nella procedura per l'ottenimento del Certificato di prevenzione incendi dello stabilimento, come sarà esposto nell'apposito capitolo (v. infra), SA. e CAF. fecero una riunione con i capi turno ed i gestori di manutenzione, riferendo le difficoltà assicurative dopo l'evento e mostrandosi preoccupati per il fatto che gli assicuratori potessero chiedere di "vedere" lo stabilimento; tanto che attivarono pulizie straordinarie, con rimozione di olio e carta in particolare sotto gli impianti e nelle cd. "fosse"; l'episodio è analiticamente riferito da AB. Salvatore, che ha lavorato in quello stabilimento dal 1978, addetto alle linee di ricottura e decapaggio, capoturno dal M. 1993, sentito all'udienza del 14/7/2009 (v. in particolare pag. 29-30 trascrizioni); aggiungeva AB. (v. pag. 29 trascrizioni): "SA. si spinse anche oltre e disse: 'se dovesse avvenire qualche incendio adesso non ne usciamo più vivi di qua, sicuramente chiudiamo lo stabilimento".



5.5 La decisione di trasferire gli impianti a Terni e, di conseguenza, di chiudere lo stabilimento di Torino.

Tale decisione è stata resa pubblica dalla THYSSEN KRUPP AST il 7 giugno 2007, come riferito anche dal teste VL. Giancarlo (responsabile del personale dello stabilimento di Torino, dipendente direttamente dal Direttore del personale di Terni, dr. FER.; v. udienza 2/3/2010, pag. 12 e segg. trascrizioni); nei mesi precedenti - AP./maggio- i lavoratori avevano proclamato una serie di scioperi per avere "chiarezza" sul futuro dello stabilimento; la decisione comportava anche un esubero di personale tra i dipendenti di Torino; si tennero una serie di incontri fra l'azienda ed i sindacati (anche con l'intermediazione ministeriale) che condusse ad un accordo siglato il 23 luglio successivo "in cui si definisce la chiusura dello stabilimento di Torino entro 15 mesi da quella data" (v. VL., citato, pag. 15); accordo in forza del quale l'azienda aveva preso una serie di impegni anche sulla "ricollocazione" del personale e di cui vi è traccia in atti anche per le numerose "conciliazioni" intervenute fra i singoli lavoratori e la THYSSEN KRUPP AST (v. esaminate dalla Corte in sede preliminare per le questioni relative alle costituzioni di parte civile); ha riferito diffusamente sulle trattative e sull'accordo in particolare il teste FER. Arturo, responsabile del personale a TERNI (v. udienza 12/3/2010), che ha affermato di essersi praticamente "trasferito" a Torino in quel periodo, proprio per risolvere la vicenda; si deve rimandare anche alla sua testimonianza, sottolineando come i particolari di questa vicenda, delle trattative ecc. non abbiano rilievo in questo giudizio.
Durante le arringhe finali i difensori degli imputati hanno sottolineato come fosse errato riferirsi a tale decisione indicandola come "chiusura" dello stabilimento, quando - invece - si doveva definire diversamente come "trasferimento" della produzione (della cd. "area a freddo") da Torino a Terni. A prescindere dalla questione terminologica - che non muta la sostanza: perché il trasferimento a Terni comportava la chiusura di Torino (e v. infra, i documenti aziendali citati, in cui più volte si menziona proprio la "chiusura" dello stabilimento di Torino) - appare evidente come la preoccupazione dei difensori sia stata da un lato quella della possibilità di collegare, ad un termine con valenza "negativa" quale "chiusura", l'affermato - dall'accusa e poi, come si vedrà, in giudizio provato - "abbandono" dello stabilimento, sotto il profilo degli investimenti e della sua gestione generale; dall'altro, quella di evidenziare la sussistenza di un interesse dell'azienda - e, quindi, dei suoi dirigenti - di preservare gli impianti produttivi proprio in vista del loro trasferimento. Tanto che i difensori hanno anche affermato che la decisione non era stata assunta da ES., amministratore delegato qui imputato.
La Corte, sentite ed esaminate tali difese - e solo dovendo farsi carico di esse -deve chiarire che le sue decisioni sono assunte in base alla realtà dei fatti, come accertata in giudizio e non sono influenzate dai termini utilizzati; deve sottolineare che la scelta aziendale di per sé esula dall'oggetto del presente giudizio, cosicché a nulla rileva che sia stata assunta da ES. ovvero sia stata imposta dalla casa-madre tedesca (lo stesso ES., durante il suo esame, ha riferito di avere egli proposto la "chiusura" di Torino al C.d.A. della THYSSEN KRUPP STAINLESS, v. udienza 4/11 /2009); deve aggiungere di essere ben consapevole dell'esistenza di un "interesse" aziendale - e, quindi, in capo ai dirigenti, ES. incluso - a "conservare" gli impianti produttivi, proprio perché dovevano essere trasferiti e non "rottamati"; ma osserva come tale interesse - in ogni caso non sufficiente di per sé solo a garantire anche la sicurezza dei lavoratori, v. infra, in particolare capitolo 8 - non abbia in giudizio trovato riscontro nelle condizioni in cui tali impianti si trovavano al momento dell'incendio e nel periodo precedente; si deve, sul punto, qui rimandare alle risultanze testimoniali che saranno infra esposte ma anche richiamare quanto indicato nel precedente paragrafo relativamente agli investimenti effettuati in materia antincendio negli anni precedenti per lo stabilimento di Torino e per la corrispondente area a freddo di Terni (v.: il rapporto è di investimenti per Torino pari al 22,5% di quelli effettuati per la -sola - area a freddo di Terni).
Interessa qui invece la ricostruzione - storico-temporale - della decisione di trasferire la produzione da Torino a Terni, chiudendo lo stabilimento di Torino: si deve ritenere infatti che proprio il rinvio, negli anni, della già assunta decisione abbia comportato la indicata carenza di investimenti e, più in generale, di attenzione dei dirigenti verso lo stabilimento di Torino, causando lo stato di degrado sviluppatosi negli ultimi anni di esercizio, con un'accelerazione dalla primavera del 2007 (subito prima e subito dopo l'annuncio ufficiale della decisa "dismissione").

E' infatti documentalmente provato che tale decisione risalisse a parecchi anni prima, come emerge da una "presentazione" aziendale interna in power point del M. 2005 (v., tra i documenti in sequestro, ritualmente tradotto), in cui si prevedeva l'inizio dello "smantellamento" degli impianti di Torino per il loro trasferimento a Terni a dicembre 2005; in un altro documento aziendale, sequestrato il 10/1/2008 dalla Guardia di Finanza a Terni all'interno della borsa personale dell'imputato ES. (documento in lingua tedesca, anch'esso tradotto ritualmente), era esplicitato anche il perché del rinvio: in un primo momento, da fine 2005 all'estate 2006, per lo svolgersi a Torino delle Olimpiadi Invernali (febbraio 2006), probabilmente - ma questa è un'ipotesi -perché l'evento avrebbe richiamato l'attenzione dei mass-media internazionali sulla città, con ricadute negative per l'immagine della THYSSEN KRUPP; in un secondo momento, dall'estate 2006 al 2007, a causa di un disastroso incendio accaduto, nel giugno 2006, su di una linea di ricottura e decapaggio dello stabilimento THYSSEN KRUPP NIROSTA (appartenente al gruppo THYSSEN KRUPP STAINLESS, così come THYSSEN KRUPP AST, v. sopra) di Krefeld, in Germania; incendio che aveva determinato la necessità di "dirottare" la produzione - e, in particolare, la lavorazione "a freddo" - verso gli altri stabilimenti del gruppo, quindi anche a Torino (sull'incendio di Krefeld v. infra, ampiamente, in capitolo 12).
Il documento citato per ultimo non è firmato e nessuno ne ha rivendicato la paternità (probabilmente per il resto del suo contenuto, che non appare il caso qui di riportare); ES. in particolare riferendo genericamente che proveniva dall'ufficio legale tedesco; ma certamente qui rileva solo quale documento sicuramente "aziendale" che conferma la risalenza nel tempo della decisione e ne ripercorre l'iter.
D'altronde, anche il teste GRI. M. riferisce di essere stato incaricato da ES. di analizzare la possibilità di "concentrare" a Terni tutta la produzione, quindi quella di Torino, a fine 2005 ovvero inizio 2006; progetto poi rimasto fermo e che ES. gli aveva ordinato di riprendere a fine 2006-inizio 2007 e sul quale GRI. aveva poi lavorato a "tempo pieno" da M. 2007 (v. udienza 12/3/2010, da pag. 97 a pag. 99 trascrizioni).

5.6 Elenco dei vari "punti"


La descrizione delle "condizioni di lavoro" nello stabilimento di Torino si deve qui articolare secondo una serie di "punti" o di "argomenti" rilevanti nel presente giudizio e che necessariamente - e doverosamente - ripercorrono, per ora in parte, le contestazioni formulate dalla Procura della Repubblica nei capi di imputazione.
In particolare, i "punti" ricompresi in questa parte riguardano:
l) la riduzione degli interventi di manutenzione e di pulizia sulle linee, con conseguenti perdite di olio dai tubi e accumuli di carta non rimossa in prossimità e sotto i macchinari, su un pavimento piano privo della pendenza
necessaria per il deflusso;
2) i frequenti incendi di varie proporzioni;
3) la mancanza di una effettiva organizzazione dei percorsi informativi e formativi nei confronti dei lavoratori;
4) la drastica riduzione del numero dei dipendenti ed il venir meno delle professionalità più qualificate e, in particolare, sia dei capiturno manutenzione cui era demandata secondo le procedure aziendali la gestione dell'emergenza incendi, sia degli operai più esperti e specializzati.

A questi argomenti è strettamente collegato il comportamento che, secondo le direttive aziendali, i lavoratori dovevano adottare quando avvistavano un incendio; in base a quanto stabilito nel PIANO DI EMERGENZA E DI EVACUAZIONE dello stabilimento di Torino ed alla sua applicazione pratica.




5.7 Il piano di emergenza e di evacuazione

Il piano di emergenza e di evacuazione dello stabilimento di Torino in vigore nel dicembre 2007 è stato adottato in data 20/6/2006 (v. tra i documenti in sequestro, se ne trovano diverse copie) e, nella parte che qui rileva - relativa alla procedura prevista "in caso di incendio" così prevede:


5.2 IN CASO D'INCENDIO Se la persona è istruita al servizio antincendio deve attivarsi direttamente utilizzando l'attrezzatura antincendio posta in prossimità del luogo dell'evento, ricordarsi di non utilizzare acqua su impianti o parti in tensione. Se "incendio appare già di palese gravità deve:
5.2.1 Chiamare telefonicamente la Sorveglianza al n 6249 dando le seguenti informazioni:
-Proprio nominativo
-Natura del materiale incendiato o natura dell'incidente
-Il luogo dell'evento il più dettagliato possibile
-La presenza di eventuali infortunati
-Le eventuali azioni intraprese
-Il posto di attesa (solo nel caso in cui non venga interpretato chiaramente il luogo dell'evento)

Il dipendente che Informa la sorveglianza deve successivamente portarsi sul posto segnalato per ricevere e condurre sul luogo dell'evento la squadra di primo intervento e/o ambulanza
5.2.2 IL vigilante che riceve l'informazione di "emergenza" deve richiedere l'intervento via radio degli addetti agli impianti ecologici e del capo turno manutenzione. Nel caso di presenza di infortunati: il vigilante informa la sala medica e si attiva personalmente o incarica il collega, di condurre l'ambulanza, con a bordo l'infermiere, sul luogo dell'evento.
5.2.3 Il capo turno di Area, durante l'attesa della squadra dì 1° intervento dispone per far allontanare, per quanto possibile dal luogo d'incendio, i materiali pericolosi. Inoltre provvede a far allontanare il personale non interessato all'emergenza e il personale delle imprese appaltataci o visitatori. Il Capo Turno di Area deve interagire con la squadra di 1° intervento per qualsiasi evenienza.

Si vedrà meglio infra come tale piano sia rimasto immutato nonostante il già citato incendio nello stabilimento THYSSEN KRUPP NIROSTA di Krefeld del 22 giugno 2006 (v. nel capitolo relativo) e nonostante l'emorragia, nello stabilimento di Torino, del personale più qualificato, con conseguenti cambiamenti "organizzativi" improvvisi ed "improvvisati" (che vedremo infra in dettaglio).

Da una semplice ma attenta lettura di tale documento emerge de plano la sua inadeguatezza e, quindi, la conseguente ed intrinseca pericolosità della sua applicazione pratica.
Nel punto 5.2 si evidenziano di primo acchito sia l'ambiguità dell'aggettivo "istruita", riferito alla persona - al lavoratore - cui si impone di intervenire, sia la genericità della definizione "incendio di palese gravità" che dovrebbe, al contrario, dissuaderlo dall'intervenire, sia l'omessa indicazione del comportamento dovuto per la persona "non istruita". Sottolineandone l'importanza: perché indicano - anzi, dovrebbero indicare - agli addetti l'immediato, il doveroso comportamento da tenere di fronte ad un "incendio"; aggiungendo che il previsto "intervento" doveva essere effettuato con i mezzi "a disposizione"; nel caso delle linee di ricottura e decapaggio, i mezzi erano esclusivamente estintori a C02 (portatili da 5 chili e alcuni carrellati), da azionare utilmente ad una distanza dalla fonte di non più di un metro (v. su quest'ultima affermazione, numerose testimonianze, non solo da parte dei lavoratori che li utilizzavano, ma anche da parte di esperti, vigili del fuoco ecc.) e le manichette ad acqua.

Ambiguità e genericità terminologiche che non risulta siano state in alcun modo superate con la formazione: perché tutti i lavoratori sentiti hanno riferito che il citato piano - distribuito a quasi tutti, v. testimonianze sul punto - non era mai stato spiegato o illustrato dai responsabili (salvo che nella parte di "evacuazione", con l'indicazione delle vie di fuga e dei punti di concentrazione) né in relazione al significato ed all'importanza del termine "istruito", né in relazione al concetto di "palese gravità" di un incendio (v. infra per le testimonianze).
Il termine "istruita", riferito alla persona che doveva intervenire con i mezzi a disposizione in caso di incendio (purché non "di palese gravità") ha di fatto comportato (come vedremo infra, sia qui sia nei capitoli successivi) una applicazione costante e generalizzata che ha imposto di "dovere" intervenire in caso di incendio, senza alcun riguardo alla "istruzione", da parte di tutti i lavoratori, in particolare di quelli addetti agli impianti, tra cui quelli addetti alla linea 5, considerata anche la frequenza con cui tale situazione - fronteggiare un "incendio"- si presentava, in particolare nell'ultimo periodo (v. su questo infra, nell'apposito paragrafo).
La Corte non può ritenere che il termine "istruita" - anziché quello corretto di "formata" - sia stato appositamente utilizzato nel "piano" proprio considerando la frequenza con cui si "doveva" intervenire per gli incendi sugli impianti ed alla generalizzata mancanza di formazione dei lavoratori in materia antincendio; così sostiene la Procura della Repubblica, sotto il solo profilo logico. Ma ciò che la Corte, esaminate le emergenze probatorie (v. infra in dettaglio), deve constatare è che tale formulazione, unita all'assoluto silenzio dello stesso "piano" sul comportamento che, invece, doveva tenere la persona "non istruita", ha di fatto permesso, nonostante la frequenza degli incendi e la mancanza di formazione antincendio del personale addetto, di continuare la produzione nelle condizioni di lavoro date e in prosieguo dettagliatamente esposte. Produzione che sarebbe stata, al contrario, frequentemente paralizzata. E ciò, soprattutto, ai laminatoi ed alle linee di ricottura e di decapaggio e, tra queste ultime, soprattutto alla Linea 5 (v. infra). Interpretando, nella situazione data, l'aggettivo "istruita" equivalente a "formata" (come alcuni testi riferiscono, v. infra), turno dopo turno nessun lavoratore sarebbe potuto intervenire su focolai, principi di incendio, veri e propri incendi: come invece, al contrario, accadeva ormai quasi quotidianamente; così, di fatto, l'azienda imponendo di lavorare in condizioni di mancanza di sicurezza e di sempre frequente e concreto rischio.

La posizione aziendale sulla questione incendi e sul primo e "doveroso" intervento dei lavoratori è ben rappresentata anche da un episodio: l'imputato SA., direttore dello stabilimento di Torino, aveva "rimproverato" gli operai, come ha riferito il teste MOR. R. (ud. 17/3/2009, da pag. 64), addetto alla Linea 5: "...mi ricordo...era il periodo di luglio agosto...2007 che prese fuoco il loopcar di entrata, praticamente si ruppe il centratore...la lamiera andò a toccare sulla carpenteria c'era carta prese fuoco e solo con gli estintori non siamo riusciti a far niente...abbiamo spento con la manichetta..."; a domanda del P.M., che gli chiede se era stato rimproverato, MOR. risponde: "dal direttore SA....perché si bruciò la briglia...(mi disse, n.d.e.): 'complimenti, siete riusciti a bruciare tutto".
Ma, come vedremo dettagliatamente infra, anche i dirigenti di Terni avevano il quadro complessivo ed inquietante della situazione, che rendeva evidente la frequenza degli incendi, così come l'intervento - inevitabile - dei lavoratori "non istruiti": situazione tratta documentalmente dai consumi di materiale estinguente, soprattutto dai numeri relativi alle ricariche degli estintori portatili e dalla documentazione relativa alla "formazione" antincendio dei lavoratori (formazione che, come vedremo infra in dettaglio, dipendeva dall'ufficio di Terni).
Riferisce sulla formazione antincendio dei lavoratori il teste VIS. M. (v. udienza 5/5/2009, pag. 139-140 trascrizioni): negli anni dal 2001 al 2007 avevano partecipato ai corsi antincendio, organizzati in azienda con i Vigili del Fuoco come istruttori, 204 lavoratori, solo 105 di loro completando il percorso formativo, 99 assentandosi, di cui 66 per più di un giorno, 36 dei 99 senza partecipare alla prova pratica dell'uso degli estintori. Assenze non solo tollerate dall'azienda ma addirittura imposte, come accaduto per PO. (v. testimonianza già citata, ud. 5/3/2009, pag. 105-106 trascrizioni) che era stato "richiamato al lavoro" dalla signora TT. (v. infra) proprio mentre stava seguendo un corso antincendio: tanto che era stato poi addetto alla "squadra antincendio", da settembre 2007, senza alcun tipo di "istruzione" e tanto meno di "formazione" antincendio (PO. ha seguito il suo primo corso antincendio nel febbraio 2008, v. testimonianza). Inoltre, nessuno dei lavoratori che avevano completato tale corso (di cui si erano tenute 10 edizioni negli stessi anni sopra indicali) aveva sostenuto e superato l'esame di idoneità tecnica; e ciò per precisa volontà dell'azienda, che non aveva mai richiesto ai Vigili del Fuoco di sottoporre i dipendenti anche a tale esame, come riferito anche dal testimone ZA. Massimo (v. udienza 14/7/2009), dipendente THYSSEN KRUPP AST dal 1996, addetto allo Skinpass, LEADER, RLS dal 2005, che, avendo seguito il corso in azienda negli anni 2001-2002, afferma (v. pag. 97): "...alla fine di questo corso ebbi una discussione con CAF., perché gli avevo chiesto se loro mi avrebbero rilasciato almeno un attestato di frequenza e lui mi rispose che se volevo un attestato del genere sarei dovuto andare dai Vigili del Fuoco a fianco, pagarmi il corso e loro mi avrebbero concesso un attestato"; confermato dal teste FO. Francesco (Vigile del Fuoco, v. udienza 9/6/2009); non smentito dalla teste TT. (v. infra, nell'apposito paragrafo).
E ciò nonostante l'ovvia utilità di un esame finale (consistente nella normale verifica di ciò che si è appreso!) e la necessità derivante anche dall'essere lo stabilimento THYSSEN KRUPP AST di Torino a rischio di incidente rilevante (v. su questo infra, nell'apposito capitolo).
Una formazione antincendio, consistita nel seguire un corso di più giorni tenutosi a Pavia, aveva riguardato, nello stabilimento di Torino, solo alcuni -non tutti - degli addetti alla squadra di emergenza, dei capiturno e degli addetti alla manutenzione.

Quanto alla "palese gravità" (su cui v. numerosissime testimonianze), a conferma e dimostrazione della mancanza di delucidazioni sul piano di emergenza e della già sopra indicata mancanza di formazione antincendio, ogni teste sentito ne ha dato una diversa definizione, secondo il "buon senso", ovvero il "coraggio" individuale, ovvero "l'esperienza"; ovvero ancora, più semplicemente, un incendio era di "palese gravità" quando non si riusciva a spegnere con gli estintori: comunque ci si provava (v. infra). D'altronde è ciò che riferiscono non solo tutti i lavoratori addetti alle Linee, ma anche il teste BE. Roberto, responsabile degli operativi di manutenzione (v. udienze 21 e 28/4/2009, qui in particolare udienza 21/4/2009, pag. 84 trascrizioni): "Loro (i lavoratori addetti alle linee: n.d.e.) praticamente intervenivano sempre".

La seconda parte del piano di emergenza si contraddistingue per la sua farraginosità; è una procedura che impedisce una tempestiva chiamata ai Vigili del Fuoco; in breve, se i lavoratori non riescono a spegnere l'incendio, chiamano - tramite il telefono interno, nel "pulpito" o comunque in prossimità dell'impianto, telefono collegato solo con altre postazioni interne, non con l'esterno (il dato è pacifico)- la sicurezza interna (i dipendenti ALL SYSTEM, che si trovano all'ingresso dello stabilimento, nella portineria), che a sua volta, via radio, avverte il capo turno manutenzione che, a sua volta, chiama la "squadra di emergenza", situata in una palazzina staccata dal capannone principale - v. il relativo capitolo descrittivo e la citata sentenza sull'incendio del 2002 -composta di 2 o 3 persone, addette al reparto ecologico - di trattamento acque, con a disposizione un veicolo FIORINO su cui si trovano maschere, tute ignifughe (quindi attrezzature per la protezione individuale), estintori e manichette (v. il verbale dettagliato sul contenuto del veicolo nella relativa testimonianza già citata di VIS.). Il capo turno emergenza chiama anche la squadra di manutenzione, che "mette in sicurezza" l'impianto, togliendo la corrente dalla cabina elettrica di cui ha la chiave, non a disposizione degli addetti alle Linee.
Alla fine, solo gli addetti alla sicurezza - cioè i dipendenti della ALL SYSTEM - possono, se lo decide il capoturno, chiamare i Vigili del Fuoco esterni; nessun dipendente THYSSEN KRUPP AST a Torino poteva direttamente chiamare i Vigili del Fuoco esterni.
Non è difficile comprendere il perché di tale divieto: meglio che una chiamata di emergenza ai Vigili del Fuoco parta - inevitabilmente, considerati i passaggi previsti nella procedura - in ritardo, piuttosto che avere in azienda i Vigili del Fuoco, di cui si poteva magari fare a meno, con le conseguenti "grane" che ciò poteva comportare.
Anche su questo tema si devono qui ricordare alcune interessanti testimonianze: sempre il teste MOR. Rocco, appena sopra citato, riferisce di un altro incendio accaduto sulla Linea 5 nell'anno precedente, cioè nel 2006: "...l'anno prima che quello era stato davvero micidiale, le fiamme erano veramente altissime che non so bene la causa...comunque prese fuoco dalla bocca del forno, le fiamme arrivarono fino quasi, non dico al tetto del capannone ma una decina di metri di fiamme c'erano sicuro anche perché dalla bocca del forno si bruciarono i tubi e i fili del lavaggio finale, che è l'ultimo passaggio che fa il nastro prima di arrivare all'aspo di uscita...lì arrivò anche la squadra antincendio..." ma non erano stati chiamati i Vigili del Fuoco, nonostante l'altezza delle fiamme ed il fatto che, quando già la squadra di manutenzione "controllava" i danni per effettuare le riparazioni, "prese fuoco di nuovo".
Quindi piano di emergenza e di evacuazione di per sé inadeguato, che in sostanza imponeva a - tutti - i lavoratori addetti agli impianti di intervenire in prima battuta, con GRAVE ED INEVITABILE LORO ESPOSIZIONE AL RISCHIO INCENDIO (sul punto, v. infra, nel capitolo 9, relativo al documento di valutazione del rischio incendio), come riferisce anche il teste CHI. Roberto, ultimo capoturno manutenzione a presentare le dimissioni (v. udienza 17/3/2009): "...il primo intervento succedeva che lo facessero loro sì, anche perché noi finché si arrivava comunque passava un tempo x, non eravamo immediatamente sul posto"; mentre trascorrevano minuti - preziosi - in attesa dell'arrivo del capoturno, della squadra di emergenza (dislocata nella palazzina esterna allo stabilimento: v. sul punto già la citata sentenza di primo grado sull'incendio del SENDZIMIR 62) e della decisione di ordinare alla "sicurezza" di chiamare i Vigili del Fuoco. E il teste BEL. V. (ud 7/7/2009 da pag. 33), dipendente THYSSEN KRUPP AST addetto alla squadra di emergenza, "preparato" in quanto aveva effettuato il servizio militare nel corpo dei Vigili del Fuoco (v. pag. 24 trascrizioni): "...incendi prevalentemente sulle linee... venivano spenti DAGLI ADDETTI ALLE LINEE E QUANDO ARRIVAVAMO NOI IL GROSSO DICIAMO ERA GIÀ' FATTO...anche perché noi avevamo i nostri tempi di reazione".
Il teste AB. Salvatore (sopra citato, udienza 14/7/2009, v. pag. 30-31 trascrizioni) ricorda un incendio avvenuto nel giugno 2007; "...durante proprio il mio turno, prese fuoco il carro, fu...un incendio di notevole dimensione, tanto è vero che mi sembra un certo MON. chiamò subito i pompieri dall'esterno...in realtà riuscimmo a domarlo noi quel incendio, con estintori e tutto. E il capannone si saturò di fumo e alla fine fummo (ri)chiamati che non abbiamo rispettato la prassi, perché prima di chiamare i pompieri, a parte che non era autorizzato né io (n)è gli altri, bisognava seguire una certa prassi...ho saputo dopo che... era un impiegato...perché si è spaventato, era un impiegato da sopra degli uffici, che ha visto l'incendio proprio svilupparsi, c'erano fiamme molto alte, infatti l'ambiente si saturò tutto di fumo, avevamo qualche 20 estintori per spegnerlo., a me dissero di spiegare bene ai lavoratori quale era la prassi che ognuno doveva seguire quando si verificava un incendio, nessuno era autorizzato a chiamare i pompieri esterni"

5.8 I punti sulle condizioni di lavoro nello stabilimento di Torino



A)
Tra i vari "punti" enucleati nelle contestazioni della Procura della Repubblica, si deve qui iniziare con i seguenti: perdite di olio dai tubi e accumuli di carta non rimossa in prossimità e sotto i macchinari; i frequenti incendi di varie proporzioni; l'applicazione pratica del piano di emergenza e di evacuazione. Su tali "punti" hanno reso dichiarazioni i testi che qui di seguito saranno (trattandosi di decine e decine di pagine di trascrizioni) riassunti, con i necessari riferimenti.

B.P. P. (già citato, primo addetto linea 4, udienza 13/2/2009): gli incendi "...parlo dell'impianto dove ero io, erano frequenti, erano quasi giornalieri, era una routine gli incendi. Soprattutto in zona saldatura...la procedura diceva che dovevamo intervenire come prime persone noi...(con) estintori e manichette...se non riuscivamo a spegnere noi, chiamare la squadra di emergenza...interna...assolutamente ci era vietato chiamare i Vigili del Fuoco"; "(gli incendi)...erano dovuti al 90% da carta e olio che si depositava sotto i macchinari...è difficile che un rullo in gomma prenda fuoco senza essere alimentato"; (la presenza di carta e olio lungo le linee)...era quasi normale, però negli ultimi tempi si era accentuata...gli impianti erano abbandonati a se stessi, ecco";"...(rabbocchi di olio) "...rabboccavamo la centralina...(necessità) aumentata nell'ultimo periodo".

S.F. F. (già citato, addetto nell'ultimo periodo alle linee 4 e 5, udienza 17/2/2009): (incendi) "...almeno una volta al giorno...soprattutto in zona saldatura...provavamo a spegnerli con estintori o idranti, quello che potevamo utilizzare. Se non ci fossimo riusciti, chiamavamo la squadra di emergenza, una volta chiamati loro, avrebbero deciso se chiamare i Vigili del Fuoco...noi non potevamo assolutamente chiamare i Vigili"; (la linea 5); "...una linea comunque sporca, con tante chiazze d'olio e carta dappertutto...pulivamo anche noi, sia con la linea ferma sia con la linea in movimento": (le chiazze di olio)...potevano essere perdite dei tubi o comunque oli di laminazione che veniva perso dai nastri...".

DI. F. R. (già citato, responsabile squadra di emergenza, udienza 5/3/2009): "in linea di massima a noi non arrivava nessun tipo di allarme infatti la maggior parte dei vari piccoli incendi che succedevano all'interno dei vari impianti tante volte noi non sapevamo nulla perché erano stati gli stessi operatori dell'impianto che operavano quindi con i vari estintori spegnevano il piccolo focolaio"; (da settembre 2007) "...i rapportini (sugli incendi segnalati alla squadra di emergenza) non venivano più fatti comunque"; "...l'olio era ovunque, carta anche perché data la lavorazione tutti i rotoli con la carta ce n'era quindi appunto carta oleata".

P.S. S. (già citato, udienza 11/3/2009): "Io ricordo che ho spento 2 carrelli il muletto; il carrello e uno dice come fa a prendere fuoco? Le pale si aprono e si chiudono, a volte non so come mai dai flessibili usciva dell'olio forse con la batteria la scintilla fumavano...durante la saldatura era normale che la carta prendesse fuoco perché comunque c'era la carta anche nelle fosse".

BO. A. (già citato, udienze del 3 e 5/3/2009): "nelle linee di trattamento, in cui si provvedeva soprattutto ad una saldatura anche manuale (l'incendio, n.d.e.)...era una cosa normale ormai..." spiega che la Linea 5 era programmata per lavorare nastri dello spessore massimo di 3 millimetri e mezzo, ma sempre più di frequente si lavoravano nastri dello spessore di 4 millimetri cosicché: "doveva avvenire la saldatura di rinforzo...ad esempio la briglia 1 che era immediatamente in prossimità di questa zona di saldatura, spesso e volentieri era piena" di carta, che prendeva fuoco; "quando accadeva, eravamo noi a doverci adoperare per spegnere gli incendi...incendi piccoli potevano avvenire anche più volte durante un turno (di lavoro n.d.e.)"; "ricordo però che c'erano stati anche incendi più importanti...anche di quello che avevamo tentato di spegnere quella notte (del 6/12/2007, n.d.e.)...però in prossimità della briglia 1 ed era accaduto nel mese di novembre...2007...e lo spegnemmo con l'utilizzo di un idrante...delle fiamme molto alte...arrivavano al soffitto, come in questo locale (l'aula dell'udienza, n.d.e.)"; il fatto che intervenissero direttamente gli addetti linea per spegnere i focolai di incendio erano: "disposizioni aziendali che tra le altre cose ci venivano ricordate durante le riunioni di sicurezza che venivano fatte all'interno dello stabilimento dai capiturno"; "...negli ultimi mesi c'era un allarme costante di basso livello olio, per cui spesso e volentieri gli operatori della linea 5 scendevano sotto in centralina per caricare...questa era un'operazione che accadeva molto molto spesso".
Sulla carta "adesa": "...era dovuta al fatto che noi dovessimo trattare il rotolo immediatamente all'uscita del treno di laminazione, senza dargli il tempo di raffreddarsi perché è sempre legato alla chiusura dello stabilimento, il sendzimir 54, l'altro treno di laminazione era stato smontato e portato a Terni, di conseguenza il solo sendzimir 62 che era rimasto a Torino con difficoltà riusciva a sopperire alla produzione della linea 5".

MOR. R. (dal 2003 al luglio 2008 operaio addetto a linea 5; v, udienza 17/3/2009): "...fatto sta che l'allarme sul computer ci segnala sempre l'allarme di minimo livello olio della centralina sotto la linea...ogni volta dovevi andare sotto e caricare...in teoria essendo una cosa di riciclo non si dovrebbe, se continua a segnalare è evidente che ci sia una o più perdite"; (la linea 5): "...era un ambiente cupo sporco dovuto a quest'olio che colava dai rotoli dalle varie perdite...più la carta che arrivava dalla laminazione"; (incendi su linea 5) "...capitavano e anche spesso...da un minimo di uno (a) settimana a un massimo di uno o due al giorno...(più frequenti)...griglia uno loopcar di entrata e saldatrice, tutto il piano comunque sotto la saldatrice...potevano essere scintille della saldatrice...può essere uno sfregamento della lamiera..."; sull'INCENDIO luglio- agosto 2007: "...prese fuoco il loopcar di entrata, praticamente si ruppe il centratore che sarebbe quello che tiene centrata la lamiera quindi la lamiera andò a toccare sulla carpenteria c'era carta prese fuoco e solo con gli estintori non siamo riusciti a fare niente. Abbiamo spento con la manichetta"; "...di perdite (di olio sulla linea 5, n.d.e.) ricordo la prima volta quella sotto dove c'era la centralina, poi nelle varie centraline elettrovalvole dell'impianto quindi alle spalle dell'aspo di uscita dietro la linea, comunque in vari punti..."; c'era una tettoia di plastica a livello dell'aspo 2: "(serviva) ...a coprire l'olio che colava dall'aspo 1 o dal materiale per evitare che ci cadeva in testa".

CHI. R. (nello stabilimento di Torino dal 1995, operaio, in manutenzione e capoturno manutenzione dal 2004 al 26 novembre 2007: ultimo capoturno manutenzione ad andare via dallo stabilimento; v. udienza 17/3/2009); "penso che il primo intervento (sugli incendi, n.d.e.) lo facessero (gli addetti agli impianti)...perché spesso quando noi arrivavamo era già successo tutto quindi...dove erano presenti gli impianti fissi lo spegnevano azionando l'impianto...usavano quello che era a loro disposizione, quindi estintori, estintori carrellati e manichette''; sono intervenuto, come capoturno di manutenzione "...una decina di volte in 3 anni"; "...un incendio di palese gravità...è una cosa soggettiva...significa che ti rendi conto che il personale che hai a disposizione diciamo l'attrezzatura...è insufficiente per riuscire a spegnere il fuoco"; non mi hanno "spiegato" che cosa vuol dire palese gravità; "...sulle linee c'erano perdite (di olio, n.d.e.)...le perdite più gravose erano sulla 5 e sulla linea 4".

PER. G. (capoturno manutenzione dal 2005, v. udienza 19/3/2009); "...se era un principio di incendio penso che il primo intervento lo doveva fare sicuramente l'addetto che era vicino se poi doveva avvisare comunque perché c'è stato un incendio...(palese gravità) fiamma di un metro - un metro e mezzo"; era una sua valutazione, nessuno gliel'aveva indicata; come operaio aveva assistito all'incendio del 2002 sul sendzimir 62, come capoturno ad un altro incendio sullo stesso sendzimir, spento con gli impianti fissi; c'erano perdite di olio, per le quali venivamo chiamati dagli addetti agli impianti (v. pag. 117 trascrizioni).

BI. M. (capoturno manutenzione dal 2004 al 30/6/2007, v. udienza 19/3/2009); per le perdite di olio intervenivamo, secondo i periodi, una volta al giorno ovvero una volta alla settimana; "non ricorda" se il piano di emergenza prevedeva un primo intervento degli addetti; (palese gravità) "...a prima vista se era un focolaio che io potevo spegnere con i mezzi che avevo a disposizione provavo a spegnerlo, se già era una cosa fuori controllo allora si sarebbero chiamati (i Vigili del Fuoco, n.d.e.)".

CARV. G. (nello stabilimento di Torino dal 1995; capoturno manutenzione dal 2002 al 7/1/2007, v. udienze 11/3/2009, 17/3/2009, 5/10/2010); CARV., come si è esposto nell'apposito capitolo, risulta indagato per falsa testimonianza e, all'udienza in cui ha chiesto alla Corte di essere risentito ex at. 376 c.p., si è limitato ad affermare: "sono la verità quello che ho detto ai P.M. nei verbali acquisiti. Non riesco a capire dove i P.M. pensano che io abbia mentito".
Si deve quindi, solo osservando che evidenti appaiono le differenze tra le dichiarazioni da lui rese durante le indagini e innanzi alla Corte alle citate udienze del 11 e 17/3/2009, come emergevano dalle contestazioni effettuate dal P.M. durante la sua escussione, ritenere che corrisponda alla realtà dei fatti quanto da lui esposto durante la fase delle indagini (i cui verbali erano già stati acquisiti al presente processo con il consenso delle parti, v. verbale di udienza 17/3/2009). In particolare, per quanto rileva in argomento, in relazione agli incendi di "palese gravità" - ricordiamo che, come già esposto, il capoturno manutenzione era anche responsabile della squadra di emergenza -CARV. aveva riferito che "...io mi riferivo in base all'impianto, se era circoscritto riuscivamo a spegnerlo in 10 minuti al massimo sapevo che al sendzimir 62 l'incendio era pericoloso" mentre innanzi alla Corte aveva al contrario dichiarato: "...se i mezzi a disposizione nell'arco di 5 secondi non riuscivamo a spegnere l'incendio, l'incendio era palese", poi aggiungendo che i 10 minuti riferiti nel verbale precedenti riguardavano impianti non pericolosi, quando invece, come si è visto, riguardavano il sendzimir 62; "...se prendeva fuoco della carta vicino alla Linea con un estintore si spegneva non si chiamava (intendendo il capo turno n.d.e.) neanche più"; "i lavoratori intervenivano (sugli incendi, n.d.e.) loro immediatamente e sempre".

MAR. G. (nello stabilimento di Torino dal 1979, dal 1996 capoturno laminazione, nell'ultimo periodo prima unico capoturno produzione, poi anche capoturno emergenza, v. udienza 17/3/2009); "...chi era sul posto (gli operai addetti alla linea, n.d.e.)...valutava il pericolo...quando vedevano che non erano in grado di far fronte...se ad esempio con i mezzi che avevano a disposizione non riuscivano a spegnere il focolaio...veniva avvertita la squadra di emergenza...quando - come squadra di emergenza - avevamo usato tutti i mezzi a disposizione...chiamavamo i Vigili"; "la carta serve appunto perché non si creino graffi tra un rotolo e l'altro per proteggere il materiale...e questa carta quando viene svolta...se il rotolo è un po' più caldo...ultimamente c'era appunto un po' di carenza di materiale per cui poteva capitare più spesso".

BE. R. (responsabile operativi manutenzione, coordinatore dei 4 capiturno manutenzione fino a giugno 2007, già citato, udienza 21 e 28/4/2009); "...se il principio di incendio era controllabile, per cui a livello di estintore veniva spento, chiamavano (il soggetto sono gli addetti linea, n.d.e.) dopo e fine del discorso; se invece era un qualche cosa che non riuscivano a gestire, dovevano chiamare subito...era un criterio di domabilità o di non domabilità...LORO (gli addetti linea, n.d.e.) praticamente intervenivano sempre". Riferisce poi BE. di un incendio in cui egli era presente, avvenuto parecchi anni prima sulla Linea 5, alla briglia 3 "dalla parte opposta rispetto a dove è successo l'incendio (del 6/12/2007, n.d.e.).-.era stato uno sfregamento nastro...sulla briglia 3 contro carpenteria...probabilmente (aveva preso fuoco) l'olio"; "da quello che mi dicevano gli operatori erano abbastanza frequenti (gli incendi, n.d.e.). Ripeto, soprattutto quando i nastri non vanno laminati per qualche ragione, quindi o sbandavano o comunque i sistemi di centraggio della linea avevano dei problemi a tenere il nastro centrato sui rulli....poteva essere carta (a prendere fuoco, n.d.e.)... poteva capitare che questi brandelli di carta si incendiassero per sfregamento del nastro mal laminato sulla carpenteria"; era stato chiamato, come capoturno manutenzione, per un incendio nella primavera 2007 sulla linea 5 nella zona di accumulo in entrata: quando era arrivato gli addetti linea e la squadra di emergenza l'avevano già spento; aveva causato "danni materiali ingenti" (v., per la descrizione, udienza 21/4/2009, pag. 86-87 trascrizioni): "...ha praticamente preso tutto il carrello... Dai rulli è stato già un beli'incendio... quello era stato sicuramente un nastro mal laminato che aveva sfregato contro la carpenteria. C'erano ancora tutti i segni"; l'incendio della primavera 2007 era avvenuto sul loopcar di entrata, che è il congiungimento tra la sezione di entrata e la sezione di trattamento che comincia con il forno. "... li ho visti (gli operai addetti alla linea 5, n.d.e.) tante volte diventar matti per cercare di agganciare la carta e farla riavvolgere dall'apposito avvolgicarta, ma quello che riuscivano a fare lo facevano, mettendoci grandissimo impegno; quando non riuscivano... (la carta, n.d.e.) passava...rimaneva impressa al nastro. A volte arrivava fino in forno, bruciava in forno, altre volte cadeva strada facendo...se la carta cadeva in punti dove era possibile toglierla, era da togliere subito; altrimenti a fine svolgimento rotolo fermare e pulire"; "teoricamente (il nastro n.d.e.) avrebbe dovuto stazionare un certo numero di ore, in funzione del tipo di materiale e del peso, prima di essere caricato. Poi, ripeto, tante volte purtroppo non succedeva perché laminatoio e linea lavoravano just in time; scaricato da una parte e caricato dall'altra"; "...l'olio era normale perché era l'olio di laminazione necessario al raffreddamento del nastro in fase di laminazione. Quindi quello c'era sempre."

LU. C. (addetto alla sicurezza, prevenzione e protezione da febbraio 2002 al 1° maggio 2007, v. udienza 29/4/2009); il concetto di "palese gravità" era del tutto soggettivo; "io dicevo loro (agli operai) di "telare" se non se la sentivano e di avvisare l'emergenza...ma tutti i dipendenti erano liberi di affrontare l'emergenza incendio...ma ho sempre detto che non dovevano rischiare"; c'erano focolai sulla LINEA 5; cause: "olio sempre presente...e quindi è sicuro che rotoli di lunghezza quasi di chilometri srotolati possano oscillare nel loro movimento...può capitare che un rotolo vada a toccare contro le pareti, le sponde dell'impianto, del macchinario. E quindi lì ci possono essere attriti e scintille. Oltre ad attriti...c'erano dei principi di incendio, dei focolai, iniziava la scintilla, usavano un estintore... non può che bruciare l'olio di laminazione...carta interspira e spesso capitava che per la alta temperatura del rotolo e per i ritmi veloci di produzione la carta rimanesse attaccata al rotolo...bruciasse...gli incendi - i focolai - erano più frequenti sulle linee che sul laminatoio". Nello stabilimento c'erano estintori a C02 perché quelli a polvere lasciano residui, soprattutto sui quadri elettrici e quindi poi c'è difficoltà per far ripartire le linee.

MAT. F.(operaio in laminazione, v. udienza 5/5/2009); riferisce di non avere mai visto il piano di emergenza e di evacuazione: "era il capo che diceva: "se vedete un incendio, la prima cosa che devi fare è cercare di spegnerlo".

DONA. G. (dipendente THYSSEN KRUPP AST a Torino dal 2002, al reparto rettifiche, v. udienza 5/5/2009); "...sugli incendi intervenivano gli operai, subito, appena scoppiava l'incendio, l'operaio interveniva con gli estintori e dei carrelli, dipendeva quello che aveva a disposizione"; "...quando andavo con il muletto verso i treni (di laminazione, n.d.e.) non potevo neanche accelerare perché mi slittava, stava fermo sul posto talmente era pieno d'olio".

LO. G. (dipendente THYSSEN KRUPP AST a Torino dal 2004, operaio in laminazione, al sendzimir 62, v. udienza 5/5/2009); "...gli incendi capitavano tutti i giorni. Spesso prendevamo un estintore e ci mettevamo comunque in fila, uno accanto all'altro e scaricavamo tutti gli estintori, fino a spegnere il fuoco... non ho mai visto il piano di emergenza, è normale intervenire se vedi un incendio".

CR. D. (dipendente THYSSEN KRUPP AST a Torino dal 2000, operaio in laminazione, v. udienza 5/5/2009); "...ho concorso a spegnere incendi sul laminatoio sendzimir 62, con estintori manuali, piccolini e anche qualche incendio più grande con quelli automatici, con attivazione manuale...non ero presente all'incendio del 2002...a me è capitato di azionare l'impianto di spegnimento vedendo le fiamme che coprivano l'impianto...nessuno ci aveva detto quando azionare l'impianto".

BEL. V. (dipendente THYSSEN KRUPP AST a Torino, addetto alla squadra di emergenza in quanto Vigile del Fuoco durante il servizio militare, v. udienza 7/7/2009); gli incendi avvenivano prevalentemente sulle linee (di trattamento, n.d.e.): "...venivano spenti dagli addetti alle linee e quando arrivavamo noi il grosso diciamo era già fatto...anche perché noi avevamo i nostri tempi di reazione".

AB. S.(già citato, nello stabilimento di Torino dal 1978, per 30 anni alle linee di ricottura e decapaggio, capoturno sia alla linea 4 sia alla linea 5, v. udienza 14/7/2009); il consumo di olio "era pazzesco...di perdite ce n'erano, di olio se ne perdeva troppo ed era anche un costo...olio andava sotto l'impianto...nelle fosse, sotto l'impianto delle spianatrici; "(sulla linea 5)...io fino a 16 estintori ho cambiato in un turno, ma non solo io, anche i miei colleghi perché era un susseguirsi di incendi e piccoli focolai, le cose erano peggiorate parecchio"; "non so neanche se fossero gli estintori giusti, perché sui rulli, solidi, andavano bene, ma se c'era la carta volava di qua e di là, andando magari ad incendiare altrove"; "...usavano carta nuova solo per spessori sottili, altrimenti carta di recupero che non aveva la stessa consistenza e si rompeva più spesso...quando non si riusciva a toglierla questa carta molta passava e si lasciava passare però durante tutto il ciclo dell'entrata se ne staccava un pezzo qua un pezzo là...si riempiva tutta la linea di carta".

MI. A. (nello stabilimento di Torino dal 1978, su linea 4 sino a 1989, poi, dalla sua installazione, primo addetto e leader Linea 5, v. udienza 27/10/2009); in caso di incendio, bisognava intervenire subito, usare l'estintore o l'idrante: "...incendi, fuocherelli capitavano spesso...perché purtroppo in quella linea (la 5, n.d.e.) si conviveva con la carta, in confronto alle altre linee, tipo la 4 e la 1 non avevano la carta e si mantenevano più pulite come linee, noi avevamo purtroppo la carta da controllare...la carta io personalmente l'ho spenta sempre con l'idrante...la carta la toglievamo noi dalla linea... quando ritenevo che c'era la linea piena di carta fermavo... dell'incendio spento avvisavo il capoturno se era il caso, comunque verbalmente, la squadra di emergenza solo quando ritenevo"; "...perché la carta era oleata, praticamente siccome assorbiva l'olio dal nastro era carta piena d'olio, quello era troppo pericoloso...se c'era un incendio bisognava intervenire subito...prima intervengo io, se vedo che è una cosa che non posso, chiamo subito, avviso il capoturno, la squadra di emergenza...qualsiasi cosa succedeva intervenivamo prima noi, quelli della Linea... non avevamo indicazioni...decidevo io se era pericoloso o no"; perdite olio: "mi è capitato che la linea 5 si fermasse per basso livello olio"; "il selettore della carta si teneva in manuale quando si rompeva la carta".

VER. L. (in THYSSEN KRUPP AST dal 1999, da qualche anno primo addetto Linea 5; v. udienza 27/10/2009); "...la mia squadra preferiva lavorare con selettore in manuale...la lavorazione in manuale richiedeva più attenzione...preferivamo lavorare in manuale perché tanto anche lavorando in automatico (parla sempre del selettore carta, n.d.e.) poteva capitare che la carta si rompeva e la sezione di entrata non si fermava e finché qualcuno non se ne accorgeva la carta chissà dove arrivava. Se poi addirittura arrivava ad entrare in forno il nastro bisognava prenderlo e buttarlo via. Poi sicuramente i nostri capi si arrabbiavano"; "...i fuochi comunque di solito erano poca roba, pezzi di carta che magari con scintille della saldatrice prendevano fuoco, bastava prendere un estintore, andare lì... li abbiamo sempre spenti noi...quando c'era troppa carta sulla linea avvisavo il capoturno, fermavamo e la pulivamo...a linea ferma si metteva il nastro di riposo".

AL. A. (dipendente THYSSEN KRUPP AST a Torino dal 2001, dal 2006 controllore del fattore produttivo, v. udienza 17/11/2009); "...su LINEA 5 piccoli focolai, stupidaggini...sugli incendi intervenivano gli addetti Linea, perché ci lavoravano...la frequenza era di 2 o tre alla settimana".

COS. G. (dipendente THYSSEN KRUPP AST a Torino dal 1996 fino a luglio 2007; capoturno laminatoi, v. udienza 17/11/2009); "...per me principio di incendio aveva già fiammelle...era di palese gravità invece quando non riuscivamo più a domarlo".

SA. G. (già citato, dipendente THYSSEN KRUPP AST a Torino dal 2001, manutentore elettrico, v. udienza 10/11/2009); "nel piano di emergenza c'era scritto...che anche gli addetti dovevano intervenire in caso di incendio, se l'incendio fosse di piccola entità; palese gravità: "lì dipende da chi è sul posto, chi è sul posto decide...".

CA. G. (nello stabilimento di Torino dal 1995; capoturno trattamento fino al 15/6/2007, v. udienza 17/11/2009); "...nella Linea 5 c'erano incendi, li spegnevamo sempre noi, con gli estintori... piccole cose...solitamente sotto la saldatrice...a prendere fuoco era carta imbevuta di olio...RAGAZZI NON FACCIAMO GLI EROI...anche CAF. ce lo diceva...di seguire la procedura...se pensavamo di poter spegnere con gli estintori spegnevamo con gli estintori"; "...oltre alla carta c'era l'olio, sia di laminazione sia per perdite: dai flessibili, dalle tubazioni in rame e quant'altro...la linea è talmente immensa che le perdite arrivano un po' da per tutto, anche perché se cala l'olio qualche perdita ci sarà"; a volte si cambiavano al giorno 9/10 estintori, a volte 5/6 nello stabilimento; % sulla linea 5.

MAN. T. (nello stabilimento di Torino dal 1995, primo addetto su varie linee fino a M. 2008; ha lavorato sulla Linea 5 dal 1998 al 2003); "...per quello che ricordo io si è sempre mantenuta l'attenzione anche perché non si poteva sbagliare...perché lì avevamo carta, olio, eravamo sempre a contatto con materiali pericolosi, metano...gli incendi sulla linea 5 avvenivano frequentemente perché noi avevamo il problema della carta...soprattutto in briglia 1, dove saldavamo...se l'incendio era domabile, potevamo intervenire con gli estintori, le manichette".

BON. M. (in THYSSEN KRUPP AST a Torino dal 1998, operaio, poi meccanico, poi ispettore meccanico della Linea 5, poi al finimento e su altre linee, in ultimo gestore di manutenzione fino ad ottobre 2008, v. udienza 1/12/2009); "...la linea 4 lavorava il grezzo e lì non c'era carta infraspira; la Linea 5 lavorava solo il finito e lì c'era sempre carta infraspira...passava il materiale finito e capitava buona parte delle volte che la carta non si staccasse".

RI. S. (nello stabilimento di Torino dal 1973; operaio, poi manutentore meccanico, in ultimo - fino a dicembre 2007 - gestore del reparto finimento e laminatoi, v. udienza 1/12/2009); "il consumo di olio è solo quello dei circuiti oleodinamici...quindi teoricamente chiusi, quindi da perdite"; palese gravità: "era affidato a buon senso della persona...del singolo operaio".

MOT. S. (nello stabilimento di Torino dal 1976, in acciaieria, poi ai laminatoi, poi per 15 anni assistenza tecnica ai clienti, da fine 2002 responsabile qualità, v. udienza 1/12/2009); "...la carta era grave problema di qualità...il materiale veniva declassato e, nei casi più gravi, rottamato..carta impressa con ossido quando si bruciava nel forno...la fermata in forno oltre i 5 minuti bruciava il materiale e non si poteva più usare...la fermata in vasca lascia il materiale macchiato... a volte si poteva rilavorare, a volte no...danneggiati in caso di fermata circa 100 metri...nastro lungo da 400 a 3.000 metri, a seconda dello spessore...anche nastro che sfrega è difetto".

MANG. E. (nello stabilimento di Torino dal 1979, elettricista, in ultimo gestore di manutenzione della Linea 5, v. udienza 17/12/2009); su Linea 5 c'erano perdite di olio: "sotto gli aspi c'era l'olio, olio di sgocciolamento dei rotoli e olio dai trafilamenti"; "le 'paciasse' erano contenitori per raccogliere l'olio...in particolare, era capitato (una perdita n.d.e.) in un giunto del loopcar di entrata...i meccanici avevano detto che per cambiare quel giunto ci sarebbe voluto un tempo pazzesco...dato che la linea (5, n.d.e.) doveva essere smontata, non aveva molto senso intervenire...così hanno messo un contenitore per raccogliere l'olio della perdita"; "...dopo due rotoli di nuovo c'era questa carta...perché si staccava e andava a finire da tutte le parti...si infilava in tutti i punti e diventava pericolo so... succedeva... dei giorni succedeva diverse volte...quando la Linea era proprio messa male si fermava per pulire"; piano di emergenza: "...se io vedo un inizio di incendio, se sono addestrato cerco di intervenire e intanto il mio collega chiama la sicurezza...io ho sempre detto che l'importante è non farsi male".
MANG. conferma anche (v. pag. 38 trascrizioni) l'esistenza di una tettoia in uscita ma precisa che - contrariamente a quanto ritenuto da MOR. R., v. sopra - non era stata installata per evitare che l'olio di laminazione del nastro in svolgimento colasse sugli operai, bensì per proteggere dallo sgocciolamento il nastro finito: su quest'ultimo infatti residuavano macchie dovute alle gocce di olio di laminazione.

GIO. D. (dipendente THYSSEN KRUPP AST a Torino dal 2002, in ultimo responsabile ecologia con le funzioni di LU. dopo le sue dimissioni v. udienza 17/12/2009); palese gravità: "se una persona ha paura, non deve intervenire".

PIZ. A. (nello stabilimento di Torino dal 1995, dal 2005 capoturno laminatoi, da luglio 2007 in altra società gruppo THYSSEN KRUPP, v. udienza 17/12/2009); "le procedure...più che altro la cosa che mi ricordo era la quasi totale indipendenza nell'uso dell'estintore... cioè ci davano proprio l'istruzione di farlo, di usarli...se vedevamo che c'erano le condizioni".

GV. C. (già citato, nello stabilimento di Torino dal 1978, capoturno trattamento fino al settembre 2007, v. udienza 10/2/2010); procedura: "intervenire se possibile se l'incendio era piccolo con gli estintori disponibili, in ogni caso chiamare subito la squadra di emergenza, il capoturno"; "su Linea 5, oltre agli incendi piccoli su saldatrice, mi ricordo più grandi: uno sul loopcar di entrata per sbandamento del nastro...uno sulla briglia 2...un altro all'ingresso del forno...per quest'ultimo era stata chiamata la squadra di emergenza...nella zona di imbocco non ricordo incendi"; "la pulizia della carta era fatta in continuazione dagli addetti...la linea si riempiva completamente di carta...a volte si fermava anche mezz'ora, un'ora per pulire".

Risulta quindi provato dalle testimonianze come sopra, riassuntivamente, riportate:
-che nello stabilimento di Torino, non solo ma in particolare sulle linee di "trattamento" e soprattutto sulla Linea 5 i focolai, i principi di incendio erano frequentissimi e se ne era riscontrato un crescendo nell'ultimo anno (2007), ancor più negli ultimi mesi: accadevano più volte durante la stessa giornata (considerato che si lavorava nelle 24 ore, a ciclo continuo), addirittura più volte durante lo stesso turno di 8 ore; oltre ad essere avvenuti, in un periodo di poco più di un anno precedente l'incendio del 6/12/2007, sulla linea 5, tre veri e propri "incendi": all'ingresso forno, al loopcar di entrata, alla briglia 2; v. sopra, senza qui riportarle, le descrizioni dettagliate;
-che su tali focolai e principi di incendio intervenivano - sempre - subito ed in prima battuta tutti gli addetti all'impianto, indipendentemente dalla loro "istruzione antincendio"; nella gran parte dei casi, erano gli stessi addetti a domare il focolaio, il principio di incendio - ma in alcuni casi, v. sopra, anche un vero e proprio incendio - utilizzando - sulla linea 5 - gli estintori portatili (a C02 da 5 chili), i carrellati (a C02 da 30 chili) e le manichette ad acqua; era quindi in tal senso l'applicazione pratica del piano di emergenza, come già esposto sopra nella parte relativa al "piano di emergenza e di evacuazione" (v.);

gli stessi addetti chiamavano la "sicurezza" al numero fisso interno solo se si accorgevano di non riuscire a "domare" l'incendio;
-che, come si è già sopra anticipato, non era stata effettuata alcuna formazione specifica sul piano di emergenza e di evacuazione, esplicativa non solo dei termini "persona istruita" (e abbiamo già sopra indicato gli esigui dati della effettiva formazione antincendio degli operai di Torino), ma altresì dei termini "incendio di palese gravità" (v. sopra: secondo "buon senso" o addirittura "coraggio"); l'unica "indicazione" ai lavoratori, più volte spesa da CAF. (v. esame udienza 6/10/2009 e testimonianza BI., udienza 19/3/2009) era quella di "non fare gli eroi"; non è necessario commento alcuno: non solo perché purtroppo, a fronte della tragedia accaduta, suona inevitabilmente sinistra, ma anche perché non è certo con raccomandazioni di tale tenore che si provvede, in azienda, alla sicurezza dei lavoratori;
-che, nella normale produzione, gocciolava e si spargeva per la linea 5, proveniente dai rotoli in lavorazione, olio di laminazione (olio con un più basso punto di infiammabilità rispetto a quello utilizzato nell'impianto oleodinamico: sul punto, tra i tecnici delle parti, si è tenuta in udienza una lunga e articolata discussione: ma ciò che rileva qui è solo sottolineare il dato); la quantità di olio di laminazione che "cola" dai nastri in svolgimento dipende dal tempo che intercorre tra la laminazione ed il trattamento del nastro: minore è il tempo di "riposo" del nastro laminato, maggiore sarà l'olio di laminazione che gocciola sull'impianto; nell'ultimo periodo, come hanno riferito i testi, non vi era tempo per il "riposo" (si lavorava "just in time") e si procedeva così al trattamento subito dopo la laminazione, con l'effetto di aumentare la quantità di olio di laminazione sparso per la linea 5;
-che, soprattutto nell'ultimo periodo, erano frequenti - ed erano aumentate -anche perché non tempestivamente oggetto di riparazione, come vedremo infra - le "perdite" di olio "idraulico" lungo tutti gli impianti ed anche alla linea 5, dalle tubazioni rigide così come dai flessibili: ricordando che l'impianto oleodinamico è un sistema "chiuso", per il quale quindi non dovrebbe essere necessario "rabboccare" alcun serbatoio (v. sopra);
-che, in conseguenza del gocciolamento dell'olio di laminazione e delle perdite di olio dall'impianto oleodinamico, lungo tutta la linea 5 (ma non solo, v. sopra), nelle "fosse", sotto tutto l'impianto, si erano formate "chiazze" ovvero "pozzanghere" di olio;
-che la Linea 5 era destinata a lavorare nastri di acciaio tutti muniti di carta "infraspira" (carta a protezione dell'acciaio per tutta la lunghezza del rotolo - salvo i cd. "codacci" inziali), carta che si doveva svolgere insieme al nastro da lavorare e riavvolgere su di un apposito aspo; ciò comportava la possibilità che la carta non si staccasse dal nastro di acciaio, rimanendo ad esso adesa, dovendo essere "staccata" manualmente dagli addetti (v. anche infra, nel paragrafo dedicato alla pulizia); operazione difficile e non sempre con esito favorevole; con la conseguenza che la carta - intrisa di olio di laminazione - si spargeva per tutto l'impianto, infilandosi in ogni meccanismo; il tutto, ovviamente, in grandi quantità, perché i rotoli di carta erano - salvo i cd. "codacci", parte iniziale di pochi metri - della stessa lunghezza del rotolo di acciaio: cioè dai 400 ai 3.000 metri. Nell'ultimo periodo, a causa della lavorazione di rotoli troppo "caldi" perché da poco tempo usciti dal laminatoio -senza il "riposo", v. sopra - questo fenomeno della carta "adesa" o "impressa" era divenuto da saltuario così frequente da accadere anche per più rotoli in ogni turno di lavoro di 8 ore. Con necessità per gli addetti all'impianto di cercare di "strappare" la carta a linea in movimento e, se non vi riuscivano, spargimento di carta per tutto l'impianto fino a che si bruciava nel forno a metano (con danno al materiale); con necessità anche di fermare la linea - per mezz'ora o un'ora - per rimuovere le grandi quantità di carta oleata; salvo ritrovarsi nuovamente con la linea piena se il rotolo successivo presentava lo stesso fenomeno (attualmente lungo la linea 5 vi sono grandi quantità di carta: lo si vede nelle numerose fotografie in atti e lo ha potuto constatare la Corte durante le sue visite);
-che a fungere da innesco dei focolai, dei principi di incendio, degli incendi erano, in particolare sulla linea 5, le scintille della saldatrice (in particolare in occasione delle saldature "di rinforzo", necessarie per i rotoli di maggiore spessore), il grippaggio e quindi il surriscaldamento di rulli, cuscinetti ed altre parti in movimento, lo sfregamento del nastro di acciaio contro la carpenteria della linea (di cui ancora oggi sono visibili i segni, come emerge dalle numerose fotografie in atti e come ha avuto modo di constatare la Corte durante le sue visite all'impianto); come si è sopra riportato (v.), proprio un grippaggio per l'uno ed uno sfregamento per l'altro erano stati all'origine di due dei tre incendi che erano avvenuti sulla Linea 5 nell'anno precedente l'incendio del 6/12/2007;
-che il combustibile era costituito dalla carta interspira - che si trovava, come si è visto, in grandi quantità - e che facilmente prendeva fuoco anche perché intrisa di olio di laminazione; oltre allo stesso olio - sia di laminazione, sia da perdite dell'impianto oleodinamico - presente in chiazze, pozze e pozzanghere lungo tutta la linea 5, sotto gli impianti, nelle fosse ecc.
La più volte, dai testi, ribadita frequenza con cui avvenivano, soprattutto sulla linea 5, ma anche sulla linea 4 di ricottura e decapaggio e sui laminatoi, principi di incendio, focolai, ovvero incendi, è confermata anche dai dati documentali emergenti dai contratti in corso tra la THYSSEN KRUPP AST per 10 stabilimento di Torino e la ditta C.M.A. di Brescia, contratti esposti nel loro contenuto ed esecuzione dai testi DOM. D. (v. udienza 29/4/2009) e CAN. F. (v. udienza 28/4/2009).
Il primo, titolare della C.M.A., ditta specializzata in impianti e servizi antincendio, ha riferito: che con lo stabilimento di Torino era in corso, da circa 12 anni, un contratto di assistenza in forza del quale un incaricato della C.M.A. doveva, ogni 10 giorni ma anche a chiamata, se necessario, provvedere al controllo, alla ricarica e/o alla sostituzione degli estintori in tutto lo stabilimento; oltre ad un controllo periodico degli impianti antincendio; che l'importo di tale contratto era rimasto sostanzialmente identico, mentre nel 2006 si era incrementato per l'avvenuta sostituzione del serbatoio di C02 e nel 2007 era "crollato" a circa la metà - € 143.000,00 - rispetto agli anni precedenti. Non si devono qui riportare le considerazioni espresse da DOM., che non rilevano in quanto teste; si deve però sottolineare che, secondo DOM. (v.) proprio il tipo di contratto concluso denotava un uso frequente di estintori.
CAN. Fabrizio, dipendente della CMA ed incaricato - da 12 anni - della manutenzione degli estintori nello stabilimento di Torino, così precisava i suoi compiti: si occupava di tutto l'antincendio dello stabilimento: estintori, bombole, idranti, manichette; il contratto era stato disegnato "apposta per avere una sorveglianza più assidua, dato il frequente uso di estintori, soprattutto alle linee 4 e 5...(erano) estintori ad anidride carbonica, i più diffusi...c'era necessità sinché di sostituire e non solo di controllare ogni 10 giorni"; il teste riferiva di avere saputo che nello stabilimento si verificava un "incendio" al mese, precisando poi (v. pag. 85 trascrizioni) che si riferiva ai "grandi" incendi, non contando i focolai; che la THYSSEN KRUPP AST a Torino aveva sempre voluto solo estintori a CO2 da 5 chili e qualche estintore a polvere sui carroponte; che nello stabilimento di Torino vi erano circa 350 estintori; che solo alla linea 5 venivano sostituiti, in media, ogni mese 30-40 estintori (v. pag. 91 trascrizioni); che proprio alla linea 5 vi era il maggior "consumo" di estintori, soprattutto nella zona saldatura (v. pag. 94 trascrizioni). Aggiunge CAN. che le sostituzioni degli estintori avvenivano non solo perché erano stati utilizzati, ma anche per "anomalie" (ha sul punto precisato DOM. che gli estintori possono scaricarsi ad una temperatura superiore ai 60°); ma non si può porre in dubbio che la gran parte fossero sostituiti proprio perché utilizzati; aggiungendo che - come riferito anche da molti dei testi sopra indicati e non riportato perché si tratta di circostanze marginali, comunque confermate dal teste CAN. - nello stabilimento vi era una riserva di circa 40-50 estintori; che a volte gli stessi lavoratori provvedevano a sostituire gli estintori utilizzati con quelli di riserva, mentre altre volte CAN. veniva chiamato tra un intervento programmato e l'altro perché c'era necessità di molte sostituzioni (non ha rilievo invece il fatto che, tempo prima, fossero state avanzate delle rimostranze a CAN. sulla efficienza degli estintori, ma v. anche infra).
Vi è un altro dato molto significativo a conferma della piena corrispondenza alla realtà dei fatti di quanto riferito dai testi: quello relativo al consumo di materiale estinguente nello stabilimento di Torino, tratto dalle fatture (in sequestro, v. faldoni perquisizioni) emesse per le ricariche degli estintori e delle bombole, dalle quali emerge che, nel periodo 2002-2007, risultano ricaricati (i dati sono forniti dalla analisi effettuata dalla Procura della Repubblica, ma non sono, in quanto tali, oggetto di contestazione da parte delle difese): 4912 estintori portatili a CO2 da 5 chili (i più diffusi, ma anche quelli presenti sulla Linea 5); 797 estintori carrellati a CO2 da 30 chili; 1392 bombole a CO2 da 45 chili; 513 estintori a polvere da 6 chili; 115.320 chili di CO2 ricaricata nel serbatoio (cui si è già accennato sopra: v.). Dal conteggio sono stati esclusi gli estintori utilizzati in azienda per i corsi antincendio.
La Corte è consapevole che, come sottolineato sul punto dai difensori, gli estintori devono essere ricaricati anche alla loro scadenza temporale; che ben può accadere il manifestarsi di valvole difettose: ma non vi è dubbio che nei 5 anni, dal 2002 al 2007, gli estintori a CO2 da 5 chili ricaricati perché in scadenza non possano essere più di 400: cioè tutti quelli che, secondo la testimonianza di CAN., erano gli estintori di quel tipo presenti nello stabilimento, di cui 350 disposti lungo le linee e 40-50 nel magazzino dello stabilimento; anche aggiungendone altri 400 ricaricati per "anomalie" di vario tipo, rimane un numero di ricariche - fermandoci ai soli estintori a 5 chili da CO2, che qui più ci interessano per i motivi già esposti - nel periodo di - circa -4112: il che significa oltre 822 estintori di quel tipo utilizzati, in media, ogni anno dal 2002 al 2007 (oltre 2 per ogni giorno dell'anno, ferie comprese); se poi a questo dato aggiungiamo le risultanze testimoniali, relative all'aumento dei focolai e degli incendi nell'ultimo anno, possiamo concludere ritenendo che l'utilizzo di estintori sia stato certamente maggiore ancora rispetto alla media calcolata.
Si tratta evidentemente di un dato che desta allarme anche in chi non si occupa professionalmente di sicurezza antincendio; si deve anche ricordare come sia un dato a disposizione non solo degli imputati che lavoravano a Torino, ma anche di tutti i dirigenti di Terni: anche il contratto con la C.M.A., infatti, era concluso e modificato non con i dirigenti di Torino, ma direttamente con Terni, come riferito dal citato DOM..

Si può quindi con assoluta certezza affermare che, nel periodo che qui rileva e soprattutto dai primi mesi del 2007, per i lavoratori THYSSEN KRUPP AST dello stabilimento di Torino ed in particolare per gli addetti alla Linea 5, il dover intervenire con estintori (ma anche con manichette ad acqua) sugli "incendi", su principi di incendio, su focolai, era divenuto una vera e propria "abitudine" ormai quasi quotidiana.
Si deve riportare un altro dato documentale a conferma delle dichiarazioni testimoniali sopra riportate sulle perdite di olio dai circuiti oleodinamici presenti sugli impianti, tra cui la linea 5: quello relativo ai consumi di olio idraulico nello stabilimento di Torino. Le "schede" riportanti i consumi dei vari tipi di olio, tra cui l'olio utilizzato per i "rabbocchi", sono state consegnate alla Procura della Repubblica dal teste RI. Savino (già citato sopra, v. produzione udienza 21/4/2009), il quale, come già riportato, aveva confermato come si trattasse di olio dei circuiti oleodinamici, quindi di un sistema chiuso; il teste FO. F., caposquadra dei Vigili del Fuoco (v. udienza 9/6/2009), ha riferito: "...vedendo copiose perdite di olio in tutto lo stabilimento, abbiamo trovato un data base": il consumo di olio per gli impianti oleodinamici (di olio cd. "idraulico") era indicato in circa 8-10 tonnellate al mese.
Anche per le perdite di olio idraulico, quindi, si tratta di un dato enorme, come tale macroscopicamente "allarmante"; anche questo dato, come vedremo infra, a conoscenza non dei soli imputati che operavano a Torino, ma di tutti i dirigenti a Terni (v. infra).


Al termine del capitolo relativo alle condizioni di lavoro nello stabilimento di Torino si darà conto di quanto rilevato dai controllori dello SPRESAL (ASL1 di Torino).

B)

Vediamo ora quanto emerso dal dibattimento in relazione alle contestazioni, di cui ai capi di imputazione già sopra indicati, per i restanti punti:
-la riduzione degli interventi di manutenzione e di pulizia sulle linee;
-la drastica riduzione del numero dei dipendenti ed il venir meno delle professionalità più qualificate e, in particolare, sia dei capiturno manutenzione, sia degli operai più esperti e specializzati;
-la mancanza di una effettiva organizzazione dei percorsi formativi e informativi dei lavoratori.

Si deve premettere uno schematico organigramma dello stabilimento di Torino, come si presentava nel 2006 e come si è andato modificando dai primi mesi del 2007 e sino al 6/12/2007.
Abbiamo già ricordato i ruoli degli imputati SA. Raffaele (direttore dello stabilimento) e CAF. C. (responsabile ecologia, ambiente e sicurezza); CO. A. (anche teste ed indagato ex art. 372 c.p.: v. nell'apposito capitolo e v. per le sue dichiarazioni udienza del 24/2/1010), ha esposto il seguente organigramma per il settore produzione: sotto di lui, che dipendeva direttamente da SA. come responsabile della produzione e, dal settembre 2007, anche responsabile della manutenzione, vi erano 2 capireparto: uno per il trattamento (in cui era compresa la linea 5) e la laminazione, l'altro per il finimento (precisamente, sino al giugno 2007 i capireparto erano 3, perché solo da quella data erano stati uniti finimento e laminazione); ogni caporeparto aveva sotto di sé 4 capiturno; sotto i capiturno per ogni impianto vi era il leader - primo addetto ovvero l'operatore più esperto; per il settore manutenzione: il ramo di manutenzione programmata e di pronto intervento era diretto da BE. (v., già citato come teste); l'altro ramo - elettronica, strumentazione, forni ecc. - era diretto da FO. e, nell'ultimo periodo, dopo l'allontanamento di FO., da BE.; sotto di loro c'erano i 4 capiturno manutenzione, uno per ogni turno ed il capo manutenzione programmata; poi i 4 gestori di manutenzione, poi le squadre: quella di pronto intervento, di elettricisti e di meccanici (fino al 2006, con squadre di 4-5 elettricisti e 3-4 meccanici per turno) e quella della manutenzione programmata; in ogni impianto c'era il gestore della manutenzione (v. MANG., già citato, per la Linea 5) e l'ispettore di manutenzione: per la linea 5 prima AP. Antonio, per 9 anni sino al dicembre 2006, poi LUD. Andrea; a questo proposito, si deve qui sottolineare come, proprio nell'ultimo anno (da dicembre 2006 al 6/12/2007) sulla Linea 5 fosse in servizio un ispettore di manutenzione privo di esperienza sugli impianti e che aveva anche trascorso in cassa integrazione il periodo da giugno ad ottobre 2007; lo riferisce egli stesso (v. teste LUD. A., udienza del 26/2/2010): "...non sono un meccanico, sono un attrezzista; cosa dovessi fare (sulla Linea 5, n.d.e.)... mi è stato detto il giorno in cui sono arrivato in reparto...comunque facevamo il giro sull'intera linea per verificare...a livello visivo...e riferire a MANG."; a quest'ultimo, come "gestore", non spettava il compito di controllare direttamente la linea, bensì quello di indicare alla manutenzione gli interventi da effettuare sulla base delle segnalazioni degli ispettori (v. su questo il teste BON., infra).
Vedremo nel prosieguo come si sia ridotto - e stravolto - tale organigramma in pochi mesi, dalla primavera e, ancor più, dall'estate 2007.
Si deve anche ricordare che, dall'estate 2007, si era iniziato lo smontaggio di alcuni - grandi - impianti, non più in funzione: si trattava del SENDZIMIR 54 e della linea BA, mentre la linea 1 era comunque ferma, pur non dovendo essere trasferita a Terni. Come impianti "grandi" in funzione rimanevano quindi la Linea 4, la Linea 5, il sendzimir 62, oltre agli impianti più piccoli come gli skinpass (v., tra le altre, le dichiarazioni di CHI., citato, udienza 17/3/2009).

Anche su questi argomenti procediamo in primo luogo ad esaminare le risultanze testimoniali.

B.P. P. (già citato, udienza 13/2/2009) sui corsi antincendio riferisce: "...ho fatto un addestramento antincendio però non ho mai fatto l'abilitazione...saranno stati 4 anni fa...stendere le manichette, come si impugnava la lancia, una simulazione di spegnere un fuoco con l'estintore a polvere"; ricorda poi che c'era stato un contenzioso con l'azienda perché si era rifiutata di chiedere ai Vigili del Fuoco l'attestato finale per i dipendenti (v. già sopra per tale questione).
"Prima c'era un capo turno per il trattamento...un capo turno per i laminatoi...un capo turno per il finimento...al...trattamento c'era un capo turno per la manutenzione elettrica e meccanica che era anche responsabile della squadra di sicurezza" quindi 4 capoturno per ogni turno di lavoro nelle 24 ore...da settembre 2007...anche i manutentori erano andati via, un 90% dei manutentori non rimpiazzati...al momento dell'incidente c'era un unico capoturno per lo stabilimento, Rocco M.".
"io con la mansione di primo addetto...vedevamo cosa c'era da riparare, la manutenzione programmata normalmente si faceva ogni tre settimane, quindi si parlava di cosa c'era che non andava con il responsabile della manutenzione, cosa c'era da sostituire"; negli ultimi tempi: "...c'erano dei lavori che non venivano eseguiti perché non c'era il personale...(ne)gli ultimi tempi bastava che l'impianto girasse, ecco. L'importante che i rulli giravano...". B.P. collega poi l'aumento delle perdite di olio dall'impianto oleodinamico (v. sopra, nell'apposito paragrafo) proprio alla carente manutenzione. Le riunioni di sicurezza venivano tenute - fino ad un anno prima del 6/12/2007 - da CAF. periodicamente nella palazzina uffici, con scarsa partecipazione perché erano successive all'orario di lavoro; nell'ultimo periodo erano tenute dal capo turno, durante le ore di lavoro, impianto per impianto.

PO. M. (già citato, addetto all'ecologia e, quindi, membro della squadra di emergenza da settembre 2007, v. udienza 5/3/2009); come abbiamo già esposto, PO. era stato assegnato alla squadra di emergenza dello stabilimento senza che avesse seguito alcun corso di formazione anticendio (v. sopra).

REG. P. (già citato, manutentore elettrico, dipendente THYSSEN KRUPP AST a Torino dal 2001; in un primo momento in ferie ordinate dall'azienda da agosto al 31/12/2007, poi invece richiamato dall'azienda: riprende lo stesso lavoro a metà novembre 2007, v. udienze 5 e 11/3/2009); al suo ritorno a metà novembre 2007, incontra CHI. (v.), già suo capoturno ed apprende che se ne andava a giorni; che sarebbero andati via anche PER. (v.), altro capoturno manutenzione e BE. (già citato) "caposervizio" manutenzione: "...da lì capii che le cose non erano come prima, non potevano essere come prima perché c'era stata questa ristrutturazione aziendale...capii subito che dovevo lavorare senza un diretto capo elettrico, capii anche che le cose andavano male anche a livello di personale perché avevo guardato il servizio e c'era stata un'ulteriore riduzione di personale...prima...eravamo un certo numero...adesso eravamo praticamente in 2"; e c'era "un capoturno di produzione per tutti i reparti...prima alla produzione c'era un capoturno, al trattamento... c'era un altro capoturno, al finimento... quando lavoravano...c'era...un altro responsabile e dalla parte manutentiva c'era il capoturno di manutenzione, questo fino ad agosto (2007, n.d.e.)".

P.S. S. (già citato, udienza 11/3/2009); "...una volta si facevano le riunioni antinfortunistiche...non so dirle i tempi c'era CAF. che faceva la riunione insieme al capoturno e a noi, ultimamente c'era solo il capoturno che faceva le riunioni antinfortunistiche...alle 2 di notte nell'ora di pausa". La difesa degli imputati mostra al teste alcune schede, portanti la sua firma, di riunione di sicurezza tenute da LU.; P.S. risponde che la firma è sua, ma: "a me LU. una riunione di sicurezza non ...l'ha mai fatta...questo foglio girava dentro in ditta...io questo foglio qua lo firmavo che mi arrivava...capitava di andare in ufficio a prendere questa prima, ultimamente passava il foglio firmavi e via...".
P.S. riferisce che, nell'ultimo periodo, non era curata la pulizia nello stabilimento e ricorda un episodio: "...se io vado a prendere la scopa come è capitato mi sono venuti a dire 'non è ora di pulire'...(me lo disse, n..d.e.) SA., il direttore dello stabilimento...scendeva giù (aveva lavorato, n.d.e.) alle linee". L'impresa di pulizia aveva un mezzo per aspirare l'olio dalle fosse e rimuovere i rotoli di carta oleata; ma nell'ultimo periodo si vedeva sempre più raramente.
Sulla manutenzione: "...i pezzi non c'erano, se c'era qualcosa da sostituire non andavano più a fare un'ordinazione... per far arrivare il pezzo nuovo, lì al massimo che potevi fare se c'era in magazzino bene se no lo staccavi da qualche impianto e lo (ri)mettevi lì le posso dire che per smontare una fotocellula dall'impianto per andare avanti sull'altro e poi fermare l'impianto di là e smonta le fotocellule e rimetterli dall'altra parte stiamo giocando a ping-pong".

BO. A. (già citato, udienze 3 e 5/3/2009); "...un tempo ogni giorno c'era il passaggio dell'impresa di pulizia, nell'ultimo periodo molto spesso invece dovevamo pulire noi, però è ovvio che non potevamo farlo sempre, anche perché noi eravamo addetti alla linea, non alla pulizia...la carenza delle pulizie è iniziata qualche mese prima (dell'annuncio, n.d.e.) della chiusura, credo intorno al 2006..."; "il capo reparto, spesso anche il capoturno ti chiedeva di pulire...anche a volte di fermare l'impianto per pulirlo soprattutto dalla carta....ormai (nell'ultimo periodo, n.d.e., dopo che se ne erano andati i capiturno) la gestione totale dell'impianto era nelle mani degli addetti, soprattutto dei primi addetti, proprio perché alcuni capiturno non avevano mai lavorato...alle linee...il povero Rocco M. ha sempre lavorato in maniera molto puntuale, molto bravo, ma al finimento, alle linee non ha mai lavorato"; "la manutenzione...la differenza più grande...è legata...al momento (della decisione, n.d.e.) della chiusura in cui molti meccanici, gli elettricisti, soprattutto le più alte professionalità... erano andati via dalla THYSSEN...nell'arco del 2007 (si) è iniziata questa emorragia...". Ogni linea, riferisce BO., redigeva un "rapporto" quotidiano in cui venivano segnati le produzioni, le velocità, gli eventuali guasti, le eventuali fermate ecc.: "...a fine di ogni turno il capoturno veniva e ritirava questi rapportini che poi venivano guardati dal CFP, cioè controlli fattori produttivi...e dal caporeparto... dove si analizzavano alcuni dati... nell'ultimo periodo, soprattutto... da settembre in poi, questi rapportini rimanevano all'interno del pulpito per giorni...nessuno li passava a ritirare".
Ancora sulla manutenzione: "nelle fasi precedenti grosso modo una volta al mese veniva fatta bene (la manutenzione programmata n.d.e.) e tutto ciò che c'era da fare si evinceva anche dai rapportini...e la manutenzione veniva svolta, nell'ultimo periodo io non ricordo la stessa attenzione, ricordo spesso e volentieri che veniva definita manutenzione programmata anche altre tipologie di fermate, ci facevano inserire nel computer manutenzione programmata anche se in realtà non lo era...magari delle fermate non programmate". Sulle riunioni di sicurezza: "...queste riunioni venivano fatte in maniera a mio avviso non idonea, questo l'ho sottolineato anche in alcune riunioni fatte anche insieme al signor CAF....io mi riferisco soprattutto al fatto che queste riunioni fatte durante il turno non davano l'opportunità a tutti di ascoltare e sentire quello che veniva detto durante le stesse riunioni...".

MOR. R. (citato, udienza 17/3/2009); PULIZIA: "quando io arrivai a lavorare fino a un annetto anche due anni prima (della decisione n.d.e.) della chiusura c'era la ditta, l'EDILECO che veniva...quasi tutti i giorni...avevano il camioncino per l'aspirazione dell'olio...poi...sono spariti proprio"; MOR. riferisce che, in assenza della ditta, più nessuno aspirava l'olio dal pavimento e dalle fosse, tanto che (sulla linea 5): "...l'aspo di uscita era l'ultimo aspo dove finisce la corsa del nastro era un lago".
Sulle riunioni di sicurezza (e a proposito del piano di emergenza, v. prima): "io ricordo che quando entrai il primo giorno di lavoro che abbiamo avuto la riunione con il capo della sicurezza CAF. ci spiegò che l'azienda dovuta agli incendi e all'alluvione che aveva avuto era sprovvista di assicurazione, nel senso non sprovvista di assicurazione che non avrebbero avuto risarcimenti, quindi nel caso di un grosso incendio l'azienda avrebbe chiuso quindi di intervenire senza farci male ovviamente". Ricorda un'unica riunione di sicurezza fatta molto tempo prima durante l'orario di lavoro e fermando l'impianto; poi solo: "riunioni di sicurezza di un quarto d'ora mezz'oretta con un capoturno...farlo dove un impianto gira, che si può rompere la carta, arriva il bollo, è ora di saldare, è ora di imboccare il nastro, devi mettere il palanchino, non fai neanche attenzione, il capoturno più che chiedere: 'ragazzi fate attenzione non fatevi male che problemi ci sono' non è che poteva fare più di tanto".
Sulla manutenzione, riferisce la scomparsa nell'ultimo periodo della manutenzione programmata, l'omissione degli interventi di riparazione pur segnalati nei rapportini ed il fatto che: "capitava a volte...un guasto...che le ore di fermata erano anche sette-otto nove ore e in quel caso lì magari ci facevano mettere manutenzione programmata...invece avevano riparato solo una cosa".

CHI. R. (già citato, udienza 17/3/2009); ultimo capoturno manutenzione a lasciare lo stabilimento: a maggio-giugno erano andati via PER. e BI., quindici giorni prima di lui CARA VELLI; "le mansioni (del capoturno manutenzione, n.d.e.) erano pronto intervento quotidiano, sia elettrico che meccanico e (gestione) della squadra di emergenza...quest'ultimo...consisteva ...in ispezioni ai sistemi antincendio fissi, (controllo) ordine e pulizia delle cabine elettriche del reparto...e in emergenza si interveniva con la squadra antincendio";
Sulle riunioni: come capiturno ogni tre mesi tenevamo riunioni antinfortunistiche: "le facevo io alla mia squadra, a volte con l'ausilio del responsabile della sicurezza...in generale sulla sicurezza dei lavoratori...circa un'oretta...
Sul personale: "a regime eravamo - nella mia squadra, n.d.e. - 5 elettricisti e 4 meccanici" quando è andato via, "c'erano 2 elettricisti e 1 o 2 meccanici". In quest'ultimo periodo, il personale addetto alle linee ruotava continuamente perché "gli organici erano ridotti all'osso".
Ultimamente succedeva molto più spesso di doversi fermare in straordinario, secondo una disposizione aziendale, con sanzione se ci si allontanava.

Sulle ispezioni di sicurezza: CHI. riferisce che le faceva, con LU., sia sugli impianti sia nelle cabine elettriche; via LU., con GIO. dichiara di avere fatto delle ispezioni, ma non si riesce a comprendere se solo sulle cabine o anche sugli impianti.
Riferisce che, nell'ultimo periodo, non essendoci più manutentori meccanici, erano stati adibiti ad integrare la squadra dipendenti di un'altra ditta, la BS, che si occupava prima solo di manutenzione programmata.
Nella manutenzione programmata...si faceva un intervento...mensile...su tutta la linea; invece negli ultimi mesi si programmava il lavoro e si fermava l'impianto per eseguire quel lavoro.

BI. Massimiliano (già citato, udienza 19/3/2009); riferisce di avere tenuto le riunioni di sicurezza solo con quelli della sua squadra, mai con altri, neppure i capiturno di produzione.

CARV. G. (già citato, udienze 11/3-17/3/2009 e 5/10/2010 ex art. 376 c.p., v. capitolo relativo; capoturno manutenzione dal 2002 al 17/11/2007); riferisce di avere effettuato "ispezioni di sicurezza" sugli impianti con LU.; dopo l'allontanamento di quest'ultimo, con GIO.; ma su quest'ultima dichiarazione pesa la constatazione che nelle dichiarazioni al P.M. aveva escluso ispezioni di sicurezza sugli impianti con GIO.: considerata la "precisazione" dallo stesso CARV. esposta all'udienza del 5/10/2010, deve essere considerata rispondente alla realtà dei fatti l'assenza completa di ispezioni di sicurezza sugli impianti; sull'esodo dei "manutentori" conferma che, nelle condizioni normali dello stabilimento, gestiva 5 manutentori elettrici e 4 manutentori meccanici: via via diminuiti negli ultimi mesi, in ultimo aveva lavorato con 2 manutentori meccanici, al 6/ 12/2007 non c'era più alcun manutentore meccanico in servizio. CARV. conferma l'assenza di procedura per il controllo dei flessibili, poi adottata nello stabilimento il 2 gennaio 2008; è consapevole dei rischi rappresentali dal danneggiamento di un flessibile contenente olio in pressione; riferisce riunioni di sicurezza con la sua squadra di manutentori con cadenza trimestrale.

MAR. Giuseppe (già citato, udienza 19/3/2009, capoturno laminazione dal 1996); riferisce di 4 riunioni di sicurezza all'anno con la squadra del laminatoio e ad "impianti fermi"; nell'ultimo periodo, era stato incaricato come capoturno di produzione per l'intero stabilimento, anche se "non conosceva gli altri impianti"; riferisce di essere stato chiamato da CAF. il 3/12/2007, insieme a MARA. (v.) e SAB. - non c'era Rocco M. perché faceva il turno di notte; CAF. li aveva incaricati anche come capiturno di emergenza: "ci aveva spiegato come si svolgeva il servizio: radio, squadra ecologica e sorveglianza". Conferma che la manutenzione programmata "...non era più fatta con regolarità, non più a calendario come prima, ma SOLO SULLA BASE DELLE SEGNALAZIONI DEGLI OPERATORI"; e che, come pronto intervento, non c'erano più manutentori meccanici: la squadra era affiancata da operai della ditta esterna.
Sulla pulizia: "anche l'impresa era venuta meno, diciamo aveva ridotto il personale per cui non era più come una volta...come qualche mese prima...quello stesso pomeriggio - 5/12/2007 - S., primo addetto alla linea 5...mi aveva avvertito, come capoturno, che avevano fermato l'impianto per pulizia carta".
L'azienda nell'ultimo periodo aveva chiesto un aumento dei turni nella laminazione; se il personale del turno montante non era presente si fermavano quelli del turno smontante".

BE. Roberto (già citato, udienze 21 e 28/4/2009); riferisce: "prima c'erano i capiturno manutenzione, poi sono andati via e sono subentrati i gestori di manutenzione, poi l'incarico è passato ai capiturno produzione" parla del capoturno emergenza; facevamo manutenzione (cd. "programmata") il sabato mattina; con le ditte esterne, per la parte tecnica IO, SP. e MANG..

LU. (già citato, udienza 29/4/2009); "il calo di manutenzione era denunciato, questo lo ricordo esattamente, perché si lamentavano ANCHE i responsabili di manutenzione"; RIUNIONI: almeno trimestralmente una riunione di sicurezza con ogni squadra - poi egli stesso partecipava - a volte, non di notte - anche alle riunioni tenute dai capiturno.

SAB. Vincenzo (nello stabilimento dal 1978, capoturno finimento da febbraio 2006, v. udienza 5/5/2009); era diventato capoturno per tutto lo stabilimento nel dicembre 2007: non conosceva assolutamente l'area di trattamento, per la quale era stato "preparato" da LUI., capoturno in pensione e neppure l'area di laminazione, per la quale aveva ricevuto "qualche ragguaglio" da MAR.; Rocco M. era stato il suo "capo" al finimento per 25 anni; conferma, come già esposto dagli altri, di essere stato convocato, con MAR. e MARA., da CAF. che li aveva incaricati da quel giorno anche come responsabili dell'emergenza.

DONA. Gianluca (già citato, v. udienza 5/5/2009); "...avevo sempre lavorato in rettifica...poi negli ultimi 3-4 mesi prima dell'incendio (del 6/12/2007 n.d.e.), senza alcuna formazione, con il capo che diceva 'cerca di non farti male' ti spostavano dappertutto"; aveva così lavorato al finimento, al sendzimir, al magazzino... "...quando sono tornato a settembre 2007, dopo essere stato in cassa integrazione da AP., non c'erano più le squadre, erano tutti spostati". Con LU. aveva fatto una riunione appena entrato (2002) ed un'altra poco prima che LU. se ne andasse.

LO. Giuseppe (già citato, udienza 5/5/2009); non aveva seguito alcun corso antincendio: quel giorno non poteva, poi non era più stato chiamato... "...negli ultimi tempi mi è capitato di lavorare in linee dove non sapevo dove mettere le mani".

FRR. Pietro (dipendente THYSSEN KRUPP AST da dicembre 2002; in officina meccanica, prima in ditta esterna per pulizia stabilimento, v. udienza 5/5/2009); "...ultimamente venivano meno anche i pezzi di ricambio...però nel frattempo la produzione doveva andare avanti...alcune volte li recuperavamo da altri impianti...negli ultimi giorni (prima del 6/12/2007, n.d.e.) ho cambiato alla Linea 5 un motore della vasca di lavaggio recuperandone uno da un altro impianto...ultimamente per intervenire in manutenzione dovevo io prima pulire...RIUNIONI DI SICUREZZA in officina anche con LU..

MRR. Carlo (dipendente THYSSEN KRUPP AST dal 2002, operaio, nell'ultimo periodo "rimpiazzo", v. udienza 7/7/2009); definisce "inferno" lo stabilimento al suo ritorno, a ottobre 2007, dopo un periodo di cassa integrazione: in particolare per la sporcizia, con bidoni che si accumulavano, e nella "fossa" dello skinpass 62 "era pieno di carta...di olio...per legare i rotoli"; "...già...di suo era un posto che agli inizi ci hanno assunti, ci hanno spiegato quanto.. \in posto a rischio! un posto a rischio!' poi te lo ritrovi in quelle condizioni è chiaro che io ho avuto seriamente paura per la mia incolumità"; tanto che aveva fermato CAF. - che transitava vicino allo skinpass 62 -chiedendogli spiegazioni di quella situazione; e CAF. gli avrebbe raccomandato un po' di pazienza.; MRR. aveva quindi telefonato - con il suo cellulare - all'A.S.L. 1 di Torino e gli avevano risposto di andare negli uffici a ritirare un modulo, compilarlo e rimandarlo con lettera raccomandata. Riferisce che più di una volta i manutentori gli avevano detto: "e che vengo a fare, che in magazzino non ci sono i pezzi di ricambio!"; e "...c'era tantissimo scotch blu o telato dappertutto...

BEL. Vincenzo (già citato, udienza del 7/7/2009); le simulazioni venivano effettuate solo con i capiturno, gli addetti all'emergenza, alla manutenzione e all'infermeria; gli addetti agli impianti continuavano a lavorare.

AB. Salvatore (già citato, v. udienza 14/7/2009); nell'ultimo anno i lavoratori venivano spostati di qua e di là, anche direttamente da SA. per tappare i buchi; negli ultimi tempi le fermate per guasto venivano segnate come manutenzione programmata; l'ordine in questo senso era stato impartito direttamente da SA. e dal caporeparto;
M. era andato da lui e gli aveva chiesto di "spiegargli un po'" le linee di trattamento: M. ERA UN MAESTRO NEL SUO REPARTO, MA PER LE LINEE ABBIAMO AVUTO SI E NO MEZZ'ORA".
Dal 2006 c'era stato un taglio generalizzato delle imprese di pulizia; VCD., nell'ultimo anno, gli aveva detto che non era più abilitato a chiamare l'EDILECO per aspirare l'olio; "abbiamo deciso di ridurre i costi...quindi devi avvisare me"; nell'ultimo anno il magazzino era sprovvisto: "si preferiva non avere 'costi fissi' ed andare a comperare i pezzi, magari tenendo fermo l'impianto".
Secondo il teste AB. CO., VCD. e lo stesso SA. intervenivano direttamente sulle linee, imponendo di aumentare la velocità e spostando i lavoratori; "SA. conosceva gli impianti, ci ha lavorato 30 anni...conosceva i "treni" di laminazione meglio di me".
Le RIUNIONI DI SICUREZZA venivano tenute dopo i turni di lavoro, "i ragazzi si addormentavano dopo le 8 ore"; l'azienda aveva poi demandato ai capiturno di farle durante le fermate dell'impianto: ma io - come capoturno - ero continuamente interrotto da altri problemi.

ZA. Massimo (già citato, v. udienza 14/7/2009); ...al rientro dalle ferie "imposte dall'azienda, a ottobre 2007 "...ho trovato praticamente un'altra azienda...impianti e manutenzione lasciati andare...NE HO PARLATO con FER....VL....SA. e CAF.; SA. mi aveva detto che eravamo noi operai a dover pulire... Nell'ultimo periodo frequenti spostamenti dei lavoratori tra i vari impianti...

CAS. Diego (manutentore meccanico dal 1998 sino a ottobre 2007, v. udienza 16/7/2009); nella sua attività di manutentore meccanico, aveva constatato, dopo la notizia della chiusura: "...i macchinari meno curati, le parti soggette ad usura lasciate lavorare più a lungo...il magazzino andava esaurendosi...mancavano dei pezzi di ricambio...la riparazione era dettata tanto anche (d)alla fantasia all'adattare quello che c'era per poter far andare avanti la macchina...".

Anche DI. Vincent (manutentore meccanico sino al 1/11/2007) e SCH. Nicola (dal 1999 al 5/ 12/2007 addetto a Linea 5), all'udienza del 15/7/2009, confermano la diminuzione degli interventi di pulizia e lo spostamento di lavoratori in varie mansioni nell'ultimo periodo.

MARA. Daniele (dipendente THYSSEN KRUPP AST a TORINO dal 1995, fino al 5/12/2007; prima operaio, poi controllo fattori produttivi, a Torino sino a giugno 2007, poi due mesi a Terni; al ritorno a Torino, è capoturno di produzione da ottobre 2007, capoturno unico, anche della squadra di emergenza, ma si dimette, v. udienza 18/9/2009) sulla pulizia riferisce: "...era una ditta esterna...però devo essere sincero, io quando ho fatto il capoturno ad ottobre e novembre, non ricordo se c'era la presenza ancora di qualcuno o di talmente pochi elementi";

MI. Antonino (già citato, udienza 27/10/2009); in mobilità da settembre a novembre 2007: al mio ritorno tutti i capiturno erano in mobilità; di anziani sono rientrato solo io e "hanno mischiato le squadre".

RS. Marco (dipendente THYSSEN KRUPP AST dal 1995, fino a dicembre 2008 gestore di manutenzione v. udienza 17/ 11 /2009; poi indagato ex art. 372 c.p. e risentito ex art. 376 c.p. all'udienza del 11/12/2009); all'udienza del 11/12/2009 non "ricorda" più se la manutenzione programmata fosse effettuata il sabato, come riferito all'udienza precedente; in ogni caso: "la manutenzione programmata non era più come quella vecchia... era tutto diverso"; il consorzio - ubicato fuori dallo stabilimento - ULISSE si occupava, da anni, della manutenzione programmata...nell'ultimo periodo, quando erano andati via tutti i manutentori meccanici, alcuni operai del CONSORZIO ULISSE erano stati piazzati vicino al mio ufficio e facevano i turni.

BON. Massimo (già citato, udienza 1/12/2009); il lavoro più grosso di manutenzione ultimamente si faceva il sabato e la domenica. Non mi spettava guardare le linee, per questo c'erano gli ispettori di manutenzione.... Nell'ultimo periodo qualche difficoltà per i pezzi di ricambio meno usuali...io li avevo recuperati da Linea 1, dismessa, per Linea 4; "...si tamponava il problema"; ricordo di avere visto del nastro blu, non ricordo dove...usato anche per legare due tubi insieme, oltre che sul dado terminale di un rullo folle.

Secondo RI. Savino (già citato, udienza 1/12/2009), invece: NON ERA CAMBIATO NULLA nell'ultimo periodo, né per la manutenzione né per i pezzi di ricambio.

MANG. Enzo (citato, udienza 17/12/2009); dopo l'annuncio della dismissione: "le figure professionali che c'erano sono andate via...quindi abbiamo dovuto rimpiazzare un po' il sistema...anche gli ESTERNI (intende i manutentori esterni, n.d.e.) avevano perso professionalità...nel gruppo si aiutavano...si appoggiavano molto a RI. e SP. che erano gli ultimi baluardi.

GIO. Davide (citato, udienza 17/12/2009); "...ho addestrato i capiturno produzione, che dovevano fare i capiturno manutenzione ed emergenza ALL'USO DELLA RADIO, spiegando che dovevano sempre essere reperibili"; io "...mi APPOGGIAVO il più possibile a chi lavorava sulle linee"; CAF. mi aveva affidato, dopo l'allontanamento di LU., anche la gestione del contratto con CMA e le ISPEZIONI DELLE LINEE. HO FATTO LE ISPEZIONI DELLE LINEE, CON I CAPITURNO FINCHE' c'erano, anche con M. e SAB., però non le ho documentate per mancanza di tempo. ANCHE RIUNIONI DI SICUREZZA: FATTE ma NON documentate per mancanza di tempo.

PIZ. Paolo (citato, udienza 17/12/2009); la manutenzione cominciò ad avere qualche problemino verso M.-AP. (2007, n.d.e.).


GV. Carlo (citato, udienza 24/2/2010); "...nell'ultimo periodo praticamente non c'era più organizzazione del lavoro...nell'ultimo mese praticamente nel mio turno c'ero solo io come capoturno per tutto lo stabilimento...non c'era più il caporeparto, io dipendevo direttamente da CO.".

CO. Andrea (citato, indagato ex art. 372 c.p., udienza 24/2/2010); quasi tutti i sabato, nell'ultimo periodo, c'era qualcuno della manutenzione programmata...poi si faceva anche il lunedì mattina, aspettando che si scaldasse il forno...
Nel turno di notte erano rimasti a lavorare solo 4 impianti, mentre prima erano 12: Linea 5, Linea 4, Sendzimir 62 e skinpass 62.

In relazione agli interventi di pulizia - emerge da - quasi - tutte le testimonianze una sensibile riduzione; è doveroso però accertare, anche qui come per altri punti, se da parte dei testi - con riferimento ai quali peraltro non vi è motivo alcuno di dubitare della loro attendibilità - che hanno descritto in modo estremamente negativo (e, di conseguenza, altrettanto preoccupante per la sicurezza di coloro che vi lavoravano), anche sotto questo aspetto, lo stabilimento di Torino, vi sia stata una esagerazione, ovvero se il quadro fosse effettivamente quello evidenziato dalle dichiarazioni sopra riassunte. Anche tenuto conto che, invece, per alcuni testi tale riduzione non si avvertiva, tanto che il teste RI. (v. sopra) ha dichiarato che "nulla era cambiato". Anche per questi argomenti, altre testimonianze ed alcuni documenti sequestrati confermano in pieno quanto esposto in dibattimento dai testi che hanno riferito l'avvenuta, corposa e sostanziale, riduzione di tali interventi di pulizia.

Si deve qui ricordare che la pulizia riveste, in linea generale, una importanza strategica nella prevenzione, in particolare degli incendi (soprattutto, come nel nostro caso, trattandosi di rimuovere lungo e sotto gli impianti materie combustibili come carta oleata e "chiazze" o "pozze" di olio di laminazione e di olio idraulico), come hanno riferito in dibattimento tutti gli esperti di prevenzione, Vigili del Fuoco e funzionari (v. infra); importanza strategica della quale, secondo molti testi, era ben consapevole lo stesso imputato ES. (v. infra), che prestava egli stesso particolare attenzione a questa materia ed ordinava agli altri di fare altrettanto (infatti, come si è già indicato sopra, lo stabilimento di Terni era in tutt'altra condizione).

Il teste MZ. Giovanni, titolare della ditta EDILECO s.r.L, incaricata delle pulizie - civili ed industriali - nello stabilimento di Torino, sentito come teste all'udienza del 29/4/2009, ha riferito che, dal 2000 al 30 settembre 2007, i rapporti con la THYSSEN KRUPP AST erano regolati da un contratto cd. GLOBAL SERVICE, in base al quale la EDILECO era pagata con un canone mensile che prevedeva, per le pulizie tecnologiche, un capitolato tecnico con indicazione linea per linea; sempre fino al 30 settembre 2007 vi erano fissi nello stabilimento e per le sole pulizie tecnologiche 5-6 dipendenti EDILECO che nei giorni feriali entravano in servizio dalle 6 o dalle 8 della mattina e si presentavano anche al sabato, solo la mattina, mentre alla domenica era previsto solo un servizio di rimozione cassonetti. A giugno 2007 direttamente dalla Direzione di Terni - il teste precisa infatti che anche per tale contratto il suo rapporto era direttamente con Terni - gli veniva chiesta "una forte disponibilità ad essere elastico", precisamente: "...se decidiamo di smontare una linea, o parte di una linea, lei deve incrementare l'attività, se non c'è da smontare nessuna linea, c'è minore produzione, deve ridurre l'attività". Dal 1° ottobre 2007 il contratto era stato modificato: non più a "canone" mensile e con attività predeterminate, bensì a "chiamata" - da parte di THYSSEN KRUPP - e con fatturazione a "consuntivo"; dallo stabilimento indicavano le attività da eseguire; vi era lo stesso una presenza fissa di dipendenti EDILECO nello stabilimento, ridotta di 2 persone - salvo "chiamate", cui EDILECO rispondeva inviando personale - con "leggera" - così riferisce MZ. - diminuzione di ore.
Ma la reale diminuzione di ore ci viene indicata dal teste CAPP. Piercarlo (ufficiale Guardia di Finanza, v. udienza 5/5/2009) che, analizzata la documentazione sequestrata, riferisce: "...le ore prestate...da EDILECO...hanno subito nel 2007, rispetto al 2005 e 2006, un CALO DRASTICO, cioè 7.989 nel 2007, 12.648 nel 2006, con picco in discesa da giugno 2007...da 800 ore mensili fino al mese di maggio 2007 a 500 e poi ancora giù a scendere..."; la fatturazione complessiva, comprendente sia le pulizie civili sia quelle tecnologiche, non aveva però subito eguale riduzione (v. sempre CAPP., pag. 118 trascrizioni: nel 2006 € 844.232, nel 2007 € 805.845): lo si spiega proprio con quanto riferito da MZ. e cioè che le prestazioni, prima fatturate complessivamente a canone, erano più care con il nuovo contratto in quanto fatturate singolarmente (v.).

Così, siamo certi che quanto riferito dai testi sulle condizioni degradate dello stabilimento anche in materia di pulizia, soprattutto dopo l'estate 2007, lungi dall'essere frutto di esagerazione per ipotesi dovuta alla tragedia verificatasi ovvero dal fatto che alcuni dei testi si sono costituiti parte civile nel presente processo - come alcune volte, con riguardo in generale alle testimonianze "negative" sulle condizioni dello stabilimento, hanno adombrato le difese degli imputali - corrispondono proprio alla realtà: cambiamento di contratto, riduzione del personale di pulizia, interventi solo su richiesta ecc.

Ma vi è di più: dal titolare EDILECO abbiamo appreso che le ore dedicate alla pulizia dello stabilimento riguardavano anche, quantomeno, le aree in cui si procedeva allo smontaggio degli impianti, cosicché anche queste ore devono essere sottratte alla pulizia degli impianti in funzione; di particolare interesse risulta poi quanto riferito da MZ. sulle aspirazioni delle "chiazze" di olio con l'apposito veicolo "combi" (in vigenza del contratto a "canone"): venivano effettuate mensilmente nello stabilimento di Torino - come gli contesta in udienza il P.M., secondo le dichiarazioni da lui stesso rese in sede di indagine - circa una ventina di aspirazioni di olio con il "combi", delle quali 4-5 alla sola Linea 5; oltre alla asciugatura delle "chiazze" di olio più piccole, con la segatura. Dichiarazione che, da un lato, conferma la massiccia presenza di olio, lungo e sotto gli impianti, anche lungo e sotto la Linea 5, come già nel precedente paragrafo accertato (v. sopra); dall'altro conferma la assoluta necessità di questo particolare intervento con il veicolo aspiratore, veicolo che i lavoratori non avevano più "visto" nell'ultimo periodo e la cui chiamata diretta, sempre nello stesso periodo, non era più permessa ai capiturno (v. dichiarazioni di AB.; sopra).
Dati e testimonianze che collimano perfettamente, anche su questo argomento, con quanto riferito dai testi "preoccupati" della situazione; d'altronde, che anche i dirigenti fossero pienamente consapevoli del fatto che lo stabilimento fosse, in quel periodo, certamente "impresentabile" - e quindi altrettanto, come si è già sottolineato, "insicuro" - emerge anche da un significativo episodio: la chiamata urgente della EDILECO il giorno successivo all'incendio del 6/12/2007 (episodio che riprenderemo infra, parlando delle singole posizioni): v. MZ., pag. 78 trascrizioni: "...il giorno dopo l'incidente mi è stato richiesto di intervenire con una task force...mettere l'azienda (la EDILECO, n.d.e.) a disposizione, per pulire tutte le aree, sia in superficie sia nei sotterranei...per raccogliere e pulire tutte quelle che potevano essere situazioni di PERDITA DI STILLICIDI ESISTENTI...in tutto lo stabilimento tranne la Linea 5 che era sotto sequestro...abbiamo fatto il lavoro...sono andato direttamente anch'io...era stato chiesto da BRO., responsabile contrattuale e da LAZ. Angela; quest'ultima, dipendente della EDILECO s.r.L, ha confermato (v. udienza 24/2/2010) quanto dichiarato da MZ., in particolare sulla modifica contrattuale e sulla contrazione dei dipendenti EDILECO presso lo stabilimento; BRO. Marco, dipendente THYSSEN KRUPP AST a Torino dal 1996 al gennaio 2008 (v. udienza 24/2/2010), nel periodo che qui rileva "gestore" dei contratti esterni, in pratica ne controllava l'aspetto contabile rispetto alle prestazioni - abbiamo infatti appreso da MZ. che la trattativa e la conclusione dei contratti dipendevano direttamente da Terni, v. sopra - tra cui quello con EDILECO; anche BRO. conferma il passaggio, dal 1° ottobre 2007, ad un contratto che definisce "in economia" e che ha le caratteristiche già sopra esposte. Ma, nonostante lo "sforzo" tardivo di pulizie "straordinarie" con mobilitazione dell'impresa di pulizie, lo stabilimento si è presentato ai funzionari ASL nelle condizioni - rispondenti proprio a quelle descritte dai testi sopra riportati e non da quelli che non si erano accorti del degrado - deteriori che saranno esaminate al termine di questo capitolo sulle condizioni di lavoro (v. infra).

Come abbiamo sopra riportato, molti testimoni riferiscono sulla "riduzione" degli interventi di manutenzione, precisando la sostanziale eliminazione della cd. "manutenzione programmata" e, addirittura, la scarsità dei pezzi di ricambio per gli impianti in funzione e le riparazioni effettuate con pezzi "recuperati" da altri impianti ovvero con "tamponamenti" volanti; la Corte, visitando la Linea 5 - e visionando le fotografie ed i video in atti - ha potuto osservare, relativamente a questo argomento, collegamenti elettrici "volanti", pendenti da attezzature, fissati con nastro isolante; i quadri di comando (i cd. "pulpitini") lungo la linea con i pulsanti - compreso quello cd. di "emergenza", su cui v. infra - e gli interruttori privi di qualsiasi indicazione, ovvero segnata con pennarelli, ma v. la documentazione in atti; alcuni altri testi hanno però riferito di semplici cambiamenti dovuti alle più limitate esigenze, conseguenti al minor numero di impianti in funzione, nonché di provvedimenti assunti ed idonei ad ovviare agli inconvenienti fisiologici in una fase di transizione (questa infatti è stata la linea difensiva degli imputati su tale punto).

L'argomento - riduzione degli interventi di manutenzione - è però così strettamente collegato agli altri - della "drastica riduzione del numero dei dipendenti, delle professionalità più qualificate e, in particolare, dei capiturno manutenzione e degli operai più esperti e specializzati" e della "mancanza di una effettiva organizzazione dei percorsi formativi e informativi dei lavoratori" -che appare opportuno trattarli unitariamente.

Cominciamo dai dati documentali: in data 17 ottobre 2007 (v. doc. in sequestro) l'imputato SA. R., Direttore dello stabilimento, inviava una comunicazione ai "capiturno" (in allora unici per la produzione) MAR. (citato) M. (deceduto nell'incendio), SAB. (citato) e MARA. (citato) e, per conoscenza, a VL. (v. infra), FER. (v. infra) e CO. (già citato); nella comunicazione così si legge: "A seguito degli spostamenti di personale tra i vari impianti, dovuti alla flessione degli ordini e ai vari trasferimenti o licenziamenti, si accentua la necessità di verificare la conoscenza e la giusta applicazione delle procedure di lavoro. Vi ricordo che la formazione e l'addestramento operativo del personale è indispensabile per prevenire gli infortuni sul lavoro, ed è compito Vostro verificarne l'apprendimento. Vi sollecito pertanto a illustrare a verificare a pretendere la giusta applicazione delle modalità e procedure di lavoro." Con questo solo documento - tra l'altro formato da SA. per "rispondere" ad una disposizione comminatagli dall'ASL - apprendiamo, direttamente dal Direttore dello stabilimento: che in quel periodo il personale veniva spostato da un impianto all'altro senza formazione alcuna: è quindi vero quello che hanno riferito i testi (v. sopra) e cioè che veniva loro ordinato di lavorare su impianti in cui non sapevano neppure "dove mettere le mani"; che questa "comunicazione" era rivolta ai 4 capiturno di produzione, i quali non avevano ricevuto - come tali - alcuna specifica formazione, invece certamente necessaria, come da loro stessi riferito (e come riconosciuto anche da FER. A., responsabile del personale di Terni e di Torino, per il povero M.: v. udienza 12/3/2010, pag. 68 trascrizioni); MAR., come abbiamo visto sopra, capoturno al laminatoio, ha riferito che "non conosceva" gli altri impianti; SAB., capoturno finimento, "non conosceva" né l'area di trattamento né la laminazione (v. sopra); M., secondo plurime testimonianze già riportate (v. sopra), era un "maestro" al finimento ma non conosceva per nulla - non avendovi mai neppure lavorato come operaio - gli impianti di trattamento e di laminazione; MARA. D. (citato, udienza 18/9/2009), così riferisce sul suo rientro a Torino a ottobre 2007: "...sono rientrato da capoturno, cosa che mi ha lasciato un po' così perché invece di trovare i miei colleghi capiturno in forza, ci siamo ritrovati solo in 3..."; decide di andare via dicendo a M.: "Rocco, io appena trovo qualche cosa fuori...io devo andare via di qua dentro perché sta diventando ingestibile...e che io ho lavorato alla linea 4, alle linee di trattamento, quindi bene o male ricordo ancora qualcosa delle linee, potevo ancora diciamo giostrarmela su eventuali richieste da parte dei primi addetti...cioè... capoturno non è che si diventa dall'oggi al domani. Se poi bisogna fare capoturno in 3 reparti ed abbiamo la specializzazione in uno solo"; ma MARA. è stato spinto ad andarsene - nel pomeriggio del 5/12/2007 -soprattutto dalla responsabilità - cui non si sentiva tecnicamente preparato, avendo solo seguito il più volte citato corso antincendio all'interno dello stabilimento, senza attestato finale - di essere - dal 3 dicembre 2007, come vedremo infra, l'unico capoturno, anche responsabile della squadra di emergenza.
La "formazione" di questi capiturno, nominati da CAF. anche responsabili dell'emergenza (v. documento in sequestro datato 5/12/2007 ed intitolato "modifica del piano di emergenza interno", firmato CAF.) è consistita, per quest'ultima materia, come riferito da GIO. D. (v. sopra), nell'uso della radio e nella raccomandazione ad essere sempre "reperibili": ben si possono comprendere le loro preoccupazioni, come espresse in particolare da MARA..
D'altronde lo stesso GIO. si presenta del tutto inesperto, non solo in relazione al funzionamento degli impianti - sui quali avrebbe dovuto effettuare le "ispezioni di sicurezza" - ma anche in materia di emergenza (i due compiti - responsabile ecologia e ispezioni di sicurezza- affidatigli da CAF. dopo le dimissioni di LU.); egli stesso riferisce che la sua formazione era consistita nell'essere stato "affiancato" a LU., durante l'ultimo suo mese in stabilimento, peraltro avendo - GIO. - appreso solo una settimana prima che LU. se ne sarebbe andato.
Infatti GIO., evidentemente senza comprendere appieno la gravità di quanto dichiara, limita all'uso della radio le "istruzioni" per i capiturno di emergenza e riferisce di "decine" di ispezioni di sicurezza da lui compiute - tra l'altro anche con il povero Rocco M. - ma non "documentate" per mancanza di tempo; ci si deve anche chiedere con quale professionalità GIO. potesse compiere tali plurime ispezioni, considerato che non conosceva gli impianti: egli stesso dichiara (v. pag. 54 trascrizioni): "...mi appoggiavo il più possibile a chi lavorava sulle linee" (sulle "ispezioni di sicurezza" di GIO. v. anche le "tormentate" dichiarazioni di CARV.).
Ispezioni di sicurezza alle quali la stessa azienda aveva conferito un - corretto -risalto, come si trae dal Documento di valutazione dei rischi (v. infra, nell'apposito capitolo), in cui vengono indicati i motivi e gli obiettivi di tali ispezioni (v. pag. 10 citato documento), che erano - in breve - volte ad "integrare" i controlli operativi con una visione "esterna", a verificare la correttezza delle pratiche operative, a "verificare le eventuali condizioni di pericolo imminente".
Ma la mancanza di formazione e di professionalità di GIO. non era evidentemente un problema per l'azienda, né prima né dopo l'incendio del 6/12/2007; tanto che - e l'episodio costituisce un altro elemento, tra i tanti che abbiamo visto e che vedremo, indicativo di una quantomeno "scarsa" attenzione per la sicurezza e la prevenzione antinfortunistica - dopo l'incendio GIO. è stato nominato Responsabile Sicurezza Protezione Prevenzione (RSPP): pag. 62 trascrizioni: "...sono stato nominato RSPP ma è stato un errore...l'ho fatto per una settimana...poi l'ASL mi ha detto che non ero formato...per quell'incarico è tornato CAF." (l'ASL aveva emesso su questa nomina una apposita prescrizione, v. anche).
Si deve ancora qui accennare alle "riunioni di sicurezza" - non "coordinate" dalla segretaria TT. (v. infra); erano, secondo le testimonianze, certamente tenute in modo sistematico dai manutentori alle loro squadre; per gli operai, oltre alla prima giornata di lavoro, durante la quale tutti ricevevano una formazione di sicurezza da parte di LU. o, precedentemente, di CAF., in particolare nell'ultimo periodo i testi riferiscono di avere preso parte a tali riunioni tenute direttamente dai capiturno durante l'orario di lavoro, "approfittando" delle fermate - per guasto o altro dell'impianto; v. AB., già sopra riportato: "...io, come capoturno, ero continuamente interrotto da altri problemi"; ma - rispetto alla documentazione di tali riunioni versata in causa dalla difesa, v. - si deve anche sottolineare che più testi - la cui assoluta attendibilità su altri argomenti è già stata oggetto di plurime conferme - hanno riferito anche dell'abitudine di "firmare" i fogli che "passavano": proprio quelli in cui si attestava la partecipazione a tale tipo di riunioni, partecipazione che non si era in realtà verificata.

Tornando all'argomento relativo alla riduzione del personale, il dato numerico possiamo apprenderlo da VL. Giancarlo (dipendente THYSSEN KRUPP AST dal 2006, responsabile del personale per lo stabilimento di Torino, udienza 2/3/2010); sottolineando qui, come si vedrà meglio infra, che VL. dipendeva dal responsabile del personale di Terni, FER., tanto che VL. riferisce: "...tutta la parte di contrattazione sindacale...le questioni legate all'attività vera e propria...di rapporto con i lavoratori, anche in funzione del ridimensionamento degli organici, era comunque gestita dal dr. FER.". VL. dichiara che nel novembre 2006 a Torino lavoravano 320 operai, a novembre 2007 lavoravano 160 operai; come produzione, a dicembre 2006 lavoravano 12 impianti su 21 turni (settimanali), a novembre 2007 lavoravano 5 impianti di cui 4 a 15 turni e 1 a 5 turni; il passaggio da 21 a 15 turni era avvenuto dopo le vacanze estive.
Ma il mero dato numerico deve essere integrato con gli altri - dati - già sopra riportati che ci indicano in modo evidente che nello stabilimento di Torino, almeno da ottobre 2007, non vi erano più lavoratori idonei a ricoprire l'incarico di capiturno produzione e, dai primi di dicembre (l'incontro tra CAF. e i capiturno è precedente rispetto alla data dell'ordine di servizio di CAF. sopra indicato), non vi era più neppure un capoturno manutenzione; nel frattempo, si erano allontanati molti altri lavoratori qualificati, tra cui gran parte dei manutentori elettrici (rimanevano, come abbiamo già visto e vedremo, REG. e SA. Giuseppe) e tutti i manutentori meccanici, oltre ad una serie di altre professionalità citate nel corso delle testimonianze già riportate (v., come LU. e BE.), che qui non si richiamano specificamente per evitare sovrabbondanti ripetizioni, alcuni di loro "eliminate" -con un tratto di penna - in un organigramma della gestione dello stabilimento, del giugno 2007 (v. tra i documenti in sequestro), sul quale erano stati in parte - ma senza precisione - spuntati i dipendenti trasferiti o dimessisi. Tanto che, a novembre 2007, sempre secondo la testimonianza di VL., il sindacato aveva posto il problema "sicurezza", chiedendo a lui ed a FER.: "che cosa pensate di fare sulla manutenzione?"; FER., secondo VL., aveva risposto che intendeva "richiamare" alcuni manutentori (che arriveranno in stabilimento a gennaio 2008, come riferito dallo stesso FER., v. udienza 12/3/2010) e "coinvolgere" i dipendenti del Consorzio Ulisse, che da anni svolgeva per lo stabilimento di Torino attività tecnica di "manutenzione programmata".

Più volte dai testi è stato fatto riferimento alla "manutenzione programmata", a regime e nell'ultimo periodo; in breve, la "manutenzione programmata" veniva effettuata, a regime, sistematicamente circa una volta al mese, su ogni impianto, fermandolo per 8 e più ore e sottoponendolo ad una vera e propria "revisione", in particolare secondo le indicazioni del gestore di manutenzione dell'impianto, a sua volta informato dagli ispettori di manutenzione; mentre la manutenzione di "pronto intervento" consisteva appunto nell'intervento, da parte della "squadra" di manutentori - elettrici e/o meccanici - a fronte di qualsiasi guasto, inconveniente, rottura ecc. verificatosi durante il ciclo produttivo (come si ricorderà, di tipo "continuo" nelle linee di trattamento). Proprio per quanto riguarda le squadre ed i capiturno della manutenzione di "pronto intervento" si era verificata quell'emorragia di personale qualificato che abbiamo testé ricordato; emorragia che aveva comportato una situazione, come si è già sopra indicato, a dir poco "lacunosa" in questo settore; tanto che erano stati richiesti al citato Consorzio Ulisse alcuni operai per far fronte al deserto di manutentori meccanici.

Perché, occorre qui ricordarlo, anche a fronte di una tale emorragia - che riguardava, come si è visto, non solo la manutenzione, ma anche, in parte, i più qualificati tra i "quadri" e tra gli operai addetti agli impianti - ed a fronte delle altre "criticità", come già esaminate e come vedremo nel prosieguo, si doveva continuare a produrre, come appare logico e naturale: ma, purtroppo in questo caso, senza che i vertici la dirigenza aziendale considerassero le reali condizioni in cui tale produzione veniva effettuata, soprattutto nell'ultimo periodo, e senza, quindi, che si adottassero le necessarie cautele e contromisure (su cui v. infra).
Perché la "scelta" - di competenza comunque e solo del vertice THYSSEN KRUPP AST - di "dismettere" lo stabilimento di Torino in modo graduale, continuando la produzione mentre si cominciavano a smontare gli impianti da trasferire a Terni, può - come affermato dai difensori degli imputati - essere stata dettata anche da considerazioni di "opportunità", per permettere in tempi più lunghi la ricollocazione del personale e così rendere meno traumatica la decisione, migliorare le relazioni industriali e facilitare l'accordo; ma, anche se tale scelta, invece, fosse stata presa esclusivamente per motivi economico-produttivi, perfettamente legittimi, non è certo di tale scelta in sé che la Corte si deve qui occupare; la questione invece riguarda proprio e solo le condizioni in cui, durante tale graduale "dismissione", si trovava a produrre lo stabilimento di Torino.

Tornando alla manutenzione programmata, abbiamo riportato sopra una serie di testimonianze, in forza delle quali possiamo ritenere accertato: che fossero intervenute delle modifiche rispetto a quella "a regime", in particolare che non vi fosse più, nell'ultimo periodo, una sistematica "calendarizzazione" - con scansione mensile - degli interventi di manutenzione programmata sui singoli impianti; possiamo ritenere accertato che, in occasione di "guasti" che fermavano l'impianto per lungo tempo, veniva "segnato" - sul rapporto di quel turno - "manutenzione programmata": più testi lo riferiscono e non ve ne sono che lo smentiscano in modo netto. Si può quindi concludere che la manutenzione programmata, nell'ultimo periodo, in quanto tale - e con gli evidenti scopi di efficienza, ma anche di sicurezza degli impianti che ognuno può apprezzare - non esistesse più; d'altronde, che già da periodi precedenti la manutenzione programmata non fosse "praticata" in modo così sistematico ed efficiente viene riferito da molti testi, tra i quali, particolarmente informato sul punto, SAL. Gianfranco (v. udienza del 10/2/2010) responsabile del Consorzio Ulisse (composto da tre ditte: la SIMAV per l'ingegneria, la GAVAZZI per l'elettricità e la BS per la meccanica), consorzio formato e che, come tale, lavorava esclusivamente per lo stabilimento di Torino dal 1998 (infatti nel 2008 il Consorzio è cessato); SAL. ha dichiarato: "...specialmente i primi anni c'erano giornate particolari, dove c'era la fermata delle linee, che si faceva manutenzione e quindi si arrivava anche a 30 o 40 dipendenti"; in seguito aggiunge: "...quando hanno incominciato...nel 2000 più o meno, nel 1998, 1999, 2000 più o meno c'erano delle fermate programmate una volta alla settimana...programmati in modo da fare una valutazione preventiva tutte le settimane, in una linea, a volte una a volte due linee. Poi devo dire che pian, pianino queste manutenzioni sono sempre state fatte, non più con fermate di 8 - 9 ore, ma con le fermate di 2 ore o 3 ore, facevi gli interventi abbastanza...". Rimane la circostanza, riferita da alcuni testi (v. sopra) su di una manutenzione "programmata" - nel solo senso, già sopra riportato, di "revisione" o, come ha correttamente indicato il teste SAL., di "valutazione" dell'impianto: scopo della "programmata" - eseguita, nell'ultimo periodo, il sabato, in quanto, come si è indicato, in quello stesso periodo gli impianti erano fermi nel fine settimana. La circostanza, di per sé sola, poco rileva, considerato che è stata ampiamente, come si è sopra indicato, già accertata la - contestata - "riduzione" degli interventi di manutenzione; in ogni caso, tale "manutenzione", riferita dai testi BE., RS. (ma all'udienza in cui ha chiesto di essere nuovamente sentito dalla Corte ex art. 376 c.p., ha riferito di "non ricordare" se al sabato si faceva la "programmata"), BON. e CO. (indagato ex art. 372 c.p., v. relativo capitolo), non sembrava sortire evidenti effetti sugli impianti, considerato quanto riferito non solo dagli operai, ma anche dai manutentori - sino a quando sono rimasti in servizio. Manutenzione di sabato eseguita, secondo gli stessi testi, con gli operai del Consorzio Ulisse: ma il citato teste SAL. non lo ha confermato: non ne era a conoscenza.

Per terminare l'argomento manutenzione, rimane solo da ricordare come molti testi - riportando concreti esempi - abbiano anche riferito della mancanza, nell'ultimo periodo, di "pezzi" di ricambio degli impianti, non più reperibili in magazzino: con la necessità - per far ripartire gli impianti - di "adattare" il pezzo necessario prelevandolo da una linea per farne ripartire un'altra; come la "trascuratezza" in materia di manutenzione sia confermata anche dalle annotazioni sui quaderni della cabina elettrica della Linea 5 in cui, fino a luglio 2007, ad ogni riparazione "provvisoria" seguiva l'annotazione di quella definitiva; annotazione - della riparazione definitiva - che non compare più dopo il luglio 2007.

Tornando al punto della formazione, dopo quanto si è già esposto sulla omessa formazione dei capiturno e dei lavoratori spostati sui vari impianti, si devono qui richiamare i dati (già riportati sopra, nel paragrafo relativo alla procedura di emergenza) sulla formazione antincendio dei lavoratori (v. testimonianza VIS., udienza 5/5/2009): ricordando i pochi che avevano seguito il corso di più giorni a Pavia, con attestato finale; che, tra il 2001 e il 2007, avevano partecipato ai corsi antincendio organizzati nello stabilimento 204 lavoratori, solo 105 di loro completando il percorso formativo, 99 assentandosi, di questi ultimi 66 per più di un giorno e 36 dei 99 senza partecipare alla prova pratica dell'uso degli estintori; nessuno dei lavoratori che aveva completato il corso era stato sottoposto all'esame finale. Sappiamo anche - v. sopra, teste VL. -che nel novembre 2006 lavoravano nello stabilimento di Torino 320 persone. Per quanto riguarda l'organizzazione della formazione, si deve qui riportare quanto riferito dalla teste TT. Antonietta (v. udienza 10/2/2010), nello stabilimento di Torino da tantissimi anni, nel primo periodo addetta alla qualità e, negli ultimi 25 anni, segretaria all'ufficio del personale. La teste TT. conferma che, successivamente a quello del febbraio 2007 (con "una adesione molto, molto scarsa", secondo le sue parole), non si era tenuto più alcun corso antincendio e neppure - così confermando, ancora una volta, quanto già emerso ed accertato - alcun altro tipo di formazione per nessun lavoratore, nonostante i generalizzati e ripetuti cambiamenti di mansioni: quindi né per i capiturno, né per i lavoratori destinati ad altri impianti; e ciò in quanto "a AP. hanno dichiarato la chiusura".
La teste espone come le esigenze di corsi di formazione - di sicurezza, antincendio, di formazione professionale, sulla "334" ecc. - venissero indicate nello stabilimento di Torino dai vari "enti" - cioè dai vari settori - e da lei riunite: "...poi si faceva un budget preventivo di formazione e si mandava a Terni e loro davano il benestare a questi corsi": il "benestare" era dato dal dr. FER. (citato e v. anche VL., udienza del 26/2/2010: "...il budget formativo' era stabilito a livello centrale...a Terni...direttamente da FER." e v. lo stesso FER., udienza del 12/3/2010).
Aggiunge la TT.: "...all'inizio i corsi erano molto frequentati, con il passare degli anni la percentuale è molto scesa. Diciamo che i corsi erano frequentati soprattutto dai manutentori...piano, piano nel corso degli anni è calata di molto, è calata di un 80% la presenza dei ragazzi ai corsi di formazione" (percentuale smentita, senza troppa convinzione, dal teste FER.: ma sul punto appare ben più attendibile la teste TT., che proprio e solo di quello si occupava, ovviamente con mansioni esclusivamente esecutive); la teste precisa che, per conto dell'azienda, convocava i lavoratori ricordando che la partecipazione era obbligatoria e sollecitava i capiturno affinché dicessero agli addetti di seguire il corso, ma: "...il problema era che molte volte era fatto (il corso, n.d.e.) alla fine del primo turno, quindi era impossibile anche per il capoturno andare a prendere le persone nelle docce, perché poi andavano via subito a casa e quindi era impossibile proprio materialmente farli partecipare". Riferisce inoltre che non le risultava fossero state comminate sanzioni ai lavoratori per la mancanza di partecipazione ai corsi, ma in ogni caso la materia non era di sua competenza, bensì di VL. e di FER.. Precisava che tutti i corsi venivano tenuti fuori dall'orario di lavoro e retribuiti con paga ordinaria e non come straordinario.
Si deve prendere atto anche di quest'ultimo dato: i corsi di formazione organizzati dall'azienda fuori dall'orario di lavoro rappresentano una violazione dell'art. 22, comma 6° della 1. n. 626/94, in allora vigente (le violazioni specifiche di tale normativa verranno riportate infra, al capitolo 10); sul punto, FER. (citato, v. udienza del 12/3/2010) riferisce che, se i corsi di formazioni fossero stati organizzati durante l'orario di lavoro, i lavoratori del 2° e del 3° turno avrebbero perso la "maggiorazione turni" e che, quindi, per i corsi di formazione fuori orario di lavoro era intervenuto un "tacito" accordo con i sindacati, già pattuito prima del 1997, quando lo stesso FER. era stato assunto in THYSSEN KRUPP AST.
La specifica violazione ovviamente permane ed è rilevante sottolinearne la conseguenza: mancata partecipazione dei lavoratori ai corsi di formazione ed impossibilità per l'azienda di imporre loro tale partecipazione, proprio perché fuori orario di lavoro.

Tornando per un momento alla testimonianza della TT., si deve osservare che le è stato insistentemente chiesto dalla difesa se la mancanza degli attestati a fine corso antincendio (quelli organizzati in stabilimento) dipendesse non dalla omessa richiesta dell'azienda ai Vigili del Fuoco (come riferito, con precisione e citando episodi specifici, da più testi, v. sopra), bensì da "fatto" degli stessi Vigili del Fuoco. La teste è risalita indietro nel tempo, al periodo fine anni '90-inizio anni 2000, fino al 2001, dichiarando che effettivamente, in quel periodo, i Vigili del Fuoco avevano fatto attendere l'esame richiesto perché dovevano "organizzarsi"; ma per gli anni successivi - che qui rilevano - evita di rispondere direttamente alla domanda, parlando del corso di Pavia - cui andavano, come si è visto, soprattutto i manutentori. Non viene pertanto smentito quanto già riferito dagli altri testi e sopra ricordato.

In conclusione, anche per gli argomenti di questo paragrafo, le risultanze dibattimentali confermano in pieno le ipotesi formulate dall'accusa: si è verificata una riduzione degli interventi di manutenzione e di pulizia sulle linee; vi è stata una drastica riduzione del numero di dipendenti e sono venute meno le professionalità più qualificate, in particolare, sia dei capiturno manutenzione, sia degli operai più esperti e specializzati; si è verificata la mancanza di una effettiva organizzazione dei percorsi formativi e informativi dei lavoratori. Su quest'ultima, si deve in particolare sottolineare, come già sopra accennato, che tutte le decisioni riguardanti la formazione venivano prese dai dirigenti di Terni, in particolare da FER., su mera proposta degli operativi subordinati - in particolare VL. e, sotto di lui, la TT., con funzioni di segreteria; che l'organizzazione era evidentemente carente, perché falliva sistematicamente e da tempo il suo scopo, considerato che la gran parte dei lavoratori non partecipavano ai corsi di formazione (né antincendio né di altra materia) senza che i responsabili se ne preoccupassero e, soprattutto, se ne occupassero.




C) Gli estintori portatili.


La Corte ritiene doveroso trattare qui, considerato lo spazio che ha avuto in dibattimento, anche l'argomento "estintori": per sommi capi, solo richiamando quanto già esposto in vari punti precedenti ed aggiungendo quanto rilevante ai fini della decisione.
Come abbiamo indicato sopra, in tutto lo stabilimento erano disposti circa 350 estintori portatili, da 5 chili; secondo CAN. (citato, udienza 28/4/2009) erano una decina lungo la Linea 5; erano tutti caricati a C02; la scelta per quel tipo di estintori era stata presa dall'azienda, come riferito da DOM. (citato) e da CAN. (citato); precisa il teste LU. Camillo (citato, udienza 29/4/2009): "...gli estintori che avevamo, praticamente per il tipo di incendio che dovevamo andare ad estinguere, e quindi ovviamente liquidi, o comunque sostanze non combustibili, avevamo gli estintori a C02 di 5 chili, poi praticamente sono universali....A bordo impianto, cioè su tutto lo stabilimento perimetralmente alle pareti...avevamo esclusivamente estintori da 5 chili a C02 anche perché (l)a polvere lascia residui e quindi avremmo avuto problemi di uso macchinari eventualmente... comunque sia il C02 è abbastanza universale...ovviamente l'estintore a polvere su di un quadro elettrico dà problemi perché lascia residui e quindi è un problema anche di ripristino immediato dell'attrezzatura". In questa parte le dichiarazioni di LU. sono evidentemente erronee: se la sostanza non è combustibile non brucia e non è quindi necessario "estinguere"; gli estintori a C02 non possono sotto il profilo tecnico definirsi "universali" poiché ogni classe di incendio prevede determinati estinguenti.
Apprendiamo però da LU. che la scelta del tipo di estintori portatili è stata effettuata dall'azienda non considerando le grandi quantità di carta oleata (combustibile solido) che si trovavano in particolare sulla Linea 5 e privilegiando, anche per tale decisione (v. per gli impianti antincendio ad azionamento manuale la citata sentenza del 10/5/2004, sopra) i tempi di produzione - non restare "fermi" - piuttosto che la massima efficienza estinguente; dobbiamo purtroppo sottolineare che tale scelta, così come motivata da LU., ancora una volta conferma non solo la scarsa attenzione per la "sicurezza" degli operatori ma altresì la frequenza con la quale gli estintori erano usati e quindi la piena consapevolezza, da parte della dirigenza della THYSSEN KRUPP AST, della frequenza degli incendi nello stabilimento di Torino. Quest'ultimo argomento è banalmente logico: se la principale preoccupazione è quella di "ripartire" prima possibile (finalità che sarebbe stata resa difficile a causa della necessità, dopo ogni focolaio, di ripulire il macchinario dei residui lasciati dagli estintori a polvere), certamente l'evento-incendio si presenta con grande frequenza; altrimenti la preoccupazione avrebbe avuto carattere meramente residuale.
Abbiamo già ricordato che l'utilizzo di tali estintori comportava necessariamente per l'operatore l'avvicinarsi alle fiamme quanto più possibile, a meno di un metro; si devono poi qui richiamare tutti i dati, già esposti sopra, sui numeri delle ricariche degli estintori e del materiale estinguente in generale, oltre che sul contratto in corso con la CMA relativo alla manutenzione, alle sostituzioni ecc.; la Corte cerca di evitare, quando possibile, inutili ripetizioni.
Si deve però accennare ad un episodio successivo all'incendio del 6 dicembre 2007, del tutto analogo a quello già esposto, relativo all'impresa di pulizia EDILECO (v. sopra) e che evidenzia come anche in materia "estintori" ed altri presidi antincendio i dirigenti non si sentissero tranquilli ed abbiano così tentato di far "sistemare" in modo che lo stabilimento si "presentasse" in migliori condizioni.
In breve, CAN. Fabrizio (citato, dipendente CMA incaricato per lo stabilimento di Torino) viene chiamato per un "intervento" (prima di quello di routine ogni 10 giorni, v. pag. 78 trascrizioni udienza 28/4/2009) dall'imputato CAF. Cosimo (probabilmente tramite il suo datore di lavoro DOM., citato, ma la circostanza non è chiara nella sua deposizione) già il 7 dicembre 2007: "...come sempre, CAF. mi aveva detto mi raccomando controlla gli estintori, vedi che sia tutto a posto e che sia tutto in regola"; CAN. arriva in stabilimento verso le 10 della mattina, ma un presidio di operai gli impedisce di entrare; ritorna la settimana successiva, lavorando nello stabilimento il 17, 18 e 19 dicembre; riferisce di essere "intervenuto" su di un numero di estintori da "25 in su"; viene fermato mentre cerca di portare via oltre 60 estintori, che vengono sequestrati.

5.9 Paragrafo conclusivo sulle condizioni dello stabilimento

Come già sopra si è accennato, il quadro complessivo delle condizioni - in particolare di pulizia e di manutenzione degli impianti - dello stabilimento di Torino emerge dagli accertamenti e dai rilievi effettuati dallo SPRESAL e dai Vigili del Fuoco, successivamente all'incendio del 6/12/2007; nel corso del dibattimento, all'udienza del 11/6/2009 è stato visionato l'intero video girato dai funzionari in data 10, 12 e 18 dicembre 2007 (v. teste BA. Franco, tecnico della prevenzione in servizio alla A.S.L. 1 di Torino, udienza 11/6/2009), oltre ad una serie di fotografie - complessivamente n. 840, tutte esaminate dalla Corte - scattate dai tecnici nelle stesse occasioni; precisando che le immagini riguardano i soli impianti ancora in funzione; in particolare, come riferisce BA. (v. pag. 110-111 trascrizioni): "Quello che abbiamo ispezionato erano quelli (riferito agli impianti, di cui alla domanda, n.d.e.) che erano in funzione, perché tutto quello che abbiamo ispezionato erano i reparti che ci erano stati indicati come (quelli n.d.e.) che, dopo l'accadimento, dovevano riprendere la lavorazione" (precisazione confermata dalla teste LAN.; v. infra).
L'esame del video (purtroppo in alcune parti "oscuro" a causa del "mezzo" a disposizione dei tecnici: una vecchia videocamera degli anni '90, priva di "faretto"!) e, soprattutto - per la loro migliore "qualità": la macchina fotografica era munita di flash! - delle fotografie, ha permesso di acclarare, con la sola, ma dirompente, forza della realtà, le condizioni - di degrado, di trascuratezza, di sporcizia, di insicurezza ecc. - in cui si era, fino al 6/12/2007, lavorato in quello stabilimento.
Non è possibile emettere una sentenza "multimediale", "aprendo" qui video e fotografie: le immagini, da sole, non avrebbero necessità di commento alcuno. Si deve però (oltre ovviamente rimandare alla visione delle produzioni, in atti) sottolineare come da tali immagini si tragga la piena conferma della fondatezza delle contestazioni mosse dalla Procura della Repubblica e, così, delle conclusioni già tratte dalla Corte - in questo capitolo, punto per punto, v. sopra - sulla base delle testimonianze e dei documenti esaminati.

Cercheremo ora di riassumere, in estrema sintesi - sia perché le violazioni accertate e le relative prescrizioni, in totale 116, riguardano un procedimento separato ( e poi concluso, come riferito dalla teste LAN., v. infra, in parte con la cessazione dell'attività degli impianti a Torino, in parte con l'adempimento delle prescrizioni e con ammissione al pagamento), sia perché le immagini e la relativa documentazione sono in atti - quanto riscontrato dai tecnici.
La teste LAN. Annalisa (dirigente S.P.R.E.S.A.L. - servizio prevenzione sicurezza ambiente di lavoro - A.S.L. 1 di Torino, dal 1/5/2009, all'epoca dei fatti responsabile di diversa struttura di vigilanza, v. udienza 4/6/2009) ha dichiarato che avevano cominciato, il 10/12/2007, l'accertamento (v. pag. 19¬20 trascrizioni) "mirato alle condizioni generali di sicurezza dello stabilimento ed agli aspetti inerenti la manutenzione delle apparecchiature e degli impianti...avevamo un elevato rischio di infortunio legato al carente stato di manutenzione degli impianti degli ambienti di lavoro, degli impianti comprese le linee oleodinamiche e le installazioni elettriche. Infatti gli articoli più contestati erano quelli che riguardavano la manutenzione degli impianti...i tubi flessibili...presentavano delle perdite di olio e di trafilamento olio...numerosi conduttori e parti elettriche danneggiate, quadri elettrici con indicazioni illeggibili, le violazioni inerenti l'impianto elettrico erano numerose"; "...presenza indebita di materiali infiammabili: accumuli di carta, stracci imbevuti di olio, solventi, rifiuti, foglie secche. Quindi presenza indebita di materiali infiammabili.. .vi era una carente, molto carente pulizia di impianti pavimenti e superfici in genere, causata da un'ampia contaminazione di olio. Quest'olio, oltre a determinare un rischio per la scivolosità del pavimento, costituiva, soprattutto in alcune zone, una fonte di rischio per l'incendio"; la centralina di trasmissione idraulica (della Linea 4 n.d.e.) presenta diffuse perdite di olio idraulico estese anche alle zone limitrofe...vi erano queste perdite di olio diffuse, assorbite con materiale incendiabile, segatura". Su quest'ultimo punto si deve qui ricordare che alcuni testi - addetti linea -avevano riferito di utilizzare proprio la segatura - che avevano a loro disposizione in azienda - per "assorbire" le chiazze di olio (così, anche queste dichiarazioni dei testi sono confermate dalla realtà, v. le relative immagini fotografiche); il titolare della EDILECO (v. sopra) aveva riferito che, per le chiazze di olio meno estese, anche i suoi dipendenti utilizzavano segatura, precisando però che veniva "subito rimossa"; raccomandazione - di rimuoverla - evidentemente non "trasmessa" dai responsabili agli addetti linea. Il teste GIV. Giancarlo (ispettore A.S.L. 1, v. udienza 4/6/2009) conferma i motivi dell'accertamento ed il suo oggetto, come riferito dalla teste LAN., precisando: "sulle condizioni generali di sicurezza noi abbiamo rilevato e documentato una serie di condizioni strutturali, correlate comunque a scarsa manutenzione di impianti e strutture"; suddividendo poi le fotografie secondo le seguenti ripartizioni: carenza manutentiva, scarsa pulizia degli impianti, presenza di rifiuti di materiali oleosi; condizioni di rischio meccanico e di caduta, dovute a carenza di manutenzione meccanica; carenza manutentiva sui sistemi oleodinamici; aspetti riguardanti gli impianti elettrici. Più in dettaglio: "...sullo skinpass 62...allagamento di olio delle parti inferiori a sistemi di trasmissione...tubi oleodinamici...fossa sottostante, allagata ad olio...presenza di rifiuti di vario genere e carenza di pulizia...al reparto ricottura (con forno a metano) ...altri rifiuti presenti in una fossa del forno... materiali incendiabili vari...ai compressori...tutto il pavimento scivolosissimo, di olio...alla linea 4... un'importante presenza, in più e più punti dell'impianto, di olio proveniente da circuito idraulico...(derivante, n.d.e.) da una cattiva tenuta di giunti e da trafilamenti che sono stati comunque riscontrati in quantità diffusa. Quest'olio idraulico, in alcuni punti, è raccolto in vasche sottostanti l'impianto (n.d.e.: le "paciasse" citate dal teste MANG., v. sopra); in alcuni punti, come per esempio nel punto indicato con freccia, è stato assorbito con segatura...qui è un'altra parte di una centrale idraulica, la situazione rappresentata è la medesima: sono tubi rigidi in questo caso, tubo flessibile, che è questo, perdite di olio e segatura presente al pavimento... un canale sottostante l'impianto, allagato da olio, c'è sversamento da olio presente in grandi quantità...i tubi flessibili sono visibilmente contaminati da olio e da polveri, ci sono trafilamenti di olio sulle parti di impianto...qui abbiamo un altro esempio di contaminazione da olio nei pressi delle centrali idrauliche ed è una condizione, peraltro, aggravata dalla presenza di un impianto elettrico in cattivo stato di manutenzione, nel senso mancante del doppio rivestimento previsto...sulle tubazioni non era affisso nessuno strumento come placchette...che potesse consentire di riconoscere la vetustà del manufatto... quindi fornire gli elementi necessari e direi anche indispensabili per svolgere correttamente la manutenzione programmata". Non è rilevante citare qui le violazioni riscontrate anche in materia di mancanza di protezioni e conseguenti rischi di schiacciamento e trascinamento; neppure le violazioni riscontrate nell'impianto trattamento acque.
"Delle parti elettriche presentavano rifacimento parziale del rivestimento, rispristino con del nastro adesivo, come... constatato anche in altre condizioni...quadro elettrico richiuso con del nastro adesivo...manichetta antincendio... riparata con del nastro isolante, del nastro adesivo di colore azzurro (di cui hanno riferito i testi sopra citati: ad ulteriore conferma della loro attendibilità, n.d.e.) ...i quadri elettrici arrivano ad avere indicazioni mancanti...ad avere un livello di contaminazione superficiale da renderli completamente illeggibili...un conduttore che alimenta un dispositivo di sicurezza...riparato con del nastro adesivo...una elettrovalvola che pendeva con le parti elettriche esposte...quadro elettrico sommariamente trattenuto da della benda in tessuto"; si deve per il resto rimandare, ancora una volta, alle immagini ed alla complessiva loro illustrazione esposta dal teste GIV., che conclude - e la sua conclusione viene qui riportata non certo per ammettere una esposizione "valutativa" da parte di un teste, bensì esclusivamente per riportare quello che, sotto il profilo tecnico - ed il teste è tecnicamente qualificato - rileva in relazione al quadro emerso: "...lo stato e le condizioni che abbiamo rilevato all'interno dello stabilimento...sono riconducibili a carenza di ordine... manutentivo... sia gli aspetti di pulizia, sia... di manutenzione elettrica...sia di manutenzione meccanica...sia (di) manutenzione dei circuiti oleodinamici" e prosegue: "...l'aspetto pulizia...è un fattore che genera ed incrementa...la possibilità di innescare eventi di incendio...l'aspetto pulizia dovrebbe essere particolarmente curato in situazione dove già degli aspetti impiantistici, se non delle carenze vere e proprie, determinano la frequente perdita di olio...sgocciolamenti per esempio di olio a laminazione, che può essere considerato un evento fisiologico durante lo svolgimento dell'attività, non altrettanto per quanto riguarda le perdite di olio oleodinamico, che veramente sono risultate cospicue, diffuse; alla totalità del sistema hanno prodotto delle contaminazioni ambientali che sono quelle che abbiamo rappresentato".


Conferma quanto riferito dai colleghi anche il già citato teste BA.: il P.M. gli chiede se era a conoscenza della "pulizia straordinaria" effettuata dalla EDILECO prima della loro ispezione (v. sopra per tale episodio): "non lo sapevo. Se c'è stata, non l'ho vista comunque. Tra l'altro la pulizia è la prima cosa che abbiamo contestato." Continua BA. illustrando le immagini: c'erano quadri di comando sospesi "precariamente"; targhette illeggibili per i pulsanti dei quadri di comando; presenza di olio (di laminazione ovvero da perdite: essendo sui pavimenti, non è possibile distinguerlo, ma v. infra) dappertutto, pavimenti scivolosi anche con le scarpe antinfortunistiche in quanto ricoperti di olio; dappertutto grandi quantità di carta e poi oggetti vari: guanti, cicche di sigarette, materiale accumulato anche nelle "fosse" ed in zone estremamente pericolose; pannelli intrisi di grasso e di olio; "pozzette" di olio sul pavimento; numerosissimi "contatti elettrici" non a norma e oggetto di contestazione; scatole elettriche con lo scotch; contenitori stracolmi di carta intrisa di olio; tubazioni prive di indicazione del gas o del fluido trasportato; pag. 111 trascrizioni, commentando un'immagine ed a puntuale conferma di quanto riferito dai testi (v. sopra): "...questa era una delle spine che erano lì presenti, una prolunga. Questa era la situazione. Questo era un TENTATIVO di manutenzione, il nastro azzurro l'abbiamo visto più volte. Veniva utilizzato spesso...è nastro adesivo. In tutto il reparto si è trovato spesso...soprattutto nel fascicolo fotografico si vede molto più di frequente". Sulla Linea 4, v. pag. 116 trascrizioni: "...presenza di olio un po' su tutta la linea, specialmente nei pressi delle centraline Adesso qua non le vedremo (per l'oscurità del video, n.d.e.) ma vi erano delle vere e proprie pozze di olio. Tra l'altro venivano assorbite utilizzando segatura, quindi materiale non idoneo...nelle foto sono ampiamente riprese...poi i tubi flessibili, vi era un tubo flessibile che perdeva nel momento in cui eravamo lì, si vedeva vistosamente la perdita d'olio; i tubi sempre flessibili che abbiamo visto...quelli che abbiamo visto, perché la Linea avrà non so se migliaia, ma centinaia sicuramente di tubi, e non li abbiamo visti uno per uno. Comunque tutti quelli che abbiamo visto erano privi di contrassegni, quindi di piastrine riportanti i dati del produttore, la pressione massima di esercizio ecc. E anche qui abbiamo contestato le solite parti elettriche, perché l'impianto elettrico era un po' su tutti gli impianti nelle condizioni che abbiamo visto". Cioè con "tentativi" di manutenzione.

Il "quadro" emergente non ha necessità di essere commentato; la Corte si limita a ribadire quanto già esposto nei precedenti paragrafi e nell'introduzione a quest'ultimo.